L’eco dei passi nelle strade. Il virus ferma il tempo. Urbino chiude contro il contagio

di FRANCESCO COFANO e MARIA PIA PETRAROLI (Articolo pubblicato nell’edizione del Ducato del 14 marzo 2020)

URBINO – “Tutta mia la città”. All’ora di pranzo un anziano canta la canzone dell’Equipe 84 mentre torna a casa dopo aver salutato gli amici in piazza della Repubblica. Sono i piccoli gruppi di vecchi urbinati che chiacchierano in dialetto marchigiano – a distanza di un metro l’uno dall’altro – l’unico frammento di normalità in una Urbino priva da giorni di turisti e studenti. Da domenica 8 marzo la città è diventata zona protetta per il contenimento del Coronavirus, provvedimento poi esteso a tutto il Paese il giorno successivo, e il tempo sembra essersi fermato.

Con l’ultimo decreto che ha imposto la chiusura, tra gli altri, a bar, ristoranti, gelaterie e parrucchieri, anche chi potrebbe restare aperto decide di chiudere prima del tempo: alle sei e mezza del pomeriggio il tabacchi in via Veneto è chiuso, così come la macelleria “Ubaldi” in via Raffaello e la bottega “Raffaello degusteria”. Come se il contagio non riguardasse solo le persone, ma anche le saracinesche.

Le locandine dei film del cinema Ducale sono le stesse da settimane. Il Nuova Luce non ha alcuna programmazione. Affisso alle bacheche c’è ancora l’obbligo di chiusura fino all’8 marzo, deciso dal governo con uno dei primi decreti emanati per fronteggiare l’emergenza. In baristi e ristoratori – prima che la chiusura per loro diventasse obbligatoria – non c’era spazio per emozioni forti, come rabbia o disperazione. Solo rassegnazione e sconforto.

Prima il “nevone” nel 2012, poi il terremoto nel 2016. Adesso il Covid-19. Le prime due emergenze non avevano fermato la vita quotidiana. Bar, ristoranti e negozi avevano continuato a offrire i loro servizi ed erano rimasti chiusi solo per poco tempo. Ora invece, di decreto in decreto, “non si vede ancora la fine di questa situazione”, diceva martedì Aldo Pasotto, proprietario del ristorante “La Balestra”, che aveva deciso di tenere aperta la sua attività nonostante tutto.

“Da domenica i coperti sono 4 o 5 al giorno. Io e mio fratello siamo rimasti ad aspettare telefonate per il servizio a domicilio tutta la sera, ma non ne è arrivata nemmeno una – spiegava – fino ad aprile avevo tutto il locale pieno per pranzo grazie alle scolaresche, ma ora tutti hanno disdetto”. Mentre parlava il ristorante era vuoto. Sui tavoli i coperti erano messi in diagonale per rispettare il metro di distanza.

Ristorante “La Balestra”

“L’ambiente è sanificato. Ogni volta che porto via qualcosa dai tavoli mi lavo le mani. L’ho fatto così tante volte che mi è venuta la dermatite”, interveniva Michela Roggio, studentessa fuori sede, che per arrotondare lavora come cameriera.

Il titolare del ristorante però senza l’ultimo provvedimento non avrebbe chiuso: “The show must go on”, aveva concluso sorridendo.

Diverse pizzerie e piadinerie, come “Il Buco”, avevano già deciso di fermarsi. Alcuni già da lunedì, anticipando di fatto quanto previsto dal decreto,  effettuano solo consegne a domicilio, come “Il Ghiottone” e il nuovo ristorante “Botanic Sushi”.

Anche Marika Simoncelli de “La Fornarina” avrebbe continuato a lavorare. “Io non ci perdo molto, perché la nostra è un’attività a conduzione familiare, non abbiamo dipendenti, ma la situazione è difficile già da un po’, da quando ha chiuso l’università. Lavoriamo soprattutto con le consegne a domicilio”. Lei e la sua famiglia contavano di restare aperti “per dare un senso di vita e non far vedere che è tutto chiuso”.

Per strada tuttavia è difficile non notare la differenza rispetto a qualche settimana fa. Le strade sono vuote. In piazza Duca Federico si sente soltanto il rumore degli operai che lavorano sulle impalcature per ristrutturare il Duomo.

I bus che attraversano la città sono spesso vuoti. Gli autisti indossano guanti monouso e sono separati dai passeggeri da una piccola catena. “Non è più possibile fare il biglietto a bordo, perché non possiamo avere contatti” dice un guidatore. Infatti si entra solo dalla porta centrale o da quella posteriore, che di solito servono per scendere dal mezzo.

