Salone del Libro, intervista allo scrittore Paolo Di Paolo: “Ai giovani giornalisti serve curiosità bulimica”

di NICHOLAS MASETTI e GIACOMO PULETTI

TORINO – Per fare un buon giornalismo occorre “complessità trasparente”, cioè bisogna saper scrivere di temi e questioni spinosi con la chiarezza necessaria alla comprensione da parte di tutti. Così Paolo Di Paolo, giornalista e scrittore romano classe 1983, finalista al premio Campiello giovani nel 2003 e al premio Strega dieci anni dopo, ha parlato a proposito del lavoro dei reporter, nel corso dell’evento “Penna a penna: intervista all’autore” che si è svolto domenica 12 maggio nello Spazio Marche del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Il senso del viaggio, tema della settima edizione del Festival del giornalismo culturale, è stato il leitmotiv della nostra intervista all’autore di “Mandami tanta vita”, finalista al premio Strega nel 2013.

Lei ha scritto diversi libri su questo tema, come “Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze e arrivi, 19 incontri con scrittori”. Cosa rappresenta per lei il viaggio?

Il viaggio è stato uno dei primi interessi della mia produzione letteraria, determinato da una tipologia di scrittura ibrida, vero e proprio movimento di attraversare il luogo. Nel libro che ha ricordato ho cercato alcuni scrittori italiani per capire se in qualche modo le loro letture avessero influenzato i loro viaggi, se ci fossero stati degli autori che li avessero spinti a viaggiare. Spesso quando mi appassiono di un autore vado a cercarlo nella sua città, oppure metto per caso un libro in valigia e quello diventa la guida del mio viaggio”.

“Mandami tanta vita”, ambientato negli anni 20 del ‘900 fra Torino e Parigi, racconta il rapporto tra Moraldo e Piero Gobetti. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e che relazione si instaura tra lo scrittore e la città in cui vive o scrive?

“Il libro nasce con l’imbarazzo di raccontare una figura importantissima dell’antifascismo e l’ansia di descrivere una città che non è la mia ma che ho cominciato piano piano ad amare. Ho voluto scrivere un saggio narrativo su un giovane antifascista che combatteva il regime con i libri, ma non doveva essere un romanzo storico né biografico. Nel farlo ho cercato di capire la Torino di quegli anni, che per certi versi è identica a quella di oggi.

Perché possiamo ritenere Torino una città unica al mondo?

È una città che a volte dà la sensazione di poter tornare indietro nel tempo: dall’odore di mandorle e nocciole che emana dai banchetti in piazza Vittorio a quello di fuliggine e cuoio che si deposita con l’aria umida nei colletti delle giacche fuori dalla stazione Porta Nuova, tutto sembra far rivivere la stagione crepuscolare di inizio novecento. Il mio rapporto con Roma, invece, è diverso.

A proposito di “A Roma con Nanni Moretti”, scritto nel 2015 assieme a Giorgio Biferali, cosa rappresenta per lei l’opera del regista romano e che rapporto ha con la capitale?

“La produzione di Nanni Moretti si lega moltissimo a Roma, ma osservando i suoi film vi accorgerete che appaiono raramente i monumenti più famosi della città eterna, come il Colosseo, a vantaggio dei luoghi meno conosciuti ma ugualmente caratteristici. Io e Giorgio Biferali ci siamo messi sulle tracce dei suoi film provando a ricostruire le strade in cui lui dice qualcosa.

Come descriverebbe il regista romano?

È una persona molto puntigliosa e precisa: prima della pubblicazione del libro ha voluto rileggere tutto il testo per analizzare alcuni aspetti nella descrizione di Roma. Possiamo dire che usa la stessa attenzione ai dettagli che bisogna avere nel raccontare i fatti e riportare le notizie.

Nel libro “Tutte le speranze. Montanelli raccontato da chi non c’era”, pubblicato nel 2014, lei racconta dello scambio epistolare che ha avuto in età giovanissima con il celebre giornalista. Ci può raccontare qualche aneddoto di quelle corrispondenze?

Indro Montanelli è un personaggio unico e controverso. Quando, durante una sua incredibile telefonata, gli dissi che avrei voluto conoscerlo, rispose che i miti è meglio guardarli da lontano, perché più ci si avvicina e più se ne scoprono le rughe. Appena dopo la sua morte, avvenuta il 22 luglio 2001, è nata la volontà di scrivere il libro, perché nella sua esistenza problematica si possono trovare tutti gli elementi del ventesimo secolo.

C’è un fatto particolarmente grave nella vita del giornalista che nel 1983 fondò Il Giornale: il matrimonio con una sposa-bambina in Africa. Cosa ne pensa?

“Credo che non si possa ridurre la vita di qualcuno a un solo episodio, per quanto possa essere controverso e da condannare fortemente, perché così facendo non si comprende, aldilà del contesto, la profondità della storia e il contributo che il personaggio ha fornito al Paese”.

A proposito di contributo offerto agli altri, quali consigli si sente di dare a dei giovani aspiranti giornalisti che studiano per diventare professionisti?

“Il primo consiglio, che non vuole assolutamente essere una lezione, è di evitare per quanto più possibile la retorica. Molti giornalisti affermati, senza fare nomi, credono di ammaliare i lettori con arguti giochi retorici che tuttavia mancano di profondità di significato. Ormai nessuno compra più i giornali in base alle firme che ci sono dentro, servono contenuti. Il secondo è quello di avere sempre una curiosità bulimica, perché per fare il giornalista oggi bisogna sapere un po’ di tutto, bisogna essere informati”.

E lei come si informa?

“Sono abbonato alle edizioni digitali di la Repubblica e Corriere della Sera, ma seguo anche i social e leggo ancora qualche settimanale”.

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