Processo caporalato, pagati cinque euro all’ora e costretti a restituire parte dello stipendio

Tribunale di Urbino
di CARLA DELLE VEDOVE

URBINO – Dovevano massacrarsi di lavoro per arrivare a fine mese col rischio di dover restituire una parte dello stipendio. Cinque euro all’ora, anche se sul contratto c’era scritto otto. All’apparenza tutto in regola e una paga decorosa. In realtà lo stipendio effettivo era una miseria.

Quello descritto dall’accusa, dai testimoni e dai lavoratori pakistani della dell’impresa Service Società Cooperativa di Sant’Angelo in Vado, era un meccanismo di sfruttamento che ha portato al processo per caporalato sei persone, tutte di nazionalità pakistana: Muhammad Sahahid, Tair Muhammad, Muhammad Ishtiaq, Mudassar Shahid, Mubasher Shahid e Muzammal Shahid.

Cinque euro all’ora

I lavoratori avevano firmato un contratto regolare. Formalmente, lo stipendio ammontava a circa 1.400 euro lordi al mese: per otto ore al giorno. La retribuzione reale, però, era di cinque ero all’ora. E se le ore lavorate, moltiplicate per 5, non raggiungevano i 1.400 euro del contratto, la differenza andava restituita. Questo è il racconto che emerge dall’aula del Tribunale di Urbino dove oggi la giudice Elena Zucchi ha ascoltato alcuni dei testimoni della vicenda. In aula gli avvocati Fava, Baldinelli, Tomasi, Basconi e Vaselli.

Nel 2019 il giudice aveva disposto gli arresti domiciliari per quattro impresari pakistani e il fermo con obbligo di dimora per altri due. Come ha spiegato oggi il segretario generale della Cgil Andrea Piccolo, rispondendo alle domande della pm Enrica Pederzoli e agli avvocati, tutto è iniziato quando a luglio 2018 il sindacato si è avvicinato ad alcuni lavoratori. Prima cinque o sei di loro hanno trovato il coraggio di raccontare alla Cgil le condizioni di sfruttamento in cui vivevano: orari estenuanti, nessuna pausa, minacce da parte dei datori di lavoro, ferie non usufruite e tfr non corrisposto. Grazie al lavoro di persuasione dei sindacalisti, alla fine una trentina hanno denunciato.

Minacce e turni senza fine

I testimoni hanno affermato che i lavoratori venivano addirittura accompagnati al bancomat per prelevare e restituire quella parte di stipendio in più che avrebbero guadagnato se fossero stati pagati otto euro all’ora e non cinque. Questa è una delle ragioni per cui le ore lavorate arrivavano anche a 12 o 14 in un giorno, in modo da accumularne il più possibile. Tutto precisamente registrato su alcuni fogli, secondo una suddivisione tra mattina, pomeriggio e sera. L’azienda infatti era attiva 24 ore su 24: non ci si fermava mai e non esistevano veri e propri turni, come ha spiegato il maresciallo della Guardia di finanza Pirro, testimone.

Secondo il maresciallo mentre otto lavoratori si trovavano all’estero dai loro conti correnti sono stati effettuati dei prelievi, non si sa di preciso da parte di chi. I testimoni in udienza hanno anche aggiunto che alcuni lavoratori avevano riferito di minacce ai propri famigliari residenti in Pakistan. Nel corso dell’udienza però il tempo non è stato sufficiente per fare chiarezza e per ascoltare altri testimoni. Il giudice ha quindi deciso di rinviare l’udienza a luglio.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra e di terze parti maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi