Le altre “Meraviglie” di Urbino. Viaggio alla scoperta delle perle della città

Un dettaglio degli affreschi dell'Oratorio San Giovanni
di NICOLETTA PETTINARI e VALERIO SFORNA

URBINO – Ridurre la città ducale alla Galleria Nazionale delle Marche e alla casa natale di Raffaello non rende onore alle bellezze architettoniche e artistiche del nostro territorio. Tra scorci segreti e panorami mozzafiato abbiamo raccolto le “altre” meraviglie di Urbino. Luoghi meno conosciuti dal grande pubblico, ma che gli urbinati riconoscono come intimamente legati al tessuto culturale della comunità.

LA PUNTATA – Alberto Angela svela in tv le “Meraviglie” di Urbino

Vicoli che conducono al cuore della città, la cinta muraria che la protegge e il duca Federico che dal suo mausoleo la “veglia”. Questi sono solo alcuni dei simboli che hanno contribuito a rendere Urbino patrimonio dell’Unesco. Dieci luoghi per dieci storie che possono essere riassunti dalla frase del poeta Umberto Piersanti: “Io credo che se c’è qualcosa che contraddistingue Urbino è proprio d’essere un luogo dell’anima”. L’elenco, lungi dall’essere esaustivo, è frutto di una scelta che vuole descrivere una particolarità della città, inquadrando di volta in volta un elemento simbolico e distintivo.

Oratori, “La cappella sistina” delle Marche

L’oratorio di San Giovanni è considerato la “Cappella Sistina delle Marche” e al suo interno si può ammirare il ciclo di affreschi, in stile gotico, realizzato dai fratelli Lorenzo e Jacopo Salimbeni intorno al 1416. L’edificio risale al 1365 e sorge sul sito di un vecchio ospedale per gli infermi e per l’accoglienza dei pellegrini.

Vicino al San Giovanni c’è l’oratorio di San Giuseppe, fatto costruire, tra il 1503 e il 1515, dal duca Guidobaldo I da Montefeltro e dalla moglie Elisabetta Gonzaga. All’interno dell’oratorio è conservato il presepe dello scultore e decoratore urbinate Federico Brandani, raffigurante la natività di Gesù Cristo, realizzato tra il 1545 e il 1550, in stucco e con le statue a grandezza naturale. La cappella in cui si trova il presepe è interamente rivestita in tufo e pietra pomice per ricreare il più possibile l’ambiente di una grotta. Dalla chiesa si accede anche alla piccola cappellina dedicata allo “Sposalizio della Vergine” con San Giuseppe. La pala d’altare è una copia antica del celebre quadro omonimo di Raffaello.

In totale sono otto gli oratori della città: San Giuseppe, San Giovanni, Santa Croce, della Morte, Visitazione, Cinque Piaghe, Corpus Domini e Sant’Andrea Avellino. Dieci se si aggiungono i due appartenenti alla famiglia Albani.

Verrà restaurato in occasione dei 500 anni dalla morte di Raffaello l’oratorio di Santa Croce, chiuso al pubblico dal 2000. Al suo interno è ancora possibile vedere i frammenti degli affreschi di Giovanni Santi, padre di Raffaello.

Tra gli oratori più illustri di Urbino non può mancare quello della Morte, con la pala d’altare raffigurante la “Crocifissione di Cristo”, opera di Federico Barocci (1604).

Orari di apertura degli oratori: da lunedì a sabato ore 10-13 e 15-18; domenica 10-13.

L’Oratorio di San Giovanni con gli affreschi di Jacopo e Lorenzo Salimbeni

Oratorio della Grotta e Museo diocesano, la cripta custodisce i tesori

“Nel lunedì dell’Angelo, fino a trent’anni fa, per espiare le proprie colpe i fedeli in ginocchio percorrevano l’Oratorio della Grotta – spiega Don Davide Tonti, direttore vicario episcopale per la cultura e l’arte della Diocesi di Urbino – un doloroso percorso di espiazione per liberare la propria anima dal peccato, in maniera definitiva. Il cammino durava circa quattro o cinque ore”. L’oratorio della grotta, cripta della Cattedrale di Urbino, è suddiviso in quattro cappelle che rappresentano ognuna una tappa fondamentale della testimonianza di Gesù: la nascita, la morte, la sepoltura e la resurrezione.

