11 settembre: 20 anni dopo, l’avvocato durantino che doveva andare a lavorare nelle Torri

di CECILIA ROSSI

È l’11 settembre 2001. Gli occhi increduli di un giovane avvocato fissano, sullo schermo della tv dell’ufficio, la scena di un aereo che si schianta contro una delle torri gemelle. Proprio quella torre nord in cui, qualche giorno dopo, sarebbe dovuto andare a lavorare al 53° piano.

Quel lavoro a New York

Lorenzo Bacciardi è nato e cresciuto a Urbania ed è oggi socio e co-direttore dello studio legale Bacciardi and Partners di Pesaro. Dopo la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Urbino, Bacciardi si trasferisce negli Stati Uniti nell’agosto del 2000, per frequentare un master in Diritto del commercio internazionale in Pennsylvania, presso la Temple University School of Law di Philadelphia. “Mi sono laureato a maggio 2001 e a giugno ho iniziato a lavorare per la ‘Erb Law Firm’, sempre a Philadelphia. Al tempo dovevo fare pratica professionale e finii per fare un colloquio presso uno studio legale di New York, che andò molto bene. A settembre ero pronto a trasferirmi per andare a lavorare al World Trade Center”.

La torre fumante

I piani di Bacciardi, che allora aveva 26 anni, sono però cambiati drasticamente nel giro di una mattinata. “Quel giorno ero ancora in Pennsylvania e sono andato al lavoro come qualunque altra volta. Sono salito sull’autobus che, da mesi, mi portava in ufficio e proprio lì ho saputo della notizia dello schianto dell’aereo contro la prima torre. Erano circa le 8.50 del mattino. Quando sono salito nello studio ho visto tutti i miei colleghi incollati davanti al televisore. Ricordo la voce del giornalista che stava dando la notizia dell’attacco e le immagini della torre fumante. La torre dove sarei andato a lavorare”.

“Sembrava di stare in un film”

Lo shock è stato ancora più forte quando Bacciardi ha assistito al secondo schianto, questa volta in diretta. “Dall’arrivo del secondo aereo in poi c’è stato un momento in cui nessuno, in ufficio, riusciva a capire cosa stesse succedendo. Sembrava che fossimo stati catapultati in un film americano” racconta a Il Ducato. “Il mio primo istinto è stato provare un forte senso di incredulità. A poco a poco, poi, mi ha investito una sensazione di vulnerabilità, perché non era possibile che una cosa così inimmaginabile succedesse davvero, senza che venisse fermata in alcun modo”.

Il ritorno a casa

Insieme ai suoi colleghi,  Bacciardi ha assistito al collasso delle due torri e al frantumarsi di quel ‘suo’ 53° piano. Messo da parte qualunque impegno ordinario o lavorativo per quel giorno, si aspettava che riprendessero i trasporti per potere tornare nelle proprie case. “Tutto era bloccato: metropolitana, autobus, taxi. Le autorità avevano dato ordine di far atterrare tutti gli aerei in volo e ce n’erano ancora due che sorvolavano la Pennsylvania”. Uno di quelli era lo United Airlines 93, l’ultimo dei quattro Boeing dirottati quel giorno, che andò a schiantarsi in un campo vuoto a 300 km da Filadelfia, ma che i dirottatori avrebbero voluto portare su Washington.

“Nel giro di tre ore dal crollo dell’ultima torre, avvenuto intorno alle 10.30, i trasporti hanno ripreso triplicando i numeri delle corse. Si voleva fare in modo che il maggior numero di persone potesse rientrare a casa. I luoghi di lavori non erano più percepiti come sicuri e si cercava di evacuare tutti nel minor tempo” continua il racconto di Bacciardi. “Per me quella giornata è finita lì. Non si pensava ad altro e non si riusciva a fare altro”.

La paura di vivere

Bacciardi ha deciso di rimanere fino al 2002 in America, per completare il proprio ciclo professionale nell’ufficio di Filadelfia. Il ricordo dei mesi successivi all’11 settembre è velato da una patina di angoscia che investiva anche i gesti più quotidiani. “Sembrava impossibile che fosse successa una cosa del genere negli Stati Uniti, un Paese famoso per la sua libertà di muoversi, di fare, di lavorare. Le aziende sono entrate dopo poco in una grave crisi, assumevano sempre meno e si guardava con sospetto chiunque avesse nome e cognome straniero”.

Parla di una situazione di terrorismo psicologico difficile da sostenere. “Era il periodo in cui pensavi che potesse arrivarti nella buca delle lettere una busta con dentro delle spore di antrace, sotto forma di polvere”. Se inalato, l’antrace provoca un’infezione che porta a problemi respiratori e anche alla morte. Tra il settembre e l’ottobre 2001, in America 17 persone sono state avvelenate e 5 sono decedute per colpa di queste buste. Bastava semplicemente aprire la lettera con le proprie mani.

Sembra ancora “inconcepibile”

Nonostante il pesante clima di diffidenza, Bacciardi ha continuato lì la sua vita, tornando in Italia solo un anno dopo gli attacchi a New York. Quello che rimane di quei giorni è ancora un forte senso di spaesamento: “Sembra ancora tutto inconcepibile. Le valigie erano quasi pronte e non sono mai partito per quel lavoro al 53° piano. Quando ci ripenso sento ancora un grande shock”.

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