Il Festival apre con Nicola Lagioia:”Il giornalismo culturale è vivo, ma serve il coraggio di rinnovarsi”

L'apertura della sesta edizione del Festival del giornalismo culturale
di PATRIZIA BALDINO

URBINO – Per raggiungere il pubblico dei più giovani, ‘intercettarli’ e divulgare la cultura, il linguaggio dell’informazione è mutato molto negli ultimi anni, non solo spinto dalla “rivoluzione digitale”. Un fenomeno importante che quest’anno è il leit motiv della sesta edizione del Festival del Giornalismo culturale, in scena tra Fano, Pesaro e Urbino dal 24 al 28 ottobre. “Abbiamo cercato di indagare su come i giornalisti hanno modificato lo stile e la grammatica dei loro pezzi, o delle loro trasmissioni, per essere più incisivi con il pubblico, senza però snaturarsi” spiega il direttore della kermesse Giorgio Zanchini. Gli fa eco la co-direttrice Lella Mazzoli: “Anche l’analisi dei nostri studi ha dimostrato un cambiamento nella comunicazione e nel modo di informarsi degli italiani. La cultura adesso ‘parla’ attraverso social e canali e siti specializzati, come Youtube e Netflix”.

LO STUDIO – Gli italiani e l’informazione, tablet, on demand e podcast: la tv è ancora regina. Web in calo

Lella Mazzoli, direttrice del Festival

Il Festival è anche l’occasione di promuovere il territorio e la cultura marchigiana. Lo sottolinea Margherita Rinaldi, responsabile dell’informazione e della comunicazione istituzionale della Regione Marche. “In questi giorni faremo conoscere la nostra zona, un’esigenza diventata ancora più urgente da due anni a questa parte, a causa del sisma che ci ha colpito. La cultura è ciò che può salvarci, aiutando i nostri paesi a risollevarsi”.

Un impegno condiviso dal direttore della Galleria Nazionale delle Marche Peter Aufreiter che ha spiegato alla platea come presentare ai giovani i musei che dirige. E per avvicinarsi ai più piccoli, in collaborazione con Microsoft è nato Raffaello in Minecraft: una versione del popolare gioco – che permette di costruire il proprio mondo con un unico limite, la fantasia – ambientata a Urbino. E il protagonista è proprio lui, Raffaello, che, bambino, esplora la città ducale e inizia le sue esperienze con la pittura. Un modo interattivo per coinvolgere le scolaresche in visita al Palazzo Ducale che potranno poi decidere come far proseguire la storia del “Principe delle arti”.

La lectio ‘sui generis’ di Nicola Lagioia

Nicola Lagioia, direttore del Salone internazionale del libro di Torino


“Qualche anno fa lavoravo per una piccola casa editrice indipendente e pubblicammo un romanzo a cui tenevamo molto. Poco dopo un importante quotidiano ne fece un recensione entusiastica occupando addirittura due pagine e invitando i lettori a correre in libreria. Allora aspettammo con impazienza le classifiche dei libri più venduti: il libro aveva venduto appena 22 copie in più rispetto alla settimana precedente”.

È il racconto di Nicola Lagioia, scrittore pugliese direttore del Salone del libro di Torino dal 2016, premio Strega con La Ferocia nel 2015, per introdurre la sua lectio magistralis incentrata sul giornalismo culturale. Che non è, ci tiene a sottolineare, nel suo periodo d’oro, ma nemmeno in una crisi senza ritorno. Il vero problema riguarda la crisi dei mediatori: il ruolo da ‘traghettatore’ dei giornalisti, da tramite fra cultura e pubblico, è infatti messo continuamente in discussione. “E se, tornando al racconto iniziale, la recensione fosse stata fatta su Twitter da un influencer o da una rivista online? Probabilmente il passaparola fra i lettori sarebbe stato diverso, più veloce e numeroso”.

Ormai il giornalismo culturale tradizionale non possiede più la sua autorevolezza. Questo, sottolinea Lagioia, non ha provocato una calo dell’interesse per i prodotto culturali: “Le persone continuano a comprare libri, ad andare al cinema e a frequentare mostre e festival. Però, lo fanno senza badare alle recensioni scritte dai giornalisti, che dunque non cambiano più la sorte di un film o di un libro”. Come risolvere questo problema? Lagioia propone alcuni suggerimenti utili per riavvicinare ila stampa tradizionale al pubblico, passando per il giornalismo culturale, e la chiave di volta è il coraggio.

Il coraggio di trovare firme giovani che siano oneste, consapevoli e che abbiano coraggio di promuovere ma anche di criticare un prodotto. Lasciandole autonome e libere di scrivere, superando la linea editoriale dei giornali spesso troppo preponderante rispetto a chi si occupa delle recensioni; il coraggio di scommettere su un autore chiamato a collaborare con i media senza aspettare che qualcuno lo consacri prima, in una sorta di “debolezza autopercepita” come la chiama Lagioia; il coraggio di scommettere su prodotti sì più cari ma ricchi di qualità e informazioni, come i reportage letterari e i long form; infine, il coraggio di prendere posizione anche sulla cultura, come si fa con la politica. “Prima era un’abitudine comune, talvolta anche rovinosa, come nel caso della presa di posizione dei quotidiani sul romanzo La storia di Elsa Morante, con detrattori e sostenitori. Ora dobbiamo tornare a rischiare davvero, senza più traini, scommettendo su questo o sul quel prodotto. E quindi posso concludere dicendo ‘Viva il giornalismo culturale, ma se questo vuole avere lunga vita deve avere il coraggio di cambiare”.

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