di ELISA MATTA ed EMANUELE DONATI
URBINO – “Pensavo che fosse uno scherzo”. Così Geppi Parenti, 87 anni, il podista che per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 portò la torcia olimpica per le strade di Urbino al cospetto di Palazzo Ducale, racconta al Ducato il momento in cui il Coni lo incaricò di fare il tedoforo.
Entrare in casa di Geppi è come entrare in un museo. Tutto è preziosamente catalogato, ogni ricordo è custodito in varie forme: album di fotografie, articoli di giornale che parlano di lui (c’è anche una pagina del Ducato), videocassette, coppe e medaglie vinte nella sua carriera da podista, ma soprattutto la fiaccola olimpica, i guanti e la tuta indossata quel gennaio di venti anni fa. Geppi la indossa ancora a favore di telecamere, con il sorriso e la consapevolezza dell’importanza che questi simboli rivestono. “Le Olimpiadi sono il momento in cui atleti di tutto il mondo gareggiano e formano insieme un rapporto umano, non di guerra. Ma d’amore”.

Dalle medaglie appese al muro si riconosce quanto la passione per lo sport abbia portato Geppi a conoscere il mondo: su una di esse c’è scritto New York Marathon ’96, ma quella più preziosa e a cui lui è più legato è quella ottenuta nel 2008, a 69 anni, correndo la 100 chilometri del Sahara. “La cosa peggiore era il freddo durante la notte”, ricorda. “Un giorno mi svegliai ma non riuscivo ad aprire gli occhi, la sabbia del deserto mi aveva completamente incollato le palpebre. La notte dopo, mi coprii il viso con le mie mutande.”

Geppi segue tutti gli sport e naturalmente queste Olimpiadi invernali, tornate in Italia, a Milano a Cortina, a distanza di due decenni, non fanno eccezione. “Portare la torcia anche quest’anno? Vorrei vedere chi rifiuterebbe. Non ho fatto domanda, ma se me lo avessero chiesto di nuovo l’avrei portata volentieri”.
