Urbino, a processo per maltrattamenti alla figlia. “Se ti vuoi suicidare, buttati dal balcone”

Ingresso del Tribunale di Urbino, in via Raffaello
di CHRISTIAN REGIS

URBINO – “Adesso va tutto bene. Lui è cambiato” racconta la ragazza di 20 anni originaria del Marocco davanti al tribunale collegiale di Urbino. Poco prima però aveva risposto alle domande della Pm Simonetta Catani e riferito dei maltrattamenti fisici e psicologici subiti negli anni dal padre. E di frasi come: “Se vuoi suicidarti, buttati dal balcone”. La giovane, nata nel 2006 e residente a Urbania dal 2019, dopo un periodo trascorso in Marocco a seguito alla morte della madre, ha ricostruito una convivenza con il genitore fatta di insulti, minacce e aggressioni. Tra i capi d’imputazione del padre (difeso dall’avvocato d’ufficio Marco Rapacchi): il reato di maltrattamento contro familiari e istigazione al suicidio.

I fatti sono venuti alla luce ad aprile 2024, quando una lite domestica ha spinto la ragazza a richiedere l’intervento dei carabinieri. “Eravamo in camera con una mia amica e mio padre stava litigando al telefono. Gli ho chiesto di smetterla di urlare e abbiamo litigato, poi ha iniziato a tirare i piatti a terra – ha raccontato la giovane ai giudici Luigi Reale, Elena Zucchi e Alessandra Conti – volevo solo che si calmasse”. Con quella telefonata, sostiene, non voleva scatenare un caso legale ma solo fare in modo che la situazione non degenerasse.

Il racconto delle violenze

Durante la deposizione la ragazza ha riferito di un clima di costante controllo che includeva ispezioni del cellulare, pedinamenti e limitazioni alle uscite. “Una volta mi ha picchiata. Ero in doccia e stava litigando con la moglie in Marocco. Voleva chiamarla dal mio telefono e mi sono rifiutata così mi ha colpito al volto nel tentativo di prendermi il cellulare” ha raccontato .

La testimone ha ricordato tra gli altri episodi il lancio di oggetti per non aver preparato la cena e una lite finita a schiaffi perché voleva uscire di casa, sebbene su quest’ultimo punto abbia dichiarato in aula di non ricordare con precisione. Il padre non accettava soprattutto le sue amicizie maschili. Dalla testimonianza sono emersi anche pesanti episodi di violenza verbale, con insulti quali “puttana” e “cagna” oltre a istigazioni al suicidio come: “Se ti vuoi suicidare fallo, buttati dal balcone”. Oltre agli insulti, anche minacce di morte, “Ammazzo prima te e poi lui” avrebbe detto dopo la richiesta della figlia di vedere il fidanzato.

La situazione di stress prolungato avrebbe spinto la giovane ad abbandonare gli studi per iniziare a lavorare come barista e cameriera. La ragazza ha inoltre riferito del consumo di alcol e droga: “Alcune volte si fumava le canne e beveva le birre a casa”. La tensione è culminata dopo la denuncia giunta all’autorità giudiziaria dai carabinieri, la ragazza è stata allontanata da casa e trasferita da un’amica. Durante quel periodo il padre l’avrebbe raggiunta in strada e afferrata per un braccio nel tentativo di parlarle ha riferito la giovane. Dopo questo episodio, il giudice ha disposto l’obbligo, per l’uomo, del braccialetto elettronico.

Alla fine della testimonianza, rispondendo alle domande di Rapacchi, la giovane ha descritto un quadro familiare profondamente mutato. Ha dichiarato che il padre è cambiato radicalmente, ha smesso di bere e di fumare e si comporta in modo tranquillo anche con la sorella minore. “Ho una sorella più piccola che ora vive con noi. Con lei, lui si comporta benissimo, è tranquillissimo” testimonia la giovane. Secondo quanto riferito oggi l’uomo avrebbe cambiato mentalità e oggi la figlia godrebbe di piena libertà di movimento.

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