Caporalato, Cgil Pesaro denuncia lo sfruttamento di decine di pakistani: “Non parlano per paura”

Andrea Piccolo, funzionario della Cgil di Pesaro e Urbino
di VALERIO SFORNA

URBINO – Le indagini che hanno portato all’arresto di quattro impresari pakistani per sfruttamento del lavoro (ribattezzata operazione Capestro), lo scorso 9 maggio, sono partite da un esposto presentato a settembre dalla Cgil di Pesaro e Urbino contro una cooperativa di imballaggio e facchinaggio con sede legale a Pesaro, ma operativa anche a Sant’Angelo in Vado.

Tre mesi per convincere i lavoratori

Andrea Piccolo, funzionario della Cgil, ha seguito da vicino la vicenda e ha dato il via all’azione legale. “Circa un anno fa, durante le consuete assemblee nelle aziende, alcuni lavoratori delle ditte appaltanti della cooperativa mi dissero che un gruppo di lavoratori pakistani viveva in condizioni di lavoro molto difficili. La stessa cosa mi venne confermata da alcune voci nei bar della zona. Di solito nelle assemblee volano parole grosse e qualcuno tende a esagerare un po’. Così sono andato davanti ai cancelli della cooperativa per verificare. Ho capito che qualcosa non andava sul serio – spiega Piccolo – quando vidi che i lavoratori non uscivano mai. Un giorno ne incontrai uno ma si rifiutò di parlarmi”.

“Così iniziai un lungo ‘corteggiamento’ fatto di bigliettini con su scritto il mio numero e domande del tipo: ‘va tutto bene in azienda?’. Dopo tre mesi venni contattato da uno dei ragazzi che iniziò a raccontarmi tutto, insieme a due suoi colleghi. Il primo che ho incontrato e che mi ha aiutato a creare un rapporto di fiducia con gli altri è stato immediatamente licenziato con un pretesto, ma è grazie al suo esempio che siamo riusciti ad ottenere i primi risultati”.

L’OPERAZIONE – Sfruttamento del lavoro a richiedenti asilo, quattro arresti in un’impresa a Sant’Angelo in Vado

Non è stato facile per Piccolo trovare un varco nella comunità pakistana, chiusi e spaventati per il rischio di perdere il lavoro e dunque la possibilità di restare legalmente nel nostro Paese: “Li ho convinti a parlare spiegandogli nel dettaglio la normativa, piano piano hanno iniziato a capire la loro condizione di sfruttamento e da tre lavoratori siamo passati a una ventina. L’esposto lo abbiamo firmato noi, proprio per non metterli in difficoltà. Bisogna ricordare che il loro permesso di soggiorno è legato allo svolgimento di un’attività. Con condizioni così stringenti per rimanere in Italia sono disposti a tutto. Uno di loro, ad esempio, è omosessuale e in Pakistan pende su di lui una condanna a morte. Pur di restare in Italia sarebbe disposto a lavorare venti ore al giorno, gratis solo per un pezzo di pane e un alloggio. E ora le famiglie di quelli che hanno deciso di denunciare, subiscono minacce e vessazioni, questo rende tutto più complicato, anche in vista di un futuro processo”.

I controlli sullo sfruttamento del lavoro e sul caporalato spettano all’ispettorato del lavoro, ma nella provincia di Pesaro e Urbino, così come in tutta Italia, gli ispettori sono pochi e le risorse esigue. “Per questo il ruolo del sindacato – spiega il dirigente – è essenziale, anche in un momento storico in cui molti dubitano della missione e dell’utilità dei corpi intermedi”. L’operazione ha visto la collaborazione tra  la Guardia di finanza di Urbino e il nucleo operativo dei Carabinieri per la tutela del lavoro, una sinergia lodata dal procuratore generale di Urbino, Andrea Boni, durante la conferenza stampa.

L’operazione denominata “Capestro”

Il capestro è una fune, utilizzata per legare gli animali al giogo, nonché la corda utilizzata dal boia per le impiccagioni. “Il sistema era ben ben organizzato. Alcuni arrivavano a fare anche 300 ore alla settimana (il ‘record’ è  di 16 ore al giorno). Nelle buste paga il salario percepito era intorno ai 1.000/1.200 euro, ma erano costretti a restituirne in media circa 400/500 ai datori di lavoro, appartenenti alla stessa comunità. Bisogna ricordare che molti hanno lasciato il Paese d’origine in cerca di fortuna – spiega Piccolo – e spesso il loro lavoro, anche se malpagato, garantisce il sostentamento delle famiglie. Per alcuni riuscire a inviare anche 100 euro al mese in Pakistan è di fondamentale importanza”.

