“La Città ideale è nata a Pesaro per una scenografia teatrale” la tesi dell’architetto Ciacci

città ideale urbinoLa Città ideale, conservata alla Galleria nazionale delle Marche a Urbino
di CHRISTIAN REGIS

URBINO – E se La Città ideale non fosse stata concepita a Urbino ma a Pesaro? È la tesi sostenuta da Leonardo Ciacci, architetto e docente all’Università Iuav di Venezia. Di più, la celebre opera ed enigma dell’arte rinascimentale potrebbe trarre le sue origini non dalla pittura, ma da un’altra forma di espressione artistica: il teatro. Ciacci ha presentato il suo “primo romanzo dopo anni di saggistica” – come dice l’autore stesso – intitolato L’inganno della città ideale, nel quale costruisce una storia proprio seguendo ipotesi di studio sull’origine e la funzione della scena, attribuita nei secoli a grandi maestri come Piero della Francesca, Luciano Laurana, Donato Bramante e Francesco di Giorgio Martini.

Il libro L’inganno della città ideale di Leonardo Ciacci

Un mistero che parte dal titolo

Al centro del racconto e della presentazione, nella sala convegni Giardino d’Inverno del Palazzo Ducale, con Bonita Cleri, docente di Storia dell’arte moderna all’Università di Urbino, c’è l’origine del celebre quadro (ora conservato nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino), rinvenuto nel 1861 nel monastero di Santa Chiara, nella città ducale. “Il titolo stesso dell’opera – dice Ciacci, che insegna Teoria e progettazione urbanistica – è a sua volta un tema di dibattito”, il nome con cui è nota, infatti, viene utilizzato solo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Concorda Cleri, che aggiunge: “Gli inventari ducali non parlano mai di Città ideale, ma, per esempio, nel 1631 si fa menzione di un Quadro longo in tavola dove vi è dipinta una prospettiva“.

Una scena teatrale

La prima domanda, che Ciacci – o meglio, il carismatico e controverso professor Tiberi, protagonista del romanzo – tenta di risolvere, è: a cosa serviva la misteriosa opera? Diverse le ipotesi sul tavolo: spalliera, rivestimento o sovrapporta. Nessuna convince del tutto Ciacci, che sembra propendere per le tesi dello storico dell’arte Richard Krautheimer: “La Tavola di Urbino è una scena teatrale”.

La seconda domanda non può che essere: chi ha dipinto l’opera? Secondo Ciacci, l’indiziato numero uno è il pittore, architetto e scenografo urbinate Girolamo Genga, che su incarico di Francesco Maria I Della Rovere progettò la Villa Imperiale a Pesaro. Lì, nel giardino, secondo il professore, avrebbe dovuto collocarsi la scenografia. Ciacci individua persino l’opera che sarebbe dovuta essere rappresentata con la città ideale come sfondo: La Mandragola di Niccolò Machiavelli.

Evidentemente troppo piccola per costituire da sola il fondale di una scenografia, troppo curata per essere un semplice abbozzo, resta il dubbio sul reale utilizzo della tavola, lunga circa due metri e 40 centimetri e alta 67. La proposta ha acceso il dibattito, Cleri, esperta di arte moderna, è stata lapidaria: “La funzione non è così chiara, non mi trovo d’accordo con le tesi del professor Ciacci”.

La presentazione si conclude con una riflessione di Ciacci sul rapporto tra politica e architettura, ispirata a Carlo Argan nel suo La città del Rinascimento: “I trattati del ‘500 – conclude Ciacci citando Argan – sono pieni di città ideali, basati su criteri geometrici. Gli architetti erano, e sono ancora, vicini al potere politico”.

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