di FRANCESCO FLORIS
URBINO – “La pace è un programma immenso che ci renderebbe tutti più felici, meno stronzi e più curiosi nella vita”. Cruda e diretta, nel segno di Francesco d’Assisi, la regista e sceneggiatrice Liliana Cavani ha ricevuto sabato il Sigillo di Ateneo dell’Università di Urbino. Ha poi tenuto una lectio magistralis, intitolata Fraternitas. Il mio Francesco, in dialogo con Roberto Danese, professore di filologia, letteratura e cinema di Uniurb. La regista e sceneggiatrice è tornata nella città ducale, dove nel 2012 aveva girato Clarisse, cortometraggio sulla vita delle monache di Santa Chiara. A introdurla alla cerimonia dell’aula Magna di Palazzo Bonaventura il rettore Giorgio Calcagnini: “La presenza di Liliana Cavani è un regalo che abbiamo fatto a noi stessi e alla città”.
La carriera
Nata a Carpi nel 1933, Liliana Cavani si è diplomata al Centro sperimentale di cinematografia di Roma dopo la laurea in lettere antiche all’Università di Bologna. La sua filmografia è costellata di grandi opere legate alla storia del XX secolo, tra le quali i documentari L’età di Stalin, La storia del Terzo Reich e La donna nella resistenza. E poi, tra gli altri, i film più conosciuti: Francesco d’Assisi (1966) – la prima delle tre produzioni dedicate al santo -, Galileo (1968), Il portiere di notte (1974) e il lungometraggio più recente, L’ordine del tempo, del 2023. Nello stesso anno ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, il primo per una donna in un settore ancora troppo al maschile.

La figura di Francesco
Da un banchetto di libri usati alla stazione di Bologna, Cavani ha scoperto una personalità unica: “Dovevo fare un documentario su san Francesco, pur venendo da una famiglia atea. Dalla lettura del volume di Paul Sabatier sulla sua vita ho trovato un personaggio favoloso per la sua idea di fraternitas e per la modernità strepitosa del cantico delle creature: siamo fatti del 90 percento della stessa materia e siamo tutti fratelli”.
Il documentario è diventato un film, ma non è bastato: “Ero all’inizio della conoscenza di Francesco. Poi ho fatto un altro film per approfondire la sua visione del mondo”. Nel 2026 ricorrono gli 800 anni dalla morte del santo, ma quando si celebra, viene spesso omessa per la regista una parte fondamentale della sua esperienza. Una mancanza che suscita una riflessione sull’attualità: “Oggi cadiamo nelle stesse violenze del passato. Così diventa inutile il sacrificio di francesi, inglesi, americani e russi che hanno filmato la seconda guerra mondiale. Mi sono sempre meravigliata che spesso non si affrontino questi discorsi a scuola”.
“Francesco è andato in guerra – continua Cavani – e ne è rimasto disgustato. Nei film c’è la macelleria pura, una guerra fatta con gli spadoni. Dev’essere visto in una dimensione più importante. Non è un santino che parla con le rondini, ma è un grande pensatore. Per questo per l’ultimo film ho scelto dei medievisti statunitensi, che hanno capito realmente chi è”.
L’ascesa di Chiara e delle clarisse
Alla vigilia dell’8 marzo, durante la lectio è emersa la figura di santa Chiara, che dalla prima all’ultima opera su Francesco, è stata approfondita sempre di più: “Una personalità importante che va controcorrente, digiuna per dare dignità alle donne che vogliono avere una libertà di professione di fede uguale a quella degli uomini. Le autorità ecclesiastiche volevano tenere le clarisse – le consorelle di Chiara – in clausura, ma loro volevano andare nel mondo, dagli ultimi. Chiara riesce a ottenere dal papa il diritto della povertà, di condividere, essere povera con i poveri”.
Liliana Cavani ha raccontato brevemente anche il suo speciale rapporto con le clarisse di Urbino: “Sono straordinarie, con loro puoi parlare di qualunque cosa, e a me fa piacere parlare con loro di quello che faccio”.
La scelta degli attori
Dietro alla ricerca delle tre personalità adatte all’interpretazione di Francesco c’è una logica ben precisa: “L’attore non può essere chiunque. Si tratta – spiega Cavani – di persone che nella vita sono molto generose. Lou Castel ha sempre condiviso con qualcuno le sue entrate. L’ho incontrato recentemente a Roma tramite l’associazione di un cineclub e l’ho trovato invecchiato, povero, ma sempre con lo stesso sorriso.”
Poi un aneddoto su Mickey Rourke, attore di origine irlandese ma emigrato in America: “Durante la guerra tra Irlanda e Inghilterra, al festival di Cannes, un critico inglese l’ha stuzzicato in conferenza stampa. Prima di andarsene ha risposto che non era nemico dell’Inghilterra, ma semplicemente la sua famiglia veniva dall’Irlanda e lui aiutava i bambini orfani”. E infine l’attore polacco Mateusz Kościukiewicz: “Generosissimo, una persona stupenda”.




