di EMANUELE DONATI
URBINO – Per venticinque anni, il respiro di Clide Palazzi è andato a tempo con i rintocchi della Pieve di San Pietro Apostolo. Nata e cresciuta in quella canonica a un passo da Urbino, Clide ha visto i suoi tre figli ricevere i sacramenti tra quelle mura, dove ogni pietra ha una storia da raccontare. “Quando la nostra parrocchia accoglieva il quadro della Vergine, Maciolla diventava una festa”, ricorda con la voce carica di nostalgia. “Abbellivamo il percorso con decorazioni fatte a mano, era un rito che univa tutti. Vederla ridotta così oggi è un dolore lancinante”.

Il declino è iniziato nel 1994 con l’ultima celebrazione ufficiale, aggravato poi dalle scosse del terremoto del 1997. Nonostante un restauro esterno ultimato nel 2006 con fondi ministeriali, la chiesa è rimasta una scatola vuota e chiusa, spogliata delle sue tele seicentesche di scuola baroccesca e del suo antico fonte battesimale.
Oggi, quella stessa porta che un tempo era sempre aperta, è sbarrata. Sulla sommità del poggio di Maciolla regna un silenzio innaturale, interrotto solo dal vento. Una gemma lasciata in balia del degrado e della natura.

Cento firme contro l’oblio
La mobilitazione è nata dal basso, dalla pancia di chi non accetta di vedere il proprio simbolo deperire. Tutto è ripartito lo scorso gennaio, quando i cittadini, esortati dal diacono Luigi Fedrighelli, hanno raccolto 102 firme per chiedere un intervento al vescovo Sandro Salvucci. Inizialmente, uno spiraglio: un sopralluogo tecnico con un geometra della Curia che aveva stimato in circa 30 mila euro gli interventi urgenti per la messa in sicurezza. Poi, il nulla.
Nonostante i tentativi di contatto, il vescovo a oggi non ha dato risposte. Eppure, i fedeli chiedono solo collaborazione. Si sono offerti di autogestire la manutenzione, di pulire gli interni, di curare il verde. In cambio chiedono una cosa sola, profondamente umana: poter tornare a celebrare la messa tra quelle mura almeno una volta al mese. Per non far morire l’anima del poggio.

Trent’anni di oblio e tesori perduti
Una delle persone che hanno firmato è Sonja Paglialunga, abitante della zona laureata in Conservazione dei beni artistici con una tesi proprio sulla Pieve di Maciolla. “Ho scelto questa chiesa principalmente per un valore sentimentale dato che ho passato la mia infanzia qui e perché volevo che un edificio di questo valore storico fosse conosciuto da più persone”. Volontà scaturita durante la discussione della sua tesi, nella quale è emerso un paradosso emblematico: molti dei professori e lo stesso presidente della commissione, pur essendo originari del territorio di Urbino, ignoravano completamente l’esistenza di questo edificio.

Come spiegato nella tesi, le radici della Pieve affondano nel 1290 ed è citata nelle Rationes decimarum (registri delle riscossioni degli enti ecclesiastici) come uno dei centri spirituali più influenti dell’urbinate. La sua architettura, un sapiente incastro di mattone rosso e pietra bianca della Cesana, ha attraversato le epoche: dal nucleo medievale originario alle espansioni del XVII e XVIII secolo, quando vennero istituite le storiche Compagnie del Rosario e del Carmine. Nel 1788 fu aggiunto il celebre campanile a cipolla, un unicum nel panorama locale, mentre nel 1801 il portico antistante completò quel profilo monumentale che oggi appare ferito dal tempo e dall’incuria.

Un appello al cuore (e alla Curia)
“San Pietro in Maciolla non è mai stata una semplice chiesa, ma un luogo di storia vissuta”, si legge nella lettera inviata dai fedeli al vescovo. È un patrimonio sacro e personale che custodisce le radici di intere famiglie, smarrite dopo la soppressione della parrocchia.
L’auspicio di Sonja, di Clide e degli altri cento firmatari è che la Pieve non venga dimenticata fino a sgretolarsi definitivamente. La comunità ha teso la mano, offrendo braccia e cuore per proteggere la propria identità. Ora spetta a chi siede ai vertici decidere se lasciare che quel portone resti sbarrato o se permettere a Maciolla di tornare, finalmente, a respirare.




