La Memoria di Vittoria Coen, ebrea e cattolica nel ’43: “Qui a Urbino mai nessuno ci denunciò ai fascisti”

di LINDA CAGLIONI

URBINO – Il giorno in cui due militari tedeschi fecero irruzione nella sua stanza, Vittoria Coen, classe 1936, se lo ricorda come se da allora fosse trascorsa una manciata di minuti appena. E invece, sotto i ponti della storia, sono fluiti più di 80 anni. Tanto è il tempo trascorso da quando le leggi razziali volute dal regime fasciste sconvolsero le vite di ogni ebreo e poi, dopo l’armistizio del ’43, l’occupazione: “Eravamo nascosti nella casa del parroco sul monte Pietralata, era riuscito ad avvisarci qualche minuto prima dell’arrivo dei due militari – ricorda Vittoria – e mia madre, pur di salvarci, dimostrò grande fantasia. Mise mio padre sotto le coperte, gli appoggiò in fronte un panno bagnato e un cuscino sotto la maglietta per simulare gonfiore addominale. Quando questi due entrarono con il mitra in mano, lei si rivolse loro in francese, fumando una sigaretta e atteggiandosi con totale nonchalance. Gli disse di non avvicinarsi troppo a quell’uomo, mio padre, che nella sua messinscena si era trasformato in un moribondo malato di tifo. Non so se quei due ragazzotti ci cascarono. Sicuramente, nel dubbio, preferirono andarsene”.

Ricordi come questo sono contenuti nel libro che Vittoria, “per metà ebrea e per metà cattolica”, ha deciso di stendere per dare una forma al passato. “In Diversa da chi? ho cercato di riordinare le memorie, le discriminazioni subite durante la Seconda guerra mondiale. Ma scrivere è stato anche un modo per tradurre in parole la sensazione di sdoppiamento che ho ereditato dall’appartenere contemporaneamente alla cultura ebraica e a quella cattolica”.

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Le sue pagine si trasformano così in un viaggio personale, intrapreso per porgere ascolto alle voci e alle domande che per tanti anni hanno continuato a emergere da un’infanzia travolta dal conflitto. “Ci sono alcune cose che un bambino non può dimenticare – racconta la donna, autrice di altri tre libri – non posso dimenticare il cratere scavato dall’esplosione di una bomba proprio davanti a casa, le mattinate in cui passeggiavo per Urbino e dovevo stare bene attenta a non rivelare il mio cognome. Non posso dimenticare la difficoltà iniziale di comprendere il dialetto dei miei coetanei urbinati, così diverso da quello di Pesaro, dove avevo sempre vissuto”. Altre immagini e suggestioni costellano il suo diario interiore, come il rumore assordante del ponte di Fossombrone colpito dagli Alleati, o il bombardamento della ferrovia di Canavaccio, fatta esplodere mentre lei e la sorella più grande di sette anni, erano andate con altri bambini a raccogliere degli ortaggi.

Nei mesi di quella guerra fratricida, Vittoria si abituò alla solitudine, a lunghe passeggiate in cerca di qualche risposta: “I miei nonni paterni non accettarono mai il matrimonio del figlio con una cattolica. E non accettarono mai nemmeno noi nipoti. Io e mia sorella ci sentimmo sempre rifiutate da loro e, nella breve convivenza, alla donna di servizio era addirittura chiesto di tenere la nostra biancheria separata dalla loro. Ricordo, però, che un giorno passai davanti alla casa di mio nonno, quando ormai eravamo tutti fuggiti. Le porte erano spalancate, dentro quelle stanze alcuni fascisti stavano registrando tutti i suoi averi per requisirli, compresi alcuni giocattoli. Avvertii pena per i miei nonni. Erano al contempo vittime e coloro che mi avevano vittimizzata. Ma quel torto mi fece venir voglia di insorgere, di dire forte che ero ebrea come loro”.

Seduta al tavolo della sua cucina e intrecciando le dita nelle ciocche candide dei suoi capelli, Vittoria racconta del suo passato, balza con eleganza da un’epoca all’altra. Accede ai diversi capitoli della sua vita come spalancasse di volta in volta cassetti familiari e preziosi, da maneggiare con cautela. “A Urbino nessuno denunciò mai noi ebrei, anche se per ogni segnalazione c’era una ricompensa di 5 mila lire. Ma di quegli anni, un’immagine in particolare mi è rimasta impressa. Una bicicletta d’argento”. Era la bicicletta di Ercole Borgogelli, che andò ad avvisarli dell’arrivo dei tedeschi, poco dopo l’8 settembre. “Ero una bambina, incuriosita andai alla porta per ascoltarlo. Lui aveva avuto l’informazione dal suo suocero, che all’epoca era il podestà. Allora non potevo rendermene conto. Ma più tardi ho compreso che se sono qui, se tutta la mia famiglia è sopravvisuta a quella folle sciagura, è stato grazie a quell’uomo”.

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