di CHRISTIAN REGIS
URBINO – Non è una serata come le altre, e lo si capisce già guardando da lontano i portici che conducono al Teatro Sanzio. Una folla si accalca davanti agli ingressi, tutti in attesa che le porte si spalanchino su Il fuoco è la cura, andato in scena di martedì 17 marzo. L’ultima fatica della compagnia Sotterraneo, firmata dai registi Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa, ha richiamato un pubblico che raramente si vede così mescolato. In fila ci sono i “veterani” della platea, quegli abbonati storici che il Sanzio lo vivono da una vita, e le coppie arrivate in centro per spezzare la routine con un martedì sera fuori dagli schemi.
Ma a colpire sono le decine di ragazzi, zaino in spalla e smartphone in mano, ma con l’attenzione rivolta al palcoscenico. Sono gli studenti del progetto Scuola di Platea @Uniurb 2026. L’obiettivo dell’iniziativa universitaria è chiaro e, a giudicare dalla calca di stasera, ampiamente raggiunto: riportare i giovani nel cuore della narrazione teatrale, trasformando una lezione accademica in un’esperienza nuova.
Lo spettacolo tra libri e distopia
La rappresentazione attinge deliberatamente al romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, senza mai scadere nella copia, sia nei confronti dell’opera originale, sia del celebre adattamento cinematografico di François Truffaut. I cinque attori – Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristiana Tramparulo – riescono a ogni battuta a strappare una risata alla sala. Lo stile ironico caratterizza l’intera performance: dalla descrizione di una sceneggiatura immaginaria, mai realizzata per mancanza di fondi, fino alle sottili domande del pubblico sul futuro distopico e privo di libri che i protagonisti avrebbero vissuto tra gli anni ’30 e ’40 del duemila.

L’altro filo conduttore che lega l’intero spettacolo sono proprio i libri. Ogni elemento della messinscena parla di letteratura: persino le canzoni sono dichiaratamente ispirate ai romanzi. Lo spettacolo si apre, infatti, con For whom the bell tolls dei Metallica – che trae spunto dal capolavoro di Ernest Hemingway Per chi suona la campana – e si chiude con Leviathan di Nick Cave, che si rifà al Leviatano di Thomas Hobbes.
La standing ovation del pubblico
Nella visione di Sotterraneo, la società di Fahrenheit 451 – forse non così distante dalla nostra o da quella del 2051, anno in cui è ambientato lo spettacolo – potrebbe bandire persino le canzoni, lasciando spazio solo allo stordimento mediatico. I “clown bianchi” di Bradbury diventano così lo strumento per intrattenere senza sosta un’umanità post-atomica; il vero paradosso, tuttavia, si consuma in sala: siamo noi stessi, alla fine, ad applaudire proprio quei clown.
E l’applauso al Sanzio c’è stato davvero, ed è durato così a lungo da costringere gli attori, visibilmente commossi, a tornare sul palco per salutare il pubblico per ben quattro volte.




