Storia di Chan e dei suoi fratelli in fuga dall’orrore sudsudanese: “La speranza si chiama Urbino”

Nyaliut, Goy e Khong
di GIULIA CIANCAGLINI

URBINO – “Questa adesso è la nostra casa, l’abbiamo trovata qui in Italia. E l’Italia è molto bella”. Chan ha 13 anni. E’ africano. Dai suoi occhi, finalmente allegri, sta ancora cercando di cancellare gli orrori del suo paese, il Sud Sudan: un anno fa è partito dall’Etiopia, in fuga dalla guerra civile, e ora vive a Trasanni, una frazione di Urbino, con la sua famiglia. Il sogno di fuggire dal campo per i rifugiati si è trasformato in realtà grazie al progetto corridoi umanitari.

Nyandoang, a soli 38 anni, è mamma di otto figli e nonna di un nipotino. E per mangiare tutti insieme serve un tavolo con dieci sedie, anche se il fratello più grande non vive con loro ma in Sicilia, dove lavora, perché è maggiorenne e si dovrà presto occupare dell’intera famiglia. La sorella maggiore Nyaliut è arrivata incinta in Italia. Non sapeva della gravidanza, l’ha scoperto qui non senza drammi. All’inizio era terrorizzata all’idea di avere un bambino perché temeva che potesse pesare troppo sui conti della famiglia ma ora passeggia contenta con il piccolo Goy tra le braccia.

Molte delle persone che li seguono sono volontari anche perché la grande casa dove vivono si trova accanto alla chiesa di Trasanni. “Hanno ricevuto una lezione egregia di italiano e matematica da un’insegnante in pensione che ha fatto tutto gratuitamente e stava con loro tantissime ore al giorno. Lei è una forza”, racconta Cecilia Pani, volontaria di Sant’Egidio, riferendosi alla maestra Maria, una signora anziana che, durante l’estate, ha aiutato i più piccoli con la lingua italiana insegnando loro a scrivere, leggere, disegnare e contare.

La prima pagina dei quaderni segna una data: 11 giugno 2018. Da quel giorno hanno studiato cinque ore al giorno, tre nel mattino e due nel pomeriggio. Tra le pagine si intravedono tanti segni rossi e blu tracciati dalla mano attenta della maestra ma i risultati sono evidenti se si guarda con attenzione la pagina del 10 settembre, qualche giorno prima dell’inizio della scuola. “Hanno arricchito il linguaggio e si esprimono non dico correttamente ma si fanno comprendere molto molto bene – spiega la maestra, mostrando orgogliosa i quaderni dei ragazzi – All’inizio comunicavamo con i gesti e con le immagini, ma è stato facile”. Maria aiuta spesso la famiglia anche in tutti gli imprevisti della quotidianità. Le loro vite sono ormai legate: quando le sono nati tre pulcini i suoi giovani alunni hanno scritto per lei una storia che raccontasse la nascita. “Questi sono i pulcini di Maria, due sono gialli e uno è grigio. La chioccia fa cocò, i pulcini fanno piupiù”: una scritta senza errori, sotto a un disegno colorato.

Maria vive dietro al campo da calcio della parrocchia e ha un piccolo orto dove coltiva le verdure e dove vivono due galline. Nell’orto, la mamma Nyandoang lavora la terra e, quando le galline fanno le uova, Maria le porta nella cucina della famiglia Bangoang . “Non sappiamo che tipo di lavoro potrebbero fare. Sappiamo però che la mamma è bravissima a coltivare la terra dell’orto”, racconta Daniela. Nyaliut invece è molto abile e veloce nel ricamare i centrini da tavolo e quando la famiglia è arrivata in Italia, la loro valigia era piena soltanto di questi lavoretti manuali.

I costi della famiglia non pesano sulle casse dello Stato. “La Caritas italiana ha posto su questo progetto (corridoi umanitari, ndr) i fondi dell’8×1000 – ci tiene a precisare Cecilia – Loro ricevono un rimborso su una quota delimitata quindi alcune spese sono coperte dall’associazione di Urbino”. Anche Daniela Renzetti, volontaria della Caritas di Urbino, conferma: “Lo Stato ha solo dato le autorizzazioni e ha riconosciuto loro i diritti dei rifugiati”. Ma Cecilia, che si occupa di queste procedure, segnala che fino ad adesso tutti quelli che sono stati portati in Italia con il progetto corridoi umanitari sono stati riconosciuti rifugiati. “Abbiamo un 100%”, ha detto soddisfatta.

Il progetto d’integrazione per i bambini si è rivelato più facile: a scuola, alle elementari e alle medie, i ragazzi si sono inseriti bene nonostante l’italiano. “Nell’ambito lavorativo è più difficile, noi per la mamma e per i più grandi vorremo trovare un lavoro ma la scolarità è bassa e l’italiano ancora incerto”, spiega Daniela. La lingua quindi sembra confermarsi uno strumento necessario per l’integrazione. Chiara Compagnucci, 32 anni, occhi grandi e capelli neri a caschetto, collabora con la Caritas di Urbino dal 2012 e da un anno segue questa famiglia. Lei li ha accolti direttamente all’aeroporto di Roma e da quel momento li aiuta tutti i giorni. “Li seguo anche nella parte sanitaria, per tutte le emergenze che ci sono – racconta sorridendo – abbiamo iniziato il piano vaccinale con i ragazzini e poi ovviamente sono bambini. Ogni giorno succede qualcosa e io sono qui”.

