di LUCA BAGNARIOL
URBINO – Dallo studio di In Onda alla redazione del Ducato di Urbino: la giornalista e conduttrice Marianna Aprile arriva a Urbino per presentare il suo nuovo libro, La promessa. Prima dell’incontro con il pubblico, organizzato dall’associazione Noi Donne odv,ci ha raggiunto nella sede di Piazza della Repubblica per parlare del suo testo e per dare i suoi consigli a chi si rivolge per la prima verso il mondo del giornalismo.
Qual è la promessa di cui parli all’interno del tuo libro?
La promessa che nel ’46, con il riconoscimento del diritto di voto, fu fatta alle italiane: la promessa di una cittadinanza piena e paritaria rispetto a quella dei cittadini italiani.
A proposito di questo, oggi il grande tema invece per la politica nazionale è quello dell’astensione. Secondo te da dove nasce questa disaffezione?
Credo che, come tutti i fenomeni complessi, abbia più di una causa. Nel caso dell’astensionismo femminile, che è più alto rispetto a quello maschile, non parliamo solo di crisi dei grandi partiti di massa, deresponsabilizzazione dell’elettorato ed esaurimento di una spinta alla partecipazione politica che ha visto protagonista il Paese fra gli anni ’70 e ’80. Oggi c’è anche una certa delusione per tutte quelle promesse in tema di diritti e partecipazione che si sono fatte in quel periodo e che non sono state soddisfatte. Quindi l’insieme di queste concause porta a una disaffezione non incurabile, ma sicuramente problematica.

In riferimento a questo, tu parli della presidente del Consiglio Giorgia Meloni come sintomo e simbolo di una rivoluzione incompiuta. In che senso?
Nel senso che, al netto della presa d’atto di una prima volta importantissima, anche dal punto di vista simbolico — l’ingresso di una donna a Palazzo Chigi è un evento storico da registrare con gioia —, nell’analisi che provo a fare nel libro, chiuso dopo tre anni di governo, spiego che Meloni non ha portato a Palazzo Chigi una visione diversa, non necessariamente femminista (non credo che nessuno se l’aspettasse, nemmeno io), ma un’agenda diversa, un linguaggio diverso rispetto a quelli di chi, prima di lei, aveva occupato quelle sale. Invece non si è notata la differenza, e credo che questo sia un fallimento un po’ per tutti, ma anche per lei: aveva un’occasione storica davanti e credo l’abbia un po’ sprecata.
A proposito di linguaggio dei media, molto spesso ci si riferisce alla presidente Meloni chiamandola per il nome proprio o utilizzando l’articolo davanti al cognome, oltre al fatto che lei stessa si definisce “presidente del Consiglio”. Secondo te avverrebbe lo stesso con un presidente del Consiglio maschio?
Allora, abbiamo avuto Matteo noi, non ci dimentichiamo. Si tratta di scelte di comunicazione di alcuni leader. Renzi ci teneva molto che lo si chiamasse Matteo: aveva disintermediato attraverso un uso dei social network molto contemporaneo. Meloni fa un uso diverso del nome di battesimo: non serve solo — anche, ma non solo — ad avvicinare l’elettorato. È un modo per riagganciarsi a una tradizione che, nella sua cultura politica, è molto presente: le femministe missine degli anni ’70 sul loro giornale di riferimento firmavano senza cognome, perché c’è una teoria evoliana (da Julius Evola, filosofo caro alle destre) a cui loro si rifanno per cui è sufficiente il nome di battesimo. Quel “Io sono Giorgia” è insieme un modo per avvicinarsi e per assurgere contemporaneamente a una posizione diversa. Quella di farsi appellare al maschile per la carica che ricopre la trovo meno furba, ma non solo perché dà adito facilmente a delle polemiche. Visto che è stato il primo atto da quando è entrata da presidente del Consiglio quella richiesta, è sembrato voler dire: “Oh, sono una donna a Palazzo Chigi, ma non spaventatevi, potete chiamarmi al maschile”. E perché? Spaventiamoli ogni tanto! Cioè, anche la paura serve.
Durante la stesura del libro ti sei affezionata a qualcuna delle figure, magari meno note, della storia politica italiana?
Mi sono affezionata a tantissime di loro, non solo quelle della politica, anche quelle della cultura: Cristina da Pizzano è diventata la mia migliore amica, non riuscivo a uscire dalla sua storia, Ma un certo punto ho dovuto farlo perché il libro ha un perimetro limitato. Credo che ci sono, tra le donne che hanno partecipato per esempio alla Resistenza, alcune figure poco raccontate ma senza le quali non sarebbero successe cose enormi. Mi viene in mente Marcella Ficca, la moglie del medico di Regina Coeli, che è quella che tecnicamente fa evadere dal carcere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat insieme ad altri partigiani. Nonostante sia possibile guardarla e ascoltare il suo racconto su RaiPlay, perché finì in un documentario, non viene mai raccontata. Le partigiane spesso sembrano aver avuto ruoli marginali; invece, quando vai a informarti e a cercare le loro voci, ti accorgi che sono state tutt’altro che marginali.
Chiudiamo con un consiglio per le giornaliste, i giornalisti o almeno aspiranti tali: come si fanno le domande politiche?
Ah, non lo so! (ride) Dipende dai politici! No, non lo so. Intanto credo che l’unica, veramente l’unica cosa che posso ambire a suggerire è di farle tutte, anche quelle che sembrano stupide, perché spesso è sulle cose minute che si percepisce lo spessore di chi hai di fronte, invece che sui grandi temi e le grandi filosofie politiche. Spesso cadono sui dettagli, e quindi, qualsiasi sia il dubbio o la curiosità che si ha, meglio meglio chiedere.
Il bagno di folla
Dopo l’intervista, Marianna Aprile si dirige verso Palazzo Ducale per la presentazione de “La promessa”. Una sala stracolma accoglie il suo ingresso, accanto alla direttrice dell’Ifg Lella Mazzoli e alla presidente dell’associazione Federica Rusciadelli, con un fragoroso applauso. Nel corso del suo intervento, la conduttrice parte dal suo libro per arrivare alle sue considerazioni sul governo di Giorgia Meloni: anche in questo caso, Aprile rimarca il fatto che la prima volta di una donna a Palazzo Chigi sia diventata “un’occasione sprecata” per promuovere un approccio diverso, più vicino allo sguardo femminile, per affrontare i problemi della società italiana.

Al termine della presentazione, la folla si accalca sotto il palco per un firmacopie improvvisato, esaurendo in pochi minuti le decine di volumi disponibili. Una fila interminabile, che si prolunga ben oltre l’orario di apertura di Palazzo Ducale, costringendo il personale a chiedere ai presenti di lasciare la sala. Non un problema: le poche copie rimaste da autografare vengono completate su uno dei muretti che cingono Piazza Rinascimento. Solo ad opera completata, complici la fame e la stanchezza per il lungo tour in giro per l’Italia, Aprile saluta il pubblico per far ritorno a Roma, e accogliere il prossimo leader politico da intervistare.