Nel 1597, l’ultimo duca di Urbino, Francesco II Maria della Rovere, scelse questo luogo come suo mausoleo e commissionò il gruppo scultoreo che avrebbe dovuto ornare il sepolcro. Suo figlio, Federico Ubaldo, morì però prima di lui e la Pietà in marmo e pietra, realizzata dallo scultore fiorentino Giovanni Bandini, fu utilizzata per la tomba di quest’ultimo. L’oratorio è parte integrante del museo diocesano Albani, che conserva tavole e tele dipinte dagli esponenti di grandi Scuole come quella di Giovanni Santi, del Manierismo e da grandi personalità artistiche come Federico Barocci (di cui sono conservati il San Girolamo penitente e l’Estasi della Beata Michelina) e Federico Zuccari (Cristo alla colonna) che nei secoli hanno caratterizzato la storia del territorio conquistando il palcoscenico nazionale e internazionale. Codici miniati, reliquie, calici, cristalli e pastorali fanno da cornice ai preziosi dipinti.

L’imponente Cattedrale rinnovata in stile Neoclassico alla fine del Settecento secondo il progetto dell’architetto romano Giuseppe Valadier, è temporaneamente chiusa per restauro. Il Museo diocesano Albani è aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00.

I musei diocesani Albani

Mausoleo dei Duchi, Federico da 500 anni la città sorveglia

Nel Mausoleo è seppellito il Duca Federico da Montefeltro. Le sue spoglie erano destinate al cortile di Palazzo ducale, ma Federico decise di essere sepolto fuori dalle mura, tanto era forte e splendente la città. Così tanto ricca e militarmente preparata da permettere al Duca di dormire sonni tranquilli sulla collina antistante la città feltresca, senza alcuna protezione. Così, da secoli, il Duca e Urbino continuano a “guardarsi”.

Per più di trecento anni, la chiesa di San Bernardino, dove è deposta la salma del Duca, ha ospitato la Pala Montefeltro, opera del pittore Piero della Francesca. Nel 1811 il dipinto venne prelevato dall’altare maggiore e portato a Milano in seguito alle requisizioni napoleoniche. Oggi è conservata nella pinacoteca di Brera e conosciuta col nome di Pala Brera. L’opera ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo dell’arte figurativa italiana, a partire dall’influenza su pittori come Antonello da Messina e Giovanni Bellini. La profondità, il sapiente uso della prospettiva e della luce ispirarono il grande artista urbinate: Donato Bramante.

Secondo alcuni studiosi, oltre alla Pala, il mausoleo del Duca ospitava anche altre opere di Piero della Francesca come la Flagellazione e il Ritratto di Federico. La chiesa di San Bernardino è aperta al pubblico e qui si svolgono normalmente le funzioni religiose.

La Chiesa di San Bernardino dove c’è il Mausoleo del Duca Federico

Palazzi del “sapere”, i centomila libri di Carlo Bo

La ‘Carlo Bo’ di Urbino è tra le più antiche università di Italia. Altrettanto antichi e prestigiosi sono anche i palazzi nel centro storico urbinate che ospitano le sedi dei dipartimenti e delle biblioteche dell’università.

Primo fra tutti il Palazzo Passionei Paciotti, oggi gestito dalla Fondazione di Carlo Bo e della moglie Marise, con gli oggetti personali del grande critico letterario. Sigari, tavolozze e più di 100.000 volumi nello studio ricostruito come quello della sua casa cittadina.

Ma c’è anche il Palazzo di San Girolamo, un tempo proprietà ecclesiastica e oggi sede della biblioteca umanistica. E poi Palazzo Battiferri, dove l’architetto Giancarlo de Carlo ha costruito l’Aula Magna universitaria, seppur limitata da un muro del IV secolo dopo Cristo che non è stato possibile spostare.

Infine il Polo Volponi, che apre una finestra sugli Appennini. Di fronte alla casa natale dello scrittore urbinate, De Carlo ha edificato il polo scientifico-didattico dedicato all’intellettuale amico di Pasolini e Olivetti. I palazzi e le biblioteche sono visitabili negli orari di apertura indicati sul sito dell’università di Urbino.

