Alessio Torino mette le Marche “Al centro del mondo” con la vittoria al Premio Mondello

Alessio Torino con il suo nuovo libro "Al centro del mondo" (foto di Claudio Sforza)
di CECILIA ROSSI

URBINO – “Questo mio ultimo libro è uscito a settembre 2020 e ne ho concluso gli ultimi ritocchi ad aprile. Quindi l’opera è anche ‘figlia’ di quei mesi in cui siamo stati costretti dentro casa”. Così lo scrittore urbinate Alessio Torino, vincitore del Premio letterario internazionale Mondello 2021, parla del suo romanzo Al centro del mondo.

Torino s’è aggiudicato il Mondello nella sezione ‘Opera italiana’. Nel romanzo, edito da Mondadori, racconta, con estrema genuinità, la bellezza e la difficoltà del vivere nella provincia marchigiana. Il punto di vista è quello di un giovane apicoltore, Damiano, costretto a difendere la memoria dell’attività di famiglia e della sua terra dalle spinte di omologazione del mercato.

Alessio Torino è professore universitario di letteratura latina all’Università di Urbino durante il giorno e “scrittore nottetempo”, dice di sè scherzando. A 46 anni, ha alle spalle quattro pubblicazioni letterarie che gli sono valse diversi premi: l’ultimo, il Mondello, ha rappresentato una grande soddisfazione, ma soprattutto “un’enorme sorpresa”. Anche perché, una volta uscito, il romanzo non aveva potuto essere adeguatamente pubblicizzato: “Non ho potuto girare per librerie e fiere come avrei voluto, per cui il Mondello è stato un vero momento di riscatto”

Perché il tuo libro si intitola Al centro del mondo?

“È una frase che si ripete continuamente all’interno del racconto, passa di bocca in bocca tra tutti i personaggi. Il centro del mondo è, paradossalmente, un luogo di lontananza da tutti i centri noti del vivere urbano, in un punto sperduto delle colline marchigiane. La centralità in questo caso è data da un punto di vista esistenziale, si parla dei luoghi dell’essere, che raccontano di noi e della nostra storia”.

Quanto ha inciso sul risultato finale il fatto di averlo concluso durante i mesi di lockdown?

“È stato un periodo molto difficile, ma allo stesso tempo l’essere costretto in casa mi ha permesso di immergermi completamente nella stesura del romanzo, vivendolo in maniera quasi assoluta. Il mondo all’esterno era proibito e io mi sono tuffato completamente nell’ambiente che stavo creando dentro di me, legandomi alle situazioni e ai personaggi con un’intimità che è raro raggiungere in ‘tempi normali'”.

Il tema delle radici è un punto fermo di molti suoi libri: restare in provincia dove si è nati o abbandonarla per la città. Come mai?

“Io sono nato a Cagli, ma vivendo e lavorando qui da anni mi definisco urbinate. Qui nel Montefeltro viviamo in una terra che ha grandi pregi, come lo spiccato lato storico e culturale, ma ci sono anche molte ombre. Siamo lontano da tutto, dai collegamenti con l’estero, dalle grandi città e a rimanere fermi qui per tutta la vita si rischia una deriva autoreferenziale che non permette di allontanarsi da se stessi, vedersi da fuori ed evolvere. Io sono un fautore del modello ‘andare e tornare’: spostarsi il più possibile con tanti viaggi per esplorare il mondo che ci circonda e poi tornare in zona per approfittare del raccoglimento e della concentrazione che solo queste campagne e cittadine sanno dare”.

Si parla tanto anche di ecologia, tanto che Damiano, il protagonista, viene definito ‘un ignaro fratello di Greta Thunberg’. Perché è così importante la salvaguardia del proprio territorio? 

“Il protagonista del mio racconto è attaccato in maniera quasi morbosa al suo luogo di nascita, tanto che spesso viene etichettato come ‘folle’ perché tutto quello che fa, anche giusto, lo porta a termine in modo estremo. Ma nell’esistenza di noi esseri umani in carne ed ossa è inevitabile il senso di forte attaccamento, istintivo ed animale, alla terra natia. Questa è giusta e anzi auspicabile quando vi è un buon bilanciamento tra conservazione del passato e della tradizione e spinta verso il futuro. Le nostre origini formano la nostra personalità, che ci piaccia o no, tanto quanto le nostre scelte”.

Lei è docente universitario di letteratura latina all’Università di Urbino. Quanto si può ritrovare delle influenze classiche approfondite coi suoi studi all’interno del romanzo?

“Quando mi approccio ai classici, sia greci che latini, tendo sempre a farlo come lettore, per cui mi rimane sempre molto addosso dalla frequentazione degli autori antichi. Quello che più mi trasmettono è sicuramente la fiducia nelle storie, la prospettiva, cioè, che anche le nostre caratteristiche più ‘basse’ siano degne di essere scritte, perché ci avvicinano al vero, a ciò che siamo, per poi puntare verso le nostre forme ideali. Le storie dei miti sono un esempio di come una finzione ben congeniata possa rispecchiare perfettamente la vita e la verità”.

Sta già pensando a dei nuovi progetti letterari?

“Sì, in realtà, ma per ora è tutto nella mia testa e nulla è ben definito. Ho diverse idee, continuerò ad approfondirle e poi una prevarrà inevitabilmente sulle altre. Nel frattempo sto organizzando la prossima edizione di ‘Urbino e le città del libro’, il festival letterario che teniamo in città dal 2014, con la collaborazione delle scuole e degli enti culturali. L’anno scorso siamo stati costretti a rinunciare, ma riprendiamo il prossimo ottobre, con l’intenzione di ridare anima a quei luoghi di Urbino dove la vita si è un po’ fatta da parte. Tra i luoghi all’aperto che meriterebbero di più ci sono sicuramente i portici del centro storico”.

About the Author

Cecilia Rossi
Nata e cresciuta nelle Marche, studio a Urbino, dove mi laureo in Comunicazione con una tesi sull'involuzione autoritaria in Ungheria. Ho vissuto per sei mesi a Bruxelles, dove non ho migliorato il mio francese, ma in compenso ho studiato un po' di economia. La maggior parte del tempo leggo libri, lavoro a maglia e mi perdo nei documentari.

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