8 marzo, c’è poco da festeggiare: nelle Marche le donne guadagnano 7mila euro l’anno in meno degli uomini

di ELISA MATTA

L’otto marzo ricorre la Giornata internazionale dei diritti delle donne, anche detta comunemente Festa della donna. Tuttavia, le statistiche mostrano come, prima di festeggiare, sarebbe opportuno raggiungere effettivamente la parità, soprattutto in ambito lavorativo e salariale. Infatti i rapporti dei principali istituti di statistica mostrano che anche nelle Marche c’è ancora una forte discrepanza nell’accesso al lavoro fra uomini e donne, nella qualità del lavoro e nel reddito.

“È in atto una doppia segregazione per le donne, orizzontale e verticale”, dice Cinzia Massetti, responsabile dell’ufficio Nuovi Diritti della Cgil Marche, che si occupa di discriminazioni nell’ambiente lavorativo. “Orizzontale perché donne e uomini svolgono tendenzialmente mestieri diversi, e verticale perché anche nello stesso settore gli uomini tendono ad avere un reddito e un prestigio sociale maggiore”.

I dati regionali e provinciali: inversione di tendenza o vecchi problemi?

Secondo le indagini Istat, nel 2024 il tasso di occupazione nella provincia di Pesaro e Urbino è del 57,6% per gli uomini e del 48% per le donne, quello di disoccupazione del 2,7% e 4,4%. Quello di inattività è rispettivamente del 23,8% e 31,1%. Dati incoraggianti rispetto alla media nazionale, ma che testimoniano un divario fra i generi nel mondo del lavoro che va avanti da molto tempo e penalizza anche le giovani donne.

“Nelle Marche in media c’è un gap salariale elevato fra donne e uomini”, spiega Massetti. “Fra uomini e donne c’è una differenza di reddito annuo del 29,4%, che si traduce in 7343 € in meno. Anche togliendo i part time, rimane una differenza di 4249 €”. Ma sono proprio i contratti a orario ridotto l’elemento più problematico: “Metà delle lavoratrici ha un contratto part time, mentre fra gli uomini questa cifra scende sotto il 20%. Per il 12,6% delle donne, inoltre, il part time è involontario, nel senso che queste lavoratrici vorrebbero lavorare di più ma non trovano un impiego che glielo permetta”.

“Le lavoratrici si scontrano anche con un problema culturale”, continua Massetti. “Il lavoro familiare, come può essere l’assistenza a un parente anziano o a un figlio piccolo, è svolto dalle donne per il 60% in più che dagli uomini. Per questo c’è bisogno di intervenire e di fare un lungo lavoro che metta al centro la cultura della parità di genere, se vogliamo rimuovere le disuguaglianze che vediamo”.

I dati nazionali: poche artigiane, molti voucher

Secondo il rendiconto di genere dell’Inps, su base nazionale sono occupati 3 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con un forte sbilanciamento fra i settori: il lavoro domestico è svolto da donne per il 93,12%, mentre l’artigianato (21,5%) e il commercio (36%) sono i settori dove è più estesa la presenza maschile. Oltre al lavoro domestico, l’incidenza delle lavoratrici è maggioritaria nel settore pubblico (61%) e nel lavoro occasionale (69,73%). La differenza è marcata anche per quanto riguarda la tipologia di contratto: gli uomini rappresentano il 59,6% dei lavoratori a tempo indeterminato e il 78,2% dei ruoli dirigenziali, denotando uno sbilanciamento non solo nella rappresentanza per settore ma anche nelle retribuzioni.

Sul piano economico, le donne guadagnano 82,63 € in media al giorno, contro i 111,25 € degli uomini: una differenza del 25%, che raggiunge picchi del 40% nel settore immobiliare, del 34% nelle professioni scientifiche e del 31,7% nella finanza. Nel pubblico, lo stipendio medio giornaliero è più alto sia per le donne (113,5 €) che per gli uomini (142,70 €). La differenza è del 20%. Da notare come, nonostante il settore sanitario impieghi oltre il doppio di donne rispetto agli uomini, questi ultimi hanno una retribuzione giornaliera media più alta del 19,8%: segno che le donne impiegate in questo settore svolgono più spesso professioni connotate da un salario inferiore. Tradotto, poche primarie e poche chirurghe.

Anche sul piano dell’uscita dal lavoro, le donne sono sottorappresentate: solo poco più di un terzo riesce a conseguire i requisiti per la pensione di anzianità a causa della maggiore discontinuità del percorso professionale, dovuta anche all’incidenza dei contratti a termine e dell’inattività lavorativa.

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