Spiegare il coding alle elementari. Gli alunni dell’Itis Mattei in cattedra

di ALICE POSSIDENTE

URBINO – “Ma quando arrivano i ragazzi del coding?!” urlano spazientiti a turno gli alunni della 4A della scuola primaria Piansevero. I “ragazzi del coding” sono gli allevi dell’Itis Enrico Mattei, che partecipano al progetto “Maestri di coding”. Cominciato già nell’anno scolastico 2016/17, il progetto ha come scopo la diffusione del pensiero computazionale negli studenti delle scuole elementari, per introdurli al mondo dell’informatica e a come si ragiona e si scrive un codice per programmare.

Gli allievi dell’Itis che fanno da “maestri” sono oltre 70, supervisionati dal professore Giacomo Alessandroni, docente di Telecomunicazioni. Tre anni fa il progetto era partito coinvolgendo soltanto due classi della primaria, una quarta e una quinta. I ragazzi, grandi e piccoli, si sono dimostrati subito entusiasti tanto che l’anno dopo l’iniziativa è stata estesa all’intera scuola. Da quest’anno fa parte dell’Alternanza scuola – lavoro ed è cofinanziato dal Fondo sociale europeo.

Dal “pensiero ordinato” al codice binario

“L’obiettivo del progetto – spiega il professor Alessandroni – è sviluppare un ‘pensiero ordinato’ nei bambini. Si vuole mostrare un problema sotto diverse angolazioni e sfaccettature. Abbiamo tutti presente il professor Keating che nel film ‘L’attimo fuggente’ sale in piedi sulla cattedra e invita a guardare il mondo da un’altra prospettiva?”. E in effetti, nelle classi della scuola elementare di Piansevero, durante le lezioni di coding, si respira più o meno la stessa atmosfera. Il professor Alessandroni non sale sulla cattedra ma ci si siede sopra. Velocemente riesce a trasformare le urla di gioia dei bambini in sguardi attenti. Il professore fa agli alunni un sacco di domande “Quanti modi conoscete per scrivere i numeri?”, “Perché in un giorno ci sono 24 ore?”, “Quanti angoli ci sono in un cerchio?”. E gli alunni fanno a gara per rispondere. Le lezioni sono infarcite di storia, geografia e di aneddoti. “Dovrebbe essere informatica ma a me piace spaziare tra le materie” ammette Alessandroni. La lezione dedicata al linguaggio binario è una lezione d’informatica vera e propria, spiegata con termini semplici, alla portata di bambini di otto anni. “Questa è solo un’introduzione, l’anno prossimo poi studieranno il linguaggio binario con la maestra di matematica”. I bambini apprendono subito, un attimo dopo riescono a fare già piccole operazioni da soli. E si divertono.

Giovani maestri

Mentre il professore assegna le attività, i ragazzi dell’Itis affiancano i bambini delle elementari. Seduti accanto a loro, li guidano e rispiegano i passaggi poco chiari. A volte, di nascosto, suggeriscono anche le risposte alle domande. Caselle da colorare, labirinti, costruzioni geometriche con marshmallow e spaghetti che dietro hanno ragionamenti logici complessi. E così, a otto anni, i bambini, sotto forma di gioco, imparano la successione di Fibonacci o il codice binario. Divertendosi. Tanto che non appena finisce un’attività i bambini esclamano in coro “dai, facciamone un’altra!”.

Ogni lezione parte da un macro tema generale. Per l’introduzione al linguaggio binario, per esempio, i bambini hanno disegnato un cuore attraverso la trascrizione su un grafico partendo da un codice. Mentre nel giorno del “Pi greco day” (il 14 marzo) alle 3.14 in punto i ragazzi di quinta hanno visto e commentato insieme un breve video a tema. Per la festa dei nonni, invece, attraverso la generazione di codici, si sono creati dei disegni stilizzati.  “Lo scopo del progetto è insegnare l’informatica ma in realtà usiamo pochissimo il computer”, spiega il professore.

Riguardo al ruolo degli studenti delle superiori “affermare che l’obiettivo del progetto è assistere i bambini mentre muovono i primi passi nel mondo del coding è riduttivo” dice il professor Alessandroni. Si punta molto sull’importanza della figura intermedia dello “studente grande”. I piccoli riconoscono questa figura ibrida e non hanno fatica a relazionarsi. Riconoscono i grandi come un punto di riferimento, corrono loro incontro, li abbracciano. “I bambini si sono legati da subito. – dice Arianna – Stamattina per esempio ero in una quinta e due bambine non mi lasciavano più”. E anche ai grandi, accucciati tra i banchi dei più piccoli, questa attività piace molto. “È un modo per mettersi alla prova, per insegnare qualcosa – dice Andrea, alunno della 3B informatica – Anche se in realtà sono i piccoli che insegnano qualcosa a noi grandi”. “Noi a quest’ora non avremmo avuto lezione – ammette Petru – ma stare qui non ci pesa. Anzi, regala una positività bella”.

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