Ripensare Urbino, l’Università e la città. Idee a confronto dai candidati rettori

I tre candidati a futuro rettore
di ELISA MATTA e NICOLE CIOTTI

URBINO – Una città in forma di università. È la doppia anima che Urbino si porta dentro dal Rinascimento, e poi ancora di più dai tempi di Carlo Bo, oltre mezzo secolo durante il quale gli universitari sono diventati cittadini, hanno popolato il centro e animato le sue mura. È dentro a un palazzo fortificato, o una fortificazione resa gentile dalla spinta culturale di un duca, un rettore e un grande architetto, che la riflessione continua, in un confronto inevitabile tra chi amministra e decide le forme della cosa pubblica e chi ne riempie le stanze di quell’afflato culturale.

Ora che l’Università di Urbino cambia guida, i tre candidati a ricoprire il ruolo di rettore (si voterà l’1 e il 2 ottobre), Giovanni Boccia Artieri, docente di sociologia dei media digitali, Berta Martini, che insegna Didattica e pedagogia speciale, e Marco Rocchi, professore di statistica medica, e chi è incaricato di disegnare il nuovo Piano regolatore (il sindaco Maurizio Gambini, l’assessore all’urbanistica Maurizio Bartoli e l’architetto Mario Cucinella) hanno ragionato insieme sulle forme di questa collaborazione, una simbiosi necessaria.

Fu il grande architetto Giancarlo De Carlo a voler rendere la Data il simbolo della ripresa urbanistica della città e, a soli tre anni dalla sua riapertura, l’ex stalla ducale si è resa palcoscenico dell’iniziativa promossa dal Comune. La cornice è quella del Piano Urbanistico Generale.

Nel Piano Regolatore redatto da De Carlo stesso nel 1994, si immaginava una Urbino che avrebbe superato i 20 mila abitanti; trentadue anni dopo, la popolazione è stagnante e soffre un progressivo svuotamento del centro a favore dei borghi: Mazzaferro, Trasanni, Gadana, Cavallino. Ciò che è emerso dal confronto fra i tre papabili è un’esigenza di integrazione condivisa: una città-campus – concetto che Boccia Artieri recupera dalla città-scuola di Carlo Bo – che viva organicamente con i residenti tanto quanto con gli studenti.

Il dibattito sulla residenzialità e sulle periferie

Urbino ha la stessa quantità di residenti e di studenti, ma raramente i secondi si trasformano nei primi: da qui la necessità di rendere “nuovi urbinati” anche coloro che vi arrivano come studenti. Martini e Rocchi concordano sull’urgenza di creare un patto fra Università e privati per garantire alloggi agli studenti – “e anche ai professori”, aggiunge Martini – mentre Boccia Artieri guarda verso la residenzialità. “Io penso a una città dove la comunità degli studenti sia integrata con quella dei cittadini. Urbino deve essere una città aperta”.

Anche il responsabile del Piano Urbanistico, l’architetto Mario Cucinella, ribadisce l’importanza di incentivare la permanenza nella città: “Da Urbino non bisogna necessariamente andarsene – dice – ma bisogna fare un lavoro strutturato, in cui l’Università sia il motore per trovare le opportunità per restare”. In passato, proprio l’archistar aveva posto il tema di una città che “non può spegnersi alle 21”.

“Quando De Carlo fa nel 1964 il Piano regolatore – dice Rocchi – voleva rivitalizzare Urbino portando gli studenti nella città, e renderla una città-campus. Nel 1994 il problema è stato il contrario: come riportare anche i cittadini al centro. Noi dobbiamo oggi contribuire a invertire il declino numerico della cittadinanza di Urbino, perché il patto che c’era fra città e università nel tempo si è incrinato. E per farlo è necessario un approccio culturale, ma che guardi anche a infrastrutture e welfare”.

Ripopolare partendo dalle periferie

Boccia Artieri parte dalla considerazione di Urbino come città espansa, rifiutando la separazione tra centro e sedi staccate o periferiche: “Le frazioni possono essere luoghi dove l’università può essere presente, in quanto satelliti di uno stesso cosmo – spiega il professore – Urbino funziona come una stella: è costruita come un insieme, dalle punte al centro”. Le sue parole rievocano il disegno che lo stesso Cucinella mostrò a gennaio 2026, in occasione del via ai lavori per il nuovo Pug. Un “sistema solare” armonico, con un centro e le frazioni attorno.

Dalla visione urbanistico-simbolica alla connettività digitale, fino alla gestione logistica delle sedi dell’Ateneo, tema quest’ultimo su cui ha voluto soffermarsi Berta Martini. “L’università ha un problema di connessione interna: un ricercatore che lavora tra il campus Mattei e il centro salute non ha vita facile” spiega la professoressa. Anche lei è d’accordo sulla necessità di contrastare lo spopolamento del centro: proprio per questo è ancora più importante la cooperazione tra Ateneo e città, per rendere gli attuali studenti i cittadini di domani.

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