Celeste e Caterina in Scozia tra Brexit e Covid: “Mancava anche il latte per i milkshake”

Celeste Prussiani (a sinistra) e Caterina Miccoli (a destra) in un bar a Edimburgo
di CECILIA ROSSI

URBINO – A Edimburgo, la mattina presto, quando Celeste e Caterina escono per andare a lavorare, le strade sono piene e di tanto in tanto ci si deve stringere contro i muretti o i cancelli per passare sul marciapiede senza urtare gli altri passanti. La città, a fine settembre, è di nuovo viva e pulsante, dopo i tanti mesi di strade spopolate e di parchi silenziosi. Nello stesso periodo in cui si riempiono le vie, si svuotano però gli scaffali con le scorte di ristoranti e supermercati. E per colpa della Brexit finisce anche per mancare il latte per i milkshake.

Un aereo per la Scozia

Celeste sta camminando lungo la strada per raggiungere il McDonald in cui lavora come responsabile dei turni. Sopra la divisa indossa una felpa per tenersi al caldo e la abbandonerà di lì a poco in un angolo dell’ufficio per controllare l’andamento degli ordini e il lavoro dei suoi colleghi. Celeste Prussiani è nata e cresciuta a Fossombrone e dopo gli anni del liceo, al classico “Raffaello” di Urbino, è salita a 19 anni su un aereo per la Scozia.

Oggi ha 23 anni, compiuti l’aprile scorso, e raccontando dei tanti pensieri ricevuti per il suo ultimo compleanno, dice scherzando: “Il regalo più grande sono state le correzioni della tesi del mio relatore”. Celeste si è laureata a giugno a pieni voti in Informatica all’Università Napier di Edimburgo, che ha frequentato per i quattro anni di bachelor degree, e dove ha deciso di proseguire gli studi per la magistrale, che, diversamente da quanto accade in Italia, dura solo un anno.

La cerimonia mancata

“È stato un enorme sollievo laurearmi: in primavera lavoravo, studiavo e scrivevo la tesi, stavo impazzendo. È stato molto deludente, però, scoprire che non ci sarebbe stata nessuna cerimonia di laurea all’università, come avviene sempre qua all’ultimo semestre”. Nel Regno Unito infatti c’è la “graduation ceremony”: tutti i laureandi di una facoltà si presentano lo stesso giorno in ateneo, si indossa una toga e un tocco sopra la testa e si riceve in mano, davanti ad amici e parenti, una pergamena che segna ufficialmente l’entrata nella categoria dei “dottori in”. Nulla di tutto questo lo scorso giugno, a causa delle misure restrittive introdotte dal governo britannico per scongiurare la pandemia.

Amiche, inquiline, colleghe

Per mantenersi negli studi ha iniziato subito a lavorare al McDonald. “È stato difficile all’inizio abituarsi all’accento scozzese mentre prendevo gli ordini. Dopo un po’ ho iniziato a capire, ma adesso con le mascherine è peggio di prima, non si capisce più niente”.
Insieme a lei lavora Caterina Miccoli, 24 anni, nata e cresciuta a Urbino, dove si è laureata, anche lei a pieni voti, in Lingue e letterature straniere alla ‘Carlo Bo’. Da un anno Caterina vive in Scozia, in una casa che condivide con Celeste nel quartiere ovest di Gorgie. Si collegano in videochiamata con Il Ducato dal loro salotto con alte pareti bianche illuminate dal poco sole rimasto della giornata, in contrasto con la moquette grigia che ricopre il pavimento.

Niente più latte e succhi

Al lavoro tiene i capelli scuri fissati dietro il cappellino d’ordinanza, dove campeggia la proverbiale M gialla della multinazionale. Racconta a Il Ducato di una piccola stranezza accaduta di recente: “Per due settimane, a inizio settembre, non abbiamo più ricevuto consegne di latte e succhi dai fornitori al McDonald. Ha significato eliminare completamente gelati, milkshake e altre bevande dal menù. Quando i clienti ci chiedevano quando sarebbero tornati questi prodotti, non sapevamo che dire”.