Neanche chi passa molte ore al giorno con loro, come Chiara, ha saputo ricostruire per filo e per segno la storia della famiglia e i traumi psicologici che hanno subito sono rimasti oscuri. “La difficoltà più grande è che ancora purtroppo non conosciamo molto del loro passato anche per la difficoltà linguistica. La mamma parla nuer, i ragazzini parlano nuer e amarico, ma sono praticamente analfabeti – rivela l’educatrice – All’inizio abbiamo trovato interpreti di amarico ma non di nuer e determinate cose non puoi chiederle ai bambini, anche perché è arrivata una mamma da sola con sette figli e sappiamo solo che il marito è stato ucciso in un attentato nei campi. Non sappiamo se i figli hanno assistito”. Il padre se l’è portato via la guerra non più di due anni e mezzo fa, l’età della sorellina più piccola, Nyabela. “Lei è arrivata qui senza niente, aveva solo un bellissimo vestitino rosso” racconta Chiara, mostrando una foto sul cellulare che immortala la piccola un anno dopo mentre indossava ancora quel vestito, l’unico che ha portato dall’Africa.

Chiara con Nyabela

Cecilia, 60 anni e volontaria nella Comunità di Sant’Egidio da quando ne aveva soltanto 16, si occupa personalmente di selezionare le famiglie da portare in Italia con questo progetto. “Sono stati molto, molto fortunati”, dice ricordando i mesi passati nel campo profughi di Pugnido, in Etiopia ma al confine con il Sud Sudan, dove i sette ragazzi sono nati e hanno vissuto la loro vita prima dell’Italia. Lei ha intervistato la famiglia tre volte, a distanza di un mese l’una dall’altra. “Loro sono arrivati a maggio del 2018 con l’aereo, così eccoli in Italia. Abbiamo scelto Trasanni, perché da tempo siamo in contatto con la Caritas di Urbino. Abbiamo una rete di associazioni sul territorio, a Trasanni avevano una disponibilità per una famiglia grande e quindi abbiamo scelto la famiglia più grande che avevamo”, ricorda Cecilia. La volontaria di Sant’Egidio passa un terzo dell’anno, quattro mesi, in Etiopia per compiere il suo servizio e selezionare le famiglie. Un lavoro che non la lascia indifferente: “È doloroso essere chiamati a scegliere chi salvare”. I sudsudanesi rifugiati in Etiopia sono quasi 500 mila divisi in tre o quattro campi. “Sono tutti nati nel campo, anche la più grande che ha 20 anni. I ragazzi hanno vissuto, in Africa, soltanto la vita da campo”.

Nessuna parola esplicita sul campo profughi, nessun racconto della vita che facevano lì ma dolori così grandi a volte lasciano indizi nei particolari e solo chi è più attento riesce a leggerli. Maria Teresa Moschini, volontaria della Caritas di Urbino che li segue insieme a Daniela, ha visto in un disegno la gratitudine per l’accoglienza ricevuta. Chan, ha vinto un concorso d’arte indetto dalla sua scuola con la rappresentazione in fumetto della fuga in Egitto: nella prima scena una mamma che allatta un bambino e Giuseppe che si guarda intorno forse per istinto di difesa; nella seconda l’arrivo in un villaggio, dove vengono accolti con l’offerta dell’acqua da bere dopo il lungo viaggio. Il pensiero naturale è che il disegno nella sua semplicità ricordi l’accoglienza che hanno ricevuto quando sono arrivati in Italia.

Maria Teresa e la maestra Maria nella biblioteca dove l’estate scorsa i ragazzi hanno fatto lezione

“Loro hanno delle paure dentro che noi non conosciamo – spiega Maria Teresa – Una sera, per esempio, hanno sentito dei botti da una festa di compleanno qui nelle vicinanze e Maria ha sentito bussare alla porta. Erano tutti vicini vicini perché avevano paura. Pensavano fosse una guerra.”

Giovedì 30 maggio sono stati loro a festeggiare. Una torta, i palloncini e una cena tra amici. È passato un anno dall’arrivo in Italia. Ora però hanno paura perché il progetto ha una durata definita di un anno e temono che, compiutosi questo tempo, possano essere abbandonati da chi li ha accolti. “Oggi scade l’anno ma la nostra preoccupazione maggiore è quella di fargli capire che noi ci siamo sempre”, ha detto Daniela. Una festa per spiegare, con le azioni e non con le parole (che rischiano di non essere capite), che continueranno a esserci per loro, fino al momento in cui non saranno in grado di vivere da soli.

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