Secondo Piccolo il problema ha una portata generale: “Proprio in questi giorni si parla di un decreto sicurezza bis, volto a rendere ancor più restrittivi i requisiti per rimanere in Italia. Ora, al di là delle multe alle Ong, inasprire l’accesso non fa che mettere gli stranieri nella perversa condizione di accettare tutto, anche condizioni simili a quelle di schiavitù”.

Il caporalato nella provincia di Pesaro e Urbino

Quello dei lavoratori pakistani non è l’unico caso di sfruttamento del lavoro nella provincia. Sempre da un esposto della Cgil, del 2012, partirono le indagini per degli episodi di caporalato nei cantieri per la costruzione della terza corsia della A 14. In quel caso si è giunti alla sentenza di condanna definitiva e il sindacato si è costituito parte civile. Risale invece al settembre 2018 il caso dell’imprenditrice cinese arrestata per sfruttamento del lavoro a danno di alcuni cittadini stranieri in un’azienda del settore tessile di Cagli.

Ma l’operazione Capestro è un caso particolare per almeno tre ragioni. In primo luogo, per il numero di persone coinvolte. Solo 17 lavoratori hanno deciso di raccontare agli investigatori le vessazioni subite, ma i fatti contestati dalla Procura “potrebbero averne coinvolte almeno altre 23” secondo Piccolo. Inoltre, secondo le visure camerali in possesso della Cgil, gli addetti della cooperativa sono in totale 86 (dato aggiornato al 31 marzo 2018). Un altro elemento di peculiarità dell’operazione Capestro è che si tratterebbe di un caso di sfruttamento del lavoro tra connazionali. Infine, come ha ribadito il procuratore generale Andrea Boni, nella conferenza stampa di venerdì dopo il blitz, si tratta del primo caso nella Provincia, in cui si applica la nuova normativa del 2016, che punisce non solo il caporale ma anche l’imprenditore che utilizza la manodopera sfruttata.

Il Pg Andrea Boni, tra il maggiore Gianfranco Albanese e il capitano della GdF Arcangelo Mottola

Ad oggi la cooperativa non è chiusa, i dipendenti continuano a lavorare e nei prossimi giorni verrà nominato un amministratore dal Tribunale che gestirà l’attività imprenditoriale. “Vogliamo capire al più presto chi sarà il commissario – spiega Piccolo – la nostra priorità è l’interesse dei lavoratori. Proprio ieri abbiamo incontrato le ditte appaltatrici – che utilizzano i servizi della cooperativa – e abbiamo chiesto l’assunzione diretta di tutti i lavoratori del ciclo produttivo”.

Ormai sappiamo che il fenomeno del caporalato non è più circoscritto alle regioni del Sud. Basti ricordare che il più grande processo di mafia al Nord – che riguarda anche lo sfruttamento del lavoro – si è svolto a Reggio Emilia, a sole due ore e mezza di auto da Urbino.

La normativa

Secondo il terzo rapporto Agromafie e caporalato del 2016 (ultimo disponibile), realizzato dalla Cgil, soltanto nel settore agricolo ci sono circa 400.000 lavoratori che versano in stato di  grave vulnerabilità e sono a rischio sfruttamento.

Il reato di caporalato è stato introdotto con una legge del 2011, ma i risultati nella lotta allo sfruttamento non sono stati esaltanti. Da qui la riforma del 2016.

La legge n. 199 del 2016 allarga il caporalato a prescindere dalla forma, organizzata o meno, dell’attività di intermediazione e indipendentemente dalle modalità, violente o intimidatorie. Altra novità fondamentale consiste nella previsione di una responsabilità penale in capo al datore di lavoro che “utilizza o impiega manodopera” mediante l’attività di intermediazione del caporale (il caso della cooperativa pesarese rientra proprio in questa fattispecie). Inoltre, la legge del 2016 prevede un controllo giudiziario dell’azienda, presso cui è stato commesso il reato, qualora ci sia il rischio che l’interruzione dell’attività imprenditoriale abbia ripercussioni negative per i lavoratori (come nell’azienda oggetto dell’operazione Capestro).

Secondo il giudizio dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’aprile 2019, la riforma ha prodotto effetti positivi. Nel 2018 sono stati individuati 5.114 lavoratori irregolari e 496 vittime di sfruttamento nel settore agricolo. Sempre nel 2018 sono stati emessi 479 provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale, di cui 404 revocati dopo le regolarizzazioni.

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