La Brexit come tabù

Aggiunge Celeste: “Non solo qua al lavoro. Anche nei supermercati, in quel periodo, è mancato il latte e pure la carne era di meno. Non credo sia solo per colpa del Coronavirus, che ha costretto in casa i lavoratori malati, come mi hanno riferito i miei capi. Penso c’entri qualcosa anche la cattiva gestione dei nuovi accordi commerciali dopo la Brexit. Ma qui al lavoro, dove oltre a noi ci sono altri stranieri, è un argomento tabù. D’altronde, pure nei sondaggi la popolazione si era completamente spaccata nel 2016 e non vogliamo scatenare una lite”. Ora i prodotti mancanti sono tornati, ma chissà per quanto. The Guardian, uno dei maggiori quotidiani inglesi, ha reso noto in un articolo che la scarsità di certi prodotti sarebbe riconducibile a fattori dovuti alla Brexit, alla pandemia e a una mancanza di componenti provenienti dalla Cina.

Una città “che non sembrava più la stessa”

Caterina e Celeste hanno trascorso la scorsa estate in Italia, a trovare amici e parenti, e anche a vaccinarsi. Quando sono partite, a giugno, non era ancora possibile farlo per la loro fascia età in Scozia. Ottenuto entrambe il green pass, non ci hanno fatto molto. Nessun controllo lassù per ora, ma la prima ministra scozzese ha annunciato che dal 1 ottobre verrà introdotto il “Covid-passport”, un certificato analogo al Green pass italiano, per poter accedere a determinati luoghi pubblici.

Mentre dal 19 luglio infatti nel resto del Regno Unito non esiste più alcun obbligo di indossare la mascherina negli ambienti pubblici al chiuso, neppure sui mezzi di trasporto, in Scozia il governo ha deciso di mantenere l’obbligo in tutti gli spazi chiusi. “Ma vediamo continuamente molte persone che la tolgono senza problemi, anche i nostri clienti” dice Celeste.

“È stato abbastanza scioccante per me: sono andata per la prima volta in Scozia nel settembre 2020 e l’inverno seguente siamo costretti a stare chiusi in casa, uscendo solo se necessario, sempre con la mascherina addosso” commenta Caterina, “tornare e ritrovare bar e pub pieni di persone, senza alcun distanziamento, mi ha catapultato in una città che non sembrava più la stessa”.

“Ma non ci toglieranno mai la libertà!”

Terminato il turno della giornata, ci si organizza coi colleghi per uscire la sera. “I club hanno tutti riaperto” spiega Celeste “e prima della pandemia ci andavo spesso a ballare, ma adesso non me la sento. I ragazzi di qui non sembrano preoccupati: tanti di loro hanno già avuto il Coronavirus e vogliono essere liberi come gli altri abitanti dello Uk”.

Mentre gli scozzesi cercano di ritrovare la loro libertà perduta, molti europei invece si trovano sempre più accerchiati dalle maglie stringenti della Brexit. “Una mia amica sarebbe dovuta venire a fare la ragazza alla pari in Inghilterra questo autunno, ma il visto lavorativo, per chi viene dall’Unione, è concesso solo se si hanno parenti o se si è trascorso almeno un mese nel Regno Unito nel 2020. Alla fine andrà in Irlanda”.

Spiragli di normalità

Con settembre anche le lezioni a scuola e all’università ripartono, in un misto di slancio e preoccupazione. “Quello che frequento è un piccolo ateneo e i nostri professori hanno avuto ordine di tenere online tutte le lezioni che contino più di 40 studenti. Per fortuna ho corsi con classi da 10, anche meno persone, in magistrale” racconta Celeste, “ora tre quarti delle lezioni sono in presenza”.

Da qualche settimana, Caterina prende parte, ogni martedì, a un corso di teatro serale.  Ha dovuto aspettare ben 12 mesi per poter essere certa di frequentarlo dal vivo, a contatto con gli altri attori e non attraverso uno schermo. “Non siamo costretti a tenere la mascherina durante le prove” spiega, “siamo sempre ben distanziati e al centro del cerchio che formiamo durante gli esercizi si trova sempre un gel con cui disinfettarsi se usiamo degli attrezzi di scena” e conclude, con un sorriso carico di speranza, “il teatro è una disciplina che ha bisogno di presenza ed energia, che può nascere solo dalla condivisione. Piano piano ci stiamo tornando”.

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