Il cortile interno di Palazzo Passionei Paciotti

Fortezza Albornoz, la terrazza di Urbino

Lanciare gli aquiloni e vederli volare nel cielo azzurro di Urbino. Questa era una delle attività che si facevano una volta alla Fortezza Albornoz, in origine solo un terrapieno. Ma è stato veramente il cardinale-guerriero Egidio Albornoz a edificarla? O c’entra Guglielmo de Grimoard, poi divenuto Papa? Questo è il dilemma. Di certo la fortezza porta il nome di Albornoz. Ma alcuni studi recenti la attribuiscono a Grimoard, poi pontefice con il nome di Urbano V.

Fu realizzata sul punto più alto del monte di San Sergio nella seconda metà del XIV secolo con funzione difensiva, in quanto la rocca esistente non era ritenuta più adatta al Ducato di Urbino. Nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni e ricostruzioni e nel 1673 fu ceduta ai padri Carmelitani Scalzi del vicino convento, oggi sede dell’Accademia delle Belle Arti. Nel 1799, in età napoleonica, la rocca fu riedificata per esigenze militari e negli anni successivi ritornò di proprietà dei Carmelitani.

La costruzione ha forma rettangolare ed è munita nel lato interno di due torri semicircolari. Il portone d’ingresso è situato nel lato nord; di qui, attraverso una rampa, si accede alla terrazza che, per la sua posizione domina la città e il paesaggio a trecentosessanta gradi. Lo scenario panoramico che la struttura spalanca su Urbino, visibile in ogni suo gioiello artistico e architettonico, è unico e spettacolare.

Al momento la Fortezza Albornoz ospita al suo interno l’aula didattica “Bella Gerit”, con una parte di ritrovamenti archeologici e un’altra riservata alla storia dell’equipaggiamento militare in uso tra il 1300 e il 1500. A partire dal 1975 l’ampio spazio antistante è stato adibito a parco pubblico e dedicato alla Resistenza. Qui tante le sculture che si possono ammirare, tra le quali il “Sole” di Eliseo Mattiacci, che punta i suoi raggi verso i torricini.

La Fortezza è visitabile nei seguenti orari di apertura: “Bella Gerit” domenica 10.00-13.00 e 14.30-18.00; fortezza punto panoramico: 8.00-19.00.

La scultura di Eliseo Mattiacci, il “Sole”,  collocata nel parco della Resistenza

Nuovo Palazzo Albani, l’estasi di Sgarbi

“Quando Vittorio Sgarbi pernotta in città di solito mi chiama alle sei del mattino – racconta Luigi Guidi, custode dei palazzi del legato Albani –  e mi chiede sempre la stessa cosa. Vuole che io gli apra il palazzo cosicché lui possa godere in silenzio della sua bellezza, la mattina presto, vedendo la luce entrare. E rimane così in contemplazione per ore in quello che considera uno dei palazzi più belli di Urbino. In alcune occasioni lo ha fatto anche a notte fonda”.

Il palazzo Albani viene anche detto “nuovo” per distinguerlo dal resto dei palazzi cittadini, risalenti all’epoca medievale e rinascimentale. Venne costruito nel 1700 sotto la spinta di un altro grande urbinate: Papa Clemente XI Albani. Uomo di religione ma anche di cultura, arricchì Urbino di tesori, riportando la città ai fasti del Ducato.

Il palazzo si trova in piazza della Repubblica dove c’è anche la fontana realizzata nel 1908 da Diomede Catalucci. Dopo qualche anno dall’installazione questa venne tolta per consentire alle carrozze di passare agevolmente. Smontata pezzo per pezzo venne gettata nei magazzini comunali, fin quando una raccolta firme dei cittadini l’ha riportata al centro della piazza principale della città feltresca. Il palazzo Nuovo è anche sede dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino, ed è sempre aperto al pubblico.

La scalinata del Nuovo Palazzo Albani

Piola Santa Margherita, l’eroe nazionale australiano

Piola Santa Margherita ha dato i natali a un eroe. Raffaello Carboni è nato qui nel dicembre del 1817. Scrittore, patriota, attivista politico italiano ma soprattutto eroe nazionale australiano, Carboni ha avuto una vita a dir poco avventurosa. A causa della povertà cercò fortuna in Australia unendosi ai gruppi di cercatori d’oro. Nel 1854 una serie di incidenti, dovuti al costo delle licenze minerarie e ai maltrattamenti della polizia, sfociarono in una rivolta vera e propria, della quale Carboni fu uno dei capi.