Autobus

Sotto i portici di piazza della Repubblica non si bevono più spritz e non si mangiano stuzzichini. È lontano il tempo in cui gli studenti riempivano “Caffè degli Archi” e “Caffè Basili”. Quest’ultimo da martedì è chiuso per volontà del titolare Valentino Magoga: “Ho la sensazione di essere di fronte a qualcosa di più grande di me questa volta”, dice mentre mostra lo scontrino numero 43 di lunedì, poco prima della chiusura alle 18 imposta dal decreto dell’8 marzo. “Nei giorni del nevone c’erano anche meno clienti, ma mi sembrava di offrire un servizio alla comunità, ora invece non ha senso continuare. È tutto fermo. Aprire è solo un rischio per i miei dipendenti e i clienti. Meglio non dare nessun servizio che un servizio ‘malato’”.

Valentino Magoga, titolare “Caffè Basili”

La pensava diversamente Domenico Celi del “Caffè del Sole”, punto di riferimento di molti ragazzi urbinati: “Anche se guadagno l’80 per cento in meno, il mio locale resta aperto per i pochi studenti rimasti, che magari sono soli e hanno bisogno di una parola di conforto o di una semplice chiacchierata. Il Caffè del Sole c’è”. Celi però lavorava da solo e aveva detto ai suoi dipendenti con contratto a chiamata di restare a casa.

C’era poi chi aveva scelto una soluzione intermedia, aprire solo qualche giorno a settimana, come “I dolci di Battista”. Il titolare Lorenzo Pierelli amareggiato dice: “Doveva essere l’anno di Raffaello e delle Marche e invece…”.

L’argomento sulla bocca di tutti è uno solo, il coronavirus. Amici scherzano tra di loro sulla distanza da mantenere: “Stammi a tre metri di distanza” o “Non ti avvicinare troppo al bancone altrimenti ti fanno la multa”. Una mamma rimprovera il figlio appena uscito di casa, perché ha mangiato senza essersi lavato prima le mani.

A sentirsi più esposti sono i commessi, muniti di guanti usa e getta, dei supermercati, come il Conad in via Raffaello, che per precauzione ha attaccato del nastro adesivo a terra, vicino alle casse, per far rispettare la distanza di sicurezza tra le persone. Molti infatti continuano a non farci caso e vengono subito ripresi dalla cassiera: “Ragazzi, non così vicini”. Servito un cliente, si disinfetta subito la cassa e il nastro trasportatore.

Conad in via Raffaello

La Coal, all’interno del centro commerciale “Consorzio”, è stato uno dei primi a offrire la consegna gratuita della spesa a domicilio. “Lo abbiamo fatto per aiutare in primis gli anziani, ma anche chi ha difficoltà a spostarsi – spiega il direttore Paolo Dottori – e infatti sono proprio gli anziani ad aver aderito maggiormente all’iniziativa. Riceviamo tra le 15 e le 20 telefonate al giorno, anche per pochi prodotti e non solo per spese abbondanti, che sono state davvero poche”.

Tra i pochi studenti fuori sede rimasti c’è anche chi ha voglia di mettersi a disposizione della città che negli ultimi anni li ha accolti. È il caso di tre coinquilini, Margherita, Matteo e Giovanni, che tra una lezione online e qualche ora di studio sono pronti ad aiutare chi ne ha bisogno consegnando a domicilio – con le dovute precauzioni – ciò che serve. “Abbiamo lasciato i nostri numeri di telefono a farmacie e supermercati, ma non vogliamo in  nessun modo sovrapporci alla Protezione civile, che fa un lavoro impeccabile. Siamo disponibili per le piccole cose”.

Matteo, Margherita e Giovanni

Nella piazza centrale arrivano ancora i corrieri, ma uno di loro dice: “Si tratta di un rischio inutile, anche perché gli ordini sono pochi, preferirei non lavorare domani”.

Le uniche file, fatte per non affollare troppo i locali, sono quelle fuori dalle farmacie, che continuano ad avere clienti. Nella “Ricciarelli” continuano a mancare Amuchina per le mani e mascherine, un nastro segnaletico fissa la giusta distanza tra la gente e il bancone.

Scorte di gel disinfettante e di dispositivi di protezione mancano anche nella farmacia “Lamedica”, dove però i titolari indossano mascherine: “Sono le stesse da troppo tempo”.

Farmacia

Tutti chiusi gli hotel della città. Le porte dell’albergo “Italia” sono serrate con un catenaccio, dall’altra parte del vetro un’addetta alla reception dice: “Non abbiamo nessuna prenotazione, molti turisti hanno disdetto anche per aprile e maggio”. Lo stesso nell’hotel “Raffaello”, dove per trovare le prime prenotazioni “superstiti” bisogna arrivare a metà luglio.

“Sono di Urbino e ho lavorato per più di 40 anni in università, ma non ho mai visto la città così vuota, neanche con tre metri di neve”, racconta preoccupato Raffaello Zeppi, staccandosi dalla sua comitiva di amici. “Questo è un problema grosso – dice allontanandosi – sperem ben!”.

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