di CHRISTIAN REGIS
URBINO – Arte e filosofia si incontrano all’interno della mostra Vertigine dell’artista Pico Romagnoli, inaugurata il 31 gennaio alla Galleria civica Albani di Urbino. L’artista, nato a Senigallia e laureato in Filosofia nella città ducale, presenta una selezione di opere interamente dedicata al vuoto e allo stretto rapporto che lega opera d’arte e spettatore. Durante l’inaugurazione la percezione è di non trovarsi all’interno di una galleria comunale ma tra i muri di un’aula universitaria. Romagnoli per tutto l’evento non sveste mai i panni di artista ma li completa con quelli di filosofo: il pennello in una mano e un libro di Jacques Lacan nell’altra.
Tra le numerose opere esposte, una delle più discusse è Globalizzazione. “L’opera – spiega l’artista – è una critica profonda al capitalismo. Infatti, si può notare come all’interno del codice a barre tutti i numeri che lo compongono siano zero”. Si tratta, in sostanza, della negazione stessa del sistema capitalista.
Davanti all’opera, una statua composta interamente da una rete metallica permette all’occhio dello spettatore di attraversarla, dando forma al “vuoto”, tema cardine di tutta la mostra. “L’opera rappresenta la voragine interiore dell’uomo moderno. Averla posta di fronte all’emblema del capitalismo non è casuale, ma una scelta voluta” Spiega Romagnoli.

L’idea al centro della mostra
Al centro della ricerca di Romagnoli non ci sono oggetti, bensì l’enigma della “Cosa” (la Chose), il concetto cardine della psicanalisi di Lacan.

A confermare questa tensione filosofica è Maurizio Cesarini, docente all’Accademia di belle arti di Urbino, che durante la presentazione sostiene: “È impossibile non scorgere un collegamento diretto con il pensiero lacaniano”. Ma di cosa parliamo quando evochiamo la “Cosa”? Non è l’oggetto tangibile, la mela o il dispositivo tecnologico che stringiamo tra le mani; è, al contrario, un vuoto assoluto. È quel punto di ‘niente’ attorno al quale orbita l’intero sistema dei nostri sogni e desideri.
L’allestimento sembra voler dare corpo proprio a questo vuoto. Romagnoli non dipinge ciò che manca, ma la mancanza stessa, rendendola visibile. Il vuoto che Romagnoli vuole rappresentare è lo stesso che i numerosi spettatori presenti provano mentre guardano i quadri con la mano destra sul mento e l’espressione concentrata.

L’artista e Urbino
Nel corso dell’inaugurazione l’artista gira per le gallerie come un moderno Aristotele parlando con la gente, stringendo mani e spiegando a chiunque lo chieda il significato delle opere. Tra una lezione e l’altra l’artista parla al Ducato del suo rapporto con la città ducale: “Sono molto grato ad Urbino e a chi mi ha accolto. Questa è una città elettiva per me, qui mi sono laureato. Urbino è una città mitica, una città di cultura in cui si continua ad essere giovani”. L’artista si sofferma poi sul motivo che spinge a creare opere artistiche: “Non si fa arte per vendere, ma per comunicare. La comunicazione è alla base dell’essere umano, io comunico con l’opera e l’opera comunica con lo spettatore”.
In conclusione, l’attenzione si sposta sul titolo della mostra, Vertigine, che per Romagnoli rappresenta il fulcro dell’esperienza: “È il senso di disorientamento che si prova davanti all’opera. Lo spettatore deve avere la sensazione di cadervi dentro, stabilendo con essa una relazione profonda”.