La ribellione sarà un fallimento dal punto di vista militare, in quanto repressa dall’esercito, ma politicamente fu una vittoria perché suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica australiana. Il primo passo verso una maggiore autonomia dall’impero britannico. Carboni, tornato in Italia, emulo di Lafayette e dello stesso Garibaldi, supportò la Spedizione dei mille. Muore poi a Roma a 58 anni, col paradosso di essere più conosciuto nell’emisfero australe che nelle Marche.

Da piola Santa Margherita, lasciandosi la fortezza Albornoz alle spalle e scendendo verso l’oratorio di San Giovanni, si gode di uno degli scorci più suggestivi di Palazzo ducale. Non a caso la foto da questo vicolo è uno degli scatti più ricorrenti tra i turisti.

La discesa di piola Santa Margherita che conduce agli oratori

Porta San Bartolo, l’arco del destino

Porta San Bartolo, luglio 1444. Oddantonio II da Montefeltro è stato ucciso da un gruppo di congiurati. La mattina seguente il fratello Federico, allontanato dalla città, si presenta davanti a coloro che sono accusati dell’omicidio del Duca e stringe il patto che segna il futuro della città. Grazia i congiurati e la folla lo acclama: Federico è il nuovo signore e Porta San Bartolo entra nella storia di Urbino. Camminando per i viali, la porta è tappa obbligata per chi vuole ripercorrere la storia della città.

Accanto a essa, la chiesa di Santa Maria degli Angeli al cui interno si trova il presepe artigianale dell’artista urbinate Pippi Balsamini. Fuori dalla porta è possibile osservare gli antichi lavatoi. Fino agli anni Settanta coloro che non avevano acqua corrente in casa andavano lì a lavare i panni. Tre vasche, la prima delle acque sporche, la seconda quella del primo risciacquo e la terza quella dell’acqua cristallina per l’ultimo passaggio. “Guai a tirarci dentro qualcosa, anche un sasso – racconta Tiziano Mancini, dirigente dell’Università Carlo Bo – ricordo ancora le urla delle anziane signore a noi ragazzi”.

Porta San Bartolo, da qui Federico entrò in città dopo la morte del fratello Oddantonio

Giro dello Spineto, una tavolozza di colori

Guardando la collina, quando il sole di mezzogiorno illumina la scena, i colori e le geometrie sono quelle dei quadri di Piero della Francesca. La passeggiata lungo il Giro dello Spineto, dal Caffè del Mulino a Porta Lavagine, apre la visuale, quando la giornata è limpida, fino al mare di Pesaro.

Al tramonto il marrone del Mausoleo dei Duchi e delle montagne si tinge di un rosso che riempie gli occhi e appaga lo sguardo. Ogni colore del cielo e della natura, con il trascorrere dei momenti della giornata, offre una sfumatura cromatica su Urbino e dintorni. La luce del sole abbraccia la città ducale e ne intensifica il colore caldo dei mattoni, regalando un’istantanea unica che non può non rimanere impressa nel ricordo dei visitatori.

Il Mausoleo dei Duchi visto dalle mura cittadine

Sinagoga e ghetto ebraico, quei mattoni rotti

Non è solo un luogo di culto, ma è anche una casa di studio. La sinagoga di Urbino è in via Stretta. L’edificio è caratterizzato da una fascia di mattoni volutamente rotti per ricordare la distruzione del tempio di Gerusalemme. Tre i portoni che si aprono sulla facciata: da uno si accede al forno e al pozzo, quello centrale è l’ingresso degli uomini e quello di destra è riservato alle donne.

L’interno è stato ristrutturato nella metà del XIX secolo, è in stile neoclassico e riporta alcuni tratti stilistici del Duomo di Urbino. Da un atto notarile del 1633 risulta che la vecchia sinagoga sorgeva all’incirca di fronte a Palazzo Ducale.

Dopo la costituzione del ghetto, la comunità ebraica fu costretta a lasciare le proprie abitazioni e a trasferirsi nel nuovo quartiere imposto. Proprio dove si trova ora l’attuale sinagoga.

La sinagoga di Urbino è l’edificio più importante del ghetto ebraico

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