Emilio Isgrò: “Il ruolo dell’artista è navigare la società fuori dalla crisi”

(foto di Lorenzo Palmieri)
di CECILIA ROSSI

URBINO – “La parola è tutto”. A dirlo è l’uomo che ha ‘cancellato’ parti della Costituzione italiana, dei Promessi sposi, della Divina commedia. Emilio Isgrò può essere definito in tanti modi: artista concettuale e padre della cancellatura, una tecnica che consiste nel coprire con spesse linee nere parti di un testo per sottolineare la potenza della parola. Ma anche pittore, poeta, scrittore, drammaturgo e regista. Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1937, a partire dagli anni ‘60 ha iniziato un percorso che l’ha portato ad essere uno dei nomi dell’arte italiana contemporanea più conosciuti al mondo.

Nel 1956 ha deciso di trasferirsi a Milano lasciando la Sicilia. Pensa che per un artista sia necessario trasferirsi in una città già prolifica dal punto di vista artistico o che ci sia della forza nel provenire dalla provincia?

In quel periodo, quando avevo vent’anni, andare a Milano era una scelta “naturale”, è lì che stava il grosso dei circoli intellettuali e generalmente ci si muove dove c’è il mercato, anche se un artista deve sempre essere pronto a muoversi. Provenire dalla provincia arricchisce perché si ha sempre un posto in cui fare ritorno, dove riportare la propria esperienza artistica e personale. Tuttavia, il termine “provincia” non è più consono perché ci sono sempre più ‘capitali diffuse’, anche lontane dai centri. Una è proprio Urbino, carica di storia e di voglia di partecipare al dibattito culturale, come accade al Festival del giornalismo.

L’artista Emilio Isgrò. A destra il direttore di Palazzo Ducale Peter Aufreiter. A sinistra Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini

Spesso si discute sull’impegno etico e politico dell’opera artistica. Quale pensa sia il ruolo dell’artista nella società e per la società?

Il ruolo dell’artista è tenere saldo il timone e navigare la società in un momento di crisi, come questo. Non solo per la pandemia, è una crisi che nasce da più lontano e che si sta palesando ora, che ha portato molta ricchezza e allo stesso tempo molta povertà nel mondo. E tanto inquinamento: nella crisi climatica gli artisti dovrebbero prendere coscienza del mondo inquinato e produrre meno e meglio. Occorre un’opera di rieducazione degli artisti, affinché si rendano conto della loro responsabilità, così che loro stessi possano rieducare le persone. L’artista deve sempre stare dalla parte dell’umanità, dei più deboli e lottare per un pianeta più abitabile. Un romanzo, un quadro, un sonetto altro non sono che la rappresentazione della fragilità che si fa forza.

Cosa l’ha spinta a passare dal lavoro giornalistico degli anni ’60 alle prime opere con la tecnica della cancellatura?

La cancellatura è nata da una riflessione del significato della parola nel pieno della società mediatica del secondo Novecento, quella della pop art e del boom della televisione, sotto la piena egemonia culturale americana. Per me abbandonare il giornalismo militante, che proseguo ancora oggi ma solo saltuariamente, è frutto della necessità di una scelta: ho dato più spazio all’arte rispetto alla scrittura perché era più autentica, anche se ho continuato con libri di poesie e romanzi. Avevo bisogno di fotografare la realtà.

Le parole sono un tema cardine delle sue opere. Qual è secondo lei il valore della parola oggi?

Ha un valore assoluto. Le religioni, che fanno ancora grandemente parte delle nostre vite, raccontano che “in principio fu il verbo”. Questo spiega che la creatività umana si è sempre espressa attraverso il pensiero verbale. La parola è tutto per noi. Ma non significa che dobbiamo considerare la cappella sistina meno della Divina Commedia perché anche l’arte visiva riflette il pensiero: le opere del Rinascimento ne sono il più grande esempio. Per quanto riguarda i cittadini, le parole pubbliche sui social sono un male solo se gli strumenti sono usati male. Come la menzogna, che non è intrinsecamente sbagliata perché può essere anche usata a fin di bene, come fa l’artista quando vuole veicolare un messaggio.

Qual è il futuro dell’arte concettuale in Italia?

L’arte è tutta concettuale. Un artista come Francis Beacon, che è un figurativo, non è meno concettuale di altri. L’arte strettamente concettuale però ha un limite: non è efficace. In futuro si andrà probabilmente verso una maggiore incisività visiva, perché al di là del messaggio, penso che sia importante avere un impatto iconico che non sempre l’arte concettuale ha. È stata utile al suo tempo, che ora credo sia finito: dopo 50 anni è arrivato il momento di voltare pagina.

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