Università di Urbino: in vent’anni i numeri sorpassano le lettere. Ilvo Diamanti: “Bo lo aveva capito”

di ENRICO MASCILLI MIGLIORINI e STEFANO SCIBILIA

URBINO – A Piazza Rinascimento c’è un Nmr, un apparecchio per sondare la risonanza magnetica nucleare. È al piano terra del Dispea, il Dipartimento di scienze pure e applicate, e nella scuola di farmacia ha una stanza tutta per sé. “Soltanto accenderlo costa 15.000 euro, per farlo funzionare circa 400.000 all’anno”, dice sorridendo il prorettore vicario Vieri Fusi, chimico fiorentino arrivato a Urbino nel 1995. Questa macchina che lavora 24 ore su 24 viene usata da tanti gruppi di lavoro del dipartimento di chimica. È uno dei simboli del cambiamento che ha vissuto l’università di Urbino dal 2001. L’altro più recente è lo studio del ricercatore Mattia Paolo Aliano, inventore del Csa System, il primo sistema di sanificazione anti-Covid per treni.

Prima la fama dell’Ateneo si fondava su Carlo Bo. Lo ricorda anche il professore Ilvo Diamanti, in una nota inviata a Il Ducato. “Di  fatto, Carlo Bo ha contribuito alla mia scelta di Urbino come sede prioritaria. Il rettore, infatti, ha modellato la città intorno all’università, che ha concepito come cuore e anima della città. Bo, d’altra parte, viveva a Urbino”. L’Università come unica maniera per far vivere una città-museo, come scrive lo stesso Bo in una nota del 1996: “Soltanto quando ci sono gli studenti Urbino sembra respirare e allontanare lo spettro della più desolata solitudine”. Perché solo una “collaborazione spontanea fra una città monumentale e una popolazione di giovani lascia intendere in che modo si deve  pensare alla cultura”, ricorda ancora Diamanti.

Vent’anni da Carlo Bo

“Dopo vent’anni è cambiato tutto”, dice il professor Orazio Cantoni, che a Urbino ha studiato, è diventato docente e poi preside della facoltà di Farmacia. È prorettore alla ricerca e dirige il dipartimento di scienze biomolecolari. Per dare la misura di come siano cambiati i gusti degli studenti in fatto di percorsi di studi, dice che “chimica e tecnologia farmaceutica e scienze biologiche chiudono le iscrizioni 15 giorni dopo che le aprono, le facoltà umanistiche prorogano fino a ottobre-novembre”. “Nel 2001 l’università viveva della gloria di Bo e quando ti fai un nome campi di rendita. Le facoltà scientifiche erano poche e poco attrattive, solo Farmacia, fondata nel 1860, aveva una sua storia. Gli altri dipartimenti sono più recenti” continua Cantoni. Il Dispea e quello di scienze biomolecolari sono attivi dal 2014. Scienze motorie nasce nel 2004 da un istituto superiore e sono i corsi che attraggono di più. “In vent’anni la formica è diventata elefante”, dice Cantoni.

Il professore Vieri Fusi davanti la sede del rettorato in Via Saffi

“Non sono certo che Carlo Bo, oggi, riconoscerebbe la città. La ‘sua’ città” conferma Diamanti. “Comunque Bo aveva fiutato questo cambiamento e non lo aveva ostacolato”. Già negli anni 70, continua Diamanti al telefono, “scelsi Urbino perché era l’unica università, con Trento, ad avere una facoltà di sociologia. Carlo Bo aveva intuito che le scienze sarebbero state il futuro e negli anni ’90 accompagnò questa mutazione”. Questa avviene sullo sfondo di un numero di iscritti che cala dai 22.121 del 2001 ai 15.278 del 2021.

“Ci sono anche meno fuoricorso”, commenta Fusi. Intanto anche i fondi si spostano dall’umanistico verso lo scientifico, in tendenza con il mercato del lavoro e col Pnnr, che stanzia 11,44 miliardi per la ricerca scientifica. Una spinta che inizia nei primi anni 2000 e si certifica con la crisi del 2008-2011, in coincidenza col calo degli studenti greci, i più colpiti dalla crisi. Per il resto, dal 2001 a oggi il numero di iscritti stranieri è stato sempre stabile, mantenendosi sulle 800 immatricolazioni annuali e con le donne sempre in testa. Donne prime anche tra gli stranieri laureati, anche se solo uno su otto si laurea in tempo. Secondo l’ufficio statistico universitario solo il 10% degli stranieri completa il ciclo di studi, mentre il 60% decide di rientrare al suo Paese di origine.

“Non è stato facile gestire questo cambiamento, in questo è stato essenziale il rettore ed è qui che si nota l’impronta di Carlo Bo”. Vieri Fusi parla dell’università come di una famiglia, in cui il rettore è un po’ padre che educa all’equità più che all’uguaglianza. Costa di meno rifornire una biblioteca, anche se nuova come il polo di San Girolamo, rispetto all’acquisto di macchinari per la ricerca scientifica. “In un primo momento è stato difficile per gli umanisti accettare questo cambio, ora scienza e lettere dialogano come nel Rinascimento” – dice Fusi.

Per arrivare a questo punto si è superato un periodo in cui i finanziamenti per l’area scientifica erano legati all’iniziativa personale. “Ricordo la mia conversazione più lunga con Carlo Bo”, dice Cantoni “entrai in rettorato e chiesi dei fondi per visitare un’industria farmacologica. Iniziai con un lungo discorso sull’importanza della ricerca scientifica ma lui mi fermò dopo due parola e disse: ‘quanto vuoi?’”.

Erano i tempi dell’università privata, Bo fu rettore per 53 anni e quando lo riconfermavano i professori si commuovevano, mentre lui con un gesto gli indicava la porta, senza staccare gli occhi dal libro. Per arrivare a una continuità degli stanziamenti all’area scientifica bisogna passare per la stroncatura dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur): “Un vero schiaffo”, ricorda Fusi. “Nel periodo di passaggio tra gli istituti e i dipartimenti”, continua, “una professoressa disse che la didattica è un obbligo, la ricerca no”. Da allora si è iniziato a pensare alla qualità più che alla quantità e si è allungato l’orizzonte fino all’America. Solo così Urbino è entrata con Gianluca Guidi, Filippo Martelli e Andrea Viceré nel gruppo Virgo, che ha “visto” le onde gravitazionali, ricevendo il Breakthrough Prize per la fisica a San Francisco nel 2016.

“Rispetto a quando mancavano le strutture lo stacco è enorme. I nuovi laboratori del polo Enrico Mattei faranno la vera differenza, con i ricercatori che potranno lavorare insieme. L’università sta lavorando in questo senso, guardando al 2023”.

About the Author

Enrico Mascilli Migliorini
Irpino innamorato del mare parlo solo e volentieri di musica. Nasco nel 1994 e mi laureo in Storia con una tesi sulla censura e il primo catalogo dei libri proibiti nella triennale a Firenze. Nella tesi di laurea magistrale a Bologna studio il popolo rom, detto zingaro, diventato parte integrante della mia vita soprattutto grazie al progetto CNR-UE Municipality 4 Roma.

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