di NICOLE CIOTTI e MARCO FALLARA
URBINO – Trent’anni di misteri e una ferita ancora aperta tra Marche ed Emilia Romagna. Il magistrato Daniele Paci, ospite di un incontro del ciclo “La primavera della legalità” svoltosi lo scorso 2 marzo a San Giovanni in Marignano, ha ripercorso le indagini che portarono nel 1994 alla cattura della “Banda della Uno Bianca”, svelando i retroscena di uno dei casi di cronaca nera più sanguinosi e discussi d’Italia, e ha fatto il punto sulla criminalità organizzata in provincia.
Aziende nel mirino
“Le priorità ad oggi sono tre: riciclaggio, riciclaggio, riciclaggio”, afferma il magistrato che ha ben chiara la direzione della lotta all’illegalità. Oggi la criminalità viaggia attraverso i flussi più o meno visibili del denaro. Paci avverte che nelle Marche il pericolo dell’infiltrazione mafiosa è concreta specialmente nel tessuto economico locale: “Nella mia attività ho lavorato a Rimini, a Pesaro e, dopo aver lavorato alla procura di Palermo, sono tornato alla distrettuale antimafia di Ancona. Quello che posso dire da ognuna di queste esperienze è che il pericolo dell’infiltrazione mafiosa è molto forte soprattutto nelle attività economiche”.
Questa minaccia non è una novità , ma una sfida che ha cambiato il suo volto nel tempo: “Le infiltrazioni c’erano anche 40 anni fa – spiega Paci – evidentemente adesso si sono evolute, si sono affiancate ad altri tipi di criminalità, come quella straniera, ma il tema è sempre lo stesso”. Proprio per contrastare questa evoluzione silenziosa, Paci ritiene fondamentale il coinvolgimento dei giovani.

Paci, oggi Pm alla Procura di Rimini, è impegnato nel colmare la distanza che spesso c’è tra cittadini ed istituzioni sensibilizzando, al contempo, al grande tema della legalità: “È importantissimo per i magistrati parlare con i ragazzi perché non c’è tanto la comprensione di quello che è il nostro lavoro. Avere queste possibilità per noi è fondamentale”.
La banda della Uno bianca: il racconto
Daniele Paci è stato il magistrato alla guida del piccolo pool della Procura di Rimini che, dal 1994, ha preso in mano le indagini culminate con la cattura dei fratelli Savi e dei loro complici noti come i killer della “banda della Uno bianca”. Tra il giugno del 1987 e l’ottobre del 1994, causarono la morte di 23 persone e il ferimento di oltre cento tra le province di Pesaro, Rimini, Ravenna, Forlì e Bologna.
Il nome, coniato dalla stampa dell’epoca, deriva dal modello di auto utilizzato dai criminali per colpire banche, uffici postali, caselli autostradali e distributori di benzina. Come si scoprì in seguito, la banda non era guidata da criminali comuni: cinque dei suoi sei membri erano infatti poliziotti, a cominciare dal capo del gruppo Roberto Savi, che sfruttando conoscenze operative e divisa depistavano le indagini e continuavano impuniti con rapine ed omicidi.

Un capitolo centrale della vicenda coinvolge direttamente la provincia di Pesaro, teatro nel 1991 dell’omicidio del direttore di banca Ubaldo Paci, freddato da Fabio Savi davanti agli studenti del Campus scolastico. “Erano le 8:00 del mattino, arrivavano pullman carichi di studenti – racconta il magistrato – Ubaldo Paci non vuole aprire la banca a Fabio Savi”. Il racconto è quello della tentata rapina alla Cassa di Risparmio di Pesaro: “Savi gli disse ‘Te non hai capito, noi siamo quelli della Uno Bianca, aprici che va a finire male’, ma Paci si rifiutò: ‘Io non ti apro, vaffanculo’. Questo è il racconto che ha fatto Fabio Savi durante l’interrogatorio. Mi disse: ‘Lui mi ha detto così e l’ho ammazzato’. I suoi occhi erano glaciali, ho riconosciuto nel suo sguardo la freddezza dei killer di Cosa Nostra”, ricorda Daniele Paci.
Proprio a Pesaro l’indagine avrebbe potuto chiudersi anni prima. Paci racconta che il procuratore Savoldelli per primo sfiorò la verità, intuendo che la banda usava proiettili 9×19 in dotazione esclusiva alle forze di polizia, e controlli nei poligoni tra Rimini e Pesaro avevano già portato ai nomi dei fratelli Savi. Tuttavia, per difetti di coordinamento e resistenze interne nel sospettare di un collega, lo spunto investigativo si arenò.
La svolta decisiva verso la cattura arrivò dal pool riminese coordinato proprio dal magistrato Paci, che ha raccontato la decisione di cambiare la strategia per intercettare la banda: smettere di inseguire la banda solo a colpo avvenuto e iniziare a sorvegliare gli obiettivi sensibili per intercettarli durante i sopralluoghi. L’intuizione premiò nel novembre 1994, quando gli agenti Baglioni e Costanza, risalendo all’abitazione di un sospetto individuato proprio durante un sopralluogo, trovarono una foto su una licenza di pesca: era il volto di Fabio Savi, identico a quello ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una banca di Cesena dove era avvenuta una rapina. Individuato il primo membro della banda, il pool arrivò alla scoperta, più sconvolgente, dell’identità del secondo: il fratello di Fabio Savi, Roberto, non era solo il leader della “banda della Uno Bianca”, ma un poliziotto della centrale operativa di Bologna.




