Così cambia il clima a Urbino, temperature in salita e precipitazioni più estreme. L’analisi dei dati

Eliofania. Uno degli strumenti dell'osservatorio Alessandro Serpieri
di NICCOLÒ SEVERINI

URBINO – La primavera arriva in anticipo ogni anno e sta diventando la stagione predominante. I cambiamenti climatici globali, che evidenziano l’aumento delle temperature, interessano anche Urbino, Fermignano e i loro territori circostanti. L’osservatorio Alessandro Serpieri, che studia la meteorologia della zona dal 1850, ha rilevato che le temperature medie si sono alzate di circa due gradi da allora a oggi.

I primi dati digitalizzati dal centro raccontano di una media annuale di 13 gradi nel 1950, già in salita rispetto al secolo precedente, ma che è arrivata di poco sopra ai 14 nei primi decenni del nuovo millennio. Un trend che sta continuando, seppure in modo meno marcato negli ultimi quindici anni.

Tra il 1975 e il 1984 l’Urbinate ha subito un decennio di raffreddamento ma ha poi ripreso a riscaldarsi con un andamento costante. Piero Paolucci, responsabile tecnico dell’osservatorio, ha detto al Ducato che ciò che incide maggiormente sull’evoluzione dell’atmosfera sono i periodi di calore. Alessandro Serpieri, scienziato fondatore del centro, era sbalordito a metà dell’Ottocento nel vedere picchi di temperatura intorno ai 32/33 gradi. Sarebbe rimasto ancor più sorpreso dal termometro del 4 agosto 2017 quando a Fermignano si sono toccati i 41 gradi.

“Come media annuale il 2000 è il più caldo – continua Paolucci – ma l’andamento generale dice che il periodo primaverile, ma soprattutto quello estivo, sono quelli che si sono scaldati di più, mentre autunno e inverno non hanno subito grandi variazioni”. La principale causa dell’innalzamento termico è di natura antropica. L’uomo, soprattutto con le produzioni industriali e il relativo inquinamento, l’allevamento intensivo e la deforestazione, ha portato il termometro a guadagnare un paio di gradi nel corso dei secoli. Nello specifico, ci dice Stefano Orilisi, direttore Arpa Marche, l’ossido di carbonio, l’anidride carbonica e l’uso dei combustibili fossili – che sprigionano le cosiddette polveri sottili – hanno allargato il buco nell’ozono.

Aria più pulita

La terra finisce per non “respirare” e salta la fase di raffreddamento. Il livello di inquinamento atmosferico è di circa 30 microgrammi per metro cubo d’aria, molto inferiore rispetto ai 50 previsti dai limiti di legge e può ancora scendere grazie alla politica di diminuzione delle auto ad alte emissioni. Proprio i valori delle polveri pm10 e pm2.5 sono in discesa rispetto agli anni scorsi. Queste vengono trasportate dalle precipitazioni. Ma anche sulla qualità dell’aria che respiriamo non c’è una direzione unica. Piogge e nevi possono sia rimetterle in circolo quando evaporano o si sciolgono, sia “ripulire” l’ambiente. Ma a livello regionale i valori sono in miglioramento perché i valori standard di inquinamento sono in discesa.

Da un estremo all’altro

Proprio le precipitazioni sono il fenomeno che desta più preoccupazione. Non è cambiata tanto la quantità delle precipitazioni, ma la qualità. I fenomeni sono sempre più estremi e irregolari. Un esempio di questa nuova tendenza è rappresentato dalle “bombe d’acqua” che, però, non garantiscono il costante rifornimento ai fiumi per un flusso regolare. Anzi, precipitazioni così violente e concentrate in un breve lasso di tempo provocano frane e smottamenti e l’entroterra marchigiano, anche l’Urbinate, è particolarmente interessato da questi fenomeni. Stessa cosa per le nevicate. Lo scioglimento di blocchi di ghiaccio in un unico periodo stagionale è un’altra causa del minore livello di acqua nei bacini idrogeologici. Da un estremo all’altro: il territorio ha anche un problema di siccità. I dati del Serpieri al riguardo dicono che la media annua delle precipitazioni negli ultimi 70 anni è di circa 900 millimetri. Le fotografie dell’estremizzazione sono il 2010, il più ‘bagnato’ con quasi 1250, e il 2012, quello del “Nevone” con picchi di 327 centimetri. Lo scioglimento di questa grande quantità di neve, a febbraio, ha fatto risalire i valori delle polveri sottili rispetto a quelli più bassi di gennaio. In generale, il problema evidenziato, oltre a quelli di produzione e dispersione, è il risollevamento delle particelle di smog  generato dagli agenti atmosferici.

I venti non sono soggetti a una previsione statistica così precisa come le temperature. I primi dati disponibili dell’Osservatorio partono dai primi anni Duemila e registrano una velocità media di 10 chilometri orari annui. Il tachimetro ha toccato i suoi massimi con i 146 km/h del dicembre 2009 e i 140 dell’ottobre 2018. L’umidità e la pressione, invece, sono stabili negli anni al 71.3% e 963.5 mBar.

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