Al Furlo un Jurassic park popolato da “riciclosauri”. “Così gli scarti riprendono valore”

Andrea Giomaro e il Tirannosauro fatto con la cartapesta
di MANUEL MORGANTE

URBINO – Immaginate un’auto trasformata in una corazza di stegosauro, o un tirannosauro realizzato con polistirolo e cartapesta. Dieci anni fa Andrea Giomaro, che di mestiere realizza effetti speciali per il cinema, non solo lo ha immaginato ma l’ha progettato. E gli ha dato forma. Dai primi tentativi è nato nel 2015 il “museo dei riciclosauri”, come racconta al Ducato. Una mostra dove vengono esposti dinosauri a grandezza naturale, fatti con rifiuti scartati e recuperati. Una sorta di Jurassic Park al Furlo. “Perché l’obiettivo non è discutere di dinosauri ma usarli come strumento per approfondire il tema della sostenibilità ambientale”, afferma l’artista di 52 anni originario di Fano, all’attivo tantissime collaborazioni internazionale tra cui Paolo Sorrentino, Ridley Scott, Danny Boyle e tanti altri. I suoi lavori sono stati esposti in diversi mostre come quella del Cinema di Venezia.

Una passione senza tempo

Giomaro racconta con orgoglio e un entusiasmo contagioso la storia dietro a questo progetto, nato dall’amore per i dinosauri: “Potrei parlare per ore di questi animali, quando faccio i tour. Non metto limiti orari ai percorsi, è come quando vai al bancone dei salumi e ti chiedono quanti etti vuoi”, dice ridendo. Attualmente la mostra ospita trenta opere: quindici dinosauri prodotti da lui e altri quindici ottenuti attraverso donazioni e acquisti. I più iconici che incrociamo durante il percorso sono il Tirannosauro, il Velociraptor o Spinosauro, fatti con i materiali di ogni tipo come vetro, metalli, bancali di legno o rifiuti indifferenziati, come racconta l’artista. Raccolti in ogni luogo, dai bidoni dell’immondizia o trovati sotto un ponte.

Ma ad attirare di più i bambini sono quelli più bizzarri come il Titanosauro fatto con tappi colorati, raccolti nell’arco di due anni: “Ci ho messo di più a procurarmi il materiale rispetto ai giorni impiegati per assemblarlo, che sono stati due”, scherza Giomaro. Il più complesso costruito, dice, è stato il Dracorex: “La sua realizzazione ha chiesto molta pazienza, sia per la reperibilità dei componenti, sia la lavorazione, dovendo tagliare la rete metallica all’interno delle gomme. Ho impiegato due anni per completarlo.” L’animale a cui tiene di più è lo Stegosauro, per il messaggio trasmesso: “Non era molto intelligente ma è riuscito ad adattarsi al suo mondo. Al contrario dell’uomo che non ci riesce”.

Il Titanosauro fatto con i tappi colorati

Il progetto prende vita nel 2015, in un momento in cui era fermo dal lavoro: “Essendo legato alle produzioni cinematografiche, per qualche mese non lavoravo. Così ho cercato di non restare con le mani in mano, avevo bisogno di fare qualcosa per sfogare la mia creatività”, ci dice. “Allora ho deciso di unire la passione per i dinosauri con la tecnica perfezionata durante gli anni nel cinema. Ho iniziato a costruire un T-rex utilizzando polistirolo e cartapesta come fosse una sfida”, dichiara Giomaro.

Un gioco che col passare del tempo diventava qualcosa di più serio e profondo, afferma: “Quando ho visto il T-rex terminato sono rimasto colpito dal risultato e ho deciso di non colorarlo o aggiungerci altro. Più costruivo più le mie opere sembravano parlarmi e comunicarmi un’idea. Da quei primi lavori, l’artista fanese ha avuto l’illuminazione: “Attraverso queste creazioni potevo ridare valore ai materiali buttati”. Con queste premesse e insieme all’aiuto della moglie Sabrina Bursi e il collega Mirco Nicusanti, è nata la cooperativa sociale Idea, e il progetto del museo dei riciclosauri, diventata una mostra fissa nel 2018. Il parco apre in primavera e chiude in inverno, “quando fa veramente freddissimo”.

L’importanza del riciclo

Per lui, l’obiettivo più importante è far comprendere il valore di quello che si ha davanti: “Ci hanno insegnato che una volta usato un oggetto perde valore ma chi lo decide siamo noi. Il materiale perde perché non proviamo a immaginarlo per un altro utilizzo e a quel punto non si investe più. Al contrario, se lo lavoriamo il più possibile, se ci spendiamo tempo, riacquista valore”.

Un concetto, che Giomaro allarga ai rapporti umani: “Lo stesso vale per le persone, ognuno ha i suoi pregi e tocca lavorarci per valorizzarli. Queste premesse ci hanno spinto a realizzare la cooperativa e poi il museo”. Giomaro non vuole passare per un moralizzatore, definendosi lui stesso un essere inquinante: ”La mia professione comporta l’utilizzo di oggetti di breve durata, sprecando molti materiali. Queste lavorazioni personali servono, anche, per mitigare gli effetti e trasmettere i messaggi di sostenibilità”.

Andrea Giomaro mentre costruisce il Dracorex

Dubbi e consapevolezza

La parola sostenibilità, però, non si limita alla questione ambientale. Per Giomaro è l’altra faccia della medaglia, quella più amara: “Questo museo nasce attraverso investimenti privati, che i bandi ottenuti dalla regione e dall’Europa hanno solo in parte coperto. Questo mi ha fatto venire dei dubbi sulla sostenibilità del progetto”. I dubbi scompaiono subito quando l’artista riflette sui risultati ottenuti: “Negli anni mi sono interfacciato con bambini e adulti. Con i primi non ho mai avuto difficoltà a farmi capire, i dinosauri facilitavano il compito. Paradossalmente era più complicato parlare con i genitori, trascinati dai figli a vedere le nostre opere. Perplessità che sparivano alla fine”, dice con orgoglio l’artista, che aggiunge: “Anzi, chiedevano di far diventare obbligatorie queste gite nelle scuole”. Ma la vittoria più grande è quella di essere riuscito a coinvolgere i ragazzi su questo tema: ”Spesso vedono questi argomenti con indifferenza. Invece, grazie a questo progetto, siamo riusciti ad appassionarli”.

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