Nobel per la pace 2022: premiati dissidente bielorusso e due Ong, una russa e una ucraina

di ALICE TOMBESI

URBINO – Ironia della sorte vuole che allo scoccare del settantesimo compleanno di Vladimir Putin, il Nobel per la Pace venga assegnato all’organizzazione umanitaria russa Memorial, all’ucraino Center for Civil Liberties e all’attivista bielorusso Ales Bialiatski. Ad accomunarli, secondo l’accademia svedese, è la promozione del “diritto a criticare il potere”.

Per la seconda volta consecutiva è stato premiato chi si oppone alla violazione dei diritti umani in Paesi dell’ex sfera sovietica. Solo lo scorso anno, infatti, il premio per la Pace andava – oltre che alla giornalista filippina Maria Ressa – al direttore del quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta, Dmitri Muratov, uno dei pochi baluardi della libertà d’espressione rimasti in Russia e oggi costretto alla chiusura.

NOBEL PER LA PACE 2021 – La libertà d’espressione vince sulle democrature 

Memorial, il presidente italiano Gullotta: “Mentre parliamo un’altra sezione dell’ong viene chiusa”

“È una notizia importante che arriva dopo un anno di grande sofferenza e difficoltà – dice al Ducato Andrea Gullotta, presidente di Memorial Italia – un anno in cui abbiamo dovuto affrontare tantissimi problemi, in cui abbiamo visto i nostri colleghi russi sottoposti a pressioni e soprusi”. L’associazione Memorial è nata nell’Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta per promuovere la ricerca storica e tutelare la memoria delle vittime dello stalinismo. Dal 1988 ha raccolto testimonianze e documenti sulle vittime e sui loro carnefici, creando un grande archivio popolare. Dopo il 1991 Memorial ha spostato l’attenzione sulla contemporanea violazione dei diritti umani in Russia. Così gli attivisti dell’organizzazione hanno coperto la guerra in Cecenia alla fine degli anni Novanta e hanno creato altre sedi in tutto il territorio russo e al di fuori.

Recentemente, però, il Cremlino ha deciso di chiudere i due rami principali dell’Ong, Memorial Internazionale e il Centro per i diritti umani di Memorial: “Ci sono altre associazioni regionali in altre parti della Russia che continuano a operare e che chiaramente nelle condizioni attuali hanno avuto sempre più difficoltà – continua Gullotta – questo premio ci espone a una dimensione un po’ più universale, però in Russia continuano le repressioni e in questo momento, mentre stiamo parlando, è in corso una seduta del tribunale per chiudere la sede che ospita gli archivi di Memorial”.

Poco più in là, invece, a qualche chilometro dal confine con la Russia c’è una guerra in corso. L’Ucraina, sotto attacco dallo scorso 24 febbraio, invasa e attaccata dalle truppe di Putin, resiste avanzando anche in quei territori del Donbass recentemente riannessi alla Federazione Russa con un referendum farsa. E alla tenacia con cui gli ucraini rimangono aggrappati alla sovranità del proprio Paese, l’accademia svedese ha voluto affidare il più alto dei riconoscimenti. Il Center for Civil Liberties è una Ong ucraina con base a Kiev fondata nel 2007 e dedita alla documentazione di crimini di guerra, abusi sui diritti umani e di potere e si tratta della prima organizzazione ucraina a ricevere un Nobel per la Pace.

Pace dietro le sbarre: il premio al bielorusso in carcere Ales Bialitsky

E sempre a pochi chilometri da Kiev c’è una dittatura satellite a quella di Putin che da anni reprime la libertà dei suoi cittadini. Nel 2020 la Bielorussia ha vissuto una fase di ribellione al potere di Lukashenko dopo la speranza – spenta in poco tempo – di poter sostituire “l’ultimo dittatore d’Europa” con una leader democratica, Svetlana Tikhanovskaya, attraverso elezioni. Due anni dopo, il Paese si ritrova con centinaia di dissidenti in prigione, un leader rimasto aggrappato al potere con brogli elettorali e una leader d’opposizione costretta all’auto-esilio in Lituania. Ma anche da dietro le sbarre un dissidente politico bielorusso è riuscito nel suo messaggio, ottenendo il premio per la Pace. Si chiama Ales Bialiatski, in prigione dal 2020 quando ha preso parte alle manifestazioni contro le elezioni truccate di Lukashenko. Sessanta anni, Bialiatski è il fondatore del Centro per i diritti umani Viasna (Primavera), nato nel 1996. Dalla metà degli anni Ottanta, ha condotto diverse campagne non violente e apartitiche per sostenere le libertà e si è sempre impegnato contro la pena di morte e la liberazione dei prigionieri politici. “È stato incarcerato dal 2011 al 2014. A seguito di manifestazioni su larga scala contro il regime nel 2020, è stato nuovamente arrestato. È ancora detenuto senza processo” scrive il Comitato del Nobel spiegando il motivo del premio a Bialiatski e ne richiedendone il rilascio.

“Anche dal carcere è riuscito a combattere per la nostra democrazia” dice al Ducato Yuliya Yukhno Tarasevich, attivista bielorussa costretta a scappare dal suo Paese perché dissidente del regime di Lukashenko e oggi rifugiata politica in Italia. L’epilogo della sua storia sarebbe simile a quello di Bialiatski se tornasse in Bielorussia. “Mi hanno arrestata due volte perché sono scesa in piazza per chiedere di vivere in un Paese più democratico – dice Tarasevich – se tornassi oggi sarei costretta al carcere per cinque anni”. Dalla Toscana, però, questa attivista continua a tenere viva l’attenzione per la situazione delicata che vive il suo Paese: “La repressione sta aumentando. A volte ho l’impressione che la Bielorussia sia come un grande carcere ma siamo nati in questo tempo quindi dobbiamo continuare a combattere, vincere e alla fine tornare a casa”.

L’attivista bielorussa Yuliya Yukhno-Tarasevich sul suo profilo Instagram

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