Fgcult 2022. Sotto il vulcano c’è un giardino da curare. Il filosofo Mancuso: “Il ruolo della cultura è proprio questo”

di DAVIDE FANTOZZI

URBINO – Informazione, etica ed estetica. La conversazione tra il conduttore radiofonico Marino Sinibaldi e il teologo e filosofo Vito Mancuso prende solo a pretesto il titolo “A cosa serve una rivista? Sotto il Vulcano”, in riferimento al trimestrale diretto dallo stesso Sinibaldi il quale esordisce provocatoriamente dicendo: “Potrei rispondervi anche subito. Una rivista serve a pensare”.

Della rivista “mi piace il tempo – prosegue –, il trimestrale permette di allontanarsi il giusto dalla pressione quotidiana dei giornali”. Uno dei contributi all’interno della testata è di Mancuso, introdotto da Sinibaldi come colui che ha parlato “dei tempi che stiamo vivendo, anzi, patendo. È stato introdotto un elemento di sofferenza. Come se non fossimo sotto il vulcano, ma ci stessimo dentro”.

Cultura e pathos

Il filosofo comincia il suo discorso partendo dalla “cultura, che nell’informazione si trova a dover essere estremamente veloce. È tutto un continuo scrolling, una lettura dei soli titoli, c’è tanta informazione di superficie. Invece serve la giusta distanza dalle cose per capirle, come per un quadro”.

L’essere umano è “energia intelligente alla ricerca di forma. Dare armonia è compito della vita, di noi umani pensanti alla ricerca di forma e formazione”. In questo, la cultura “dovrebbe essere coltivazione: togliere le erbacce, creare ordine, come in un giardino, nel cosmo”. A essa si collega il concetto di pathos. “Perché soffriamo? – domanda Mancuso –, perché siamo pathos da sempre, e più c’è cultura e più c’è pathos. Chi non patisce, non capisce”. Proprio la mancanza di comprensione “oggi è fonte di grande sofferenza, disorientamento, paure e ansie. Abbiamo paura del futuro e forse serve un luogo del rifugio. Credo – prosegue – che il compito del pensiero sia ricostruire, ridare fiducia”.

Il filosofo Vito Mancuso

Valore e libertà

Sinibaldi rilancia: sfogliando la rivista, si sofferma su un contributo del teologo laico. “La pandemia ha insegnato che non si può dominare il mondo, che c’è qualcosa di più importante di te”.

Sta a Mancuso spiegare: “L’etica vive di due grandi categorie. Da un lato il valore, dall’altro la libertà. Il valore è sentire che c’è qualcosa che valga, a cui porsi al servizio. Può essere la natura, l’arte, la giustizia. Chiamiamolo un bene più grande, Dio, un’utopia, che non ti schiaccia, ma genera un appello. Libertà invece è libero arbitrio. Li colleghi e hai l’etica”.

L’accusa delle mancanze contemporanee è rivolta alla “società dei consumi, la quale produce giorno dopo giorno la goccia che scava nella pietra della nostra interiorità dicendoci: ‘Tu sei il centro del mondo’. Non si fa ragionare la gente, il sé è il grande sovrano del mondo. Siamo tutti malati di narcisismo fin da bambini, riconduciamo l’estetica al piacere personale, ma se non ti piace Raffaello è un problema tuo, devi educarti. Se rimani intrappolato nel tuo piccolo ego del mi piace/non mi piace rimani fermo alla superficie. Occorre chiedersi se per te c’è qualcosa di più importante di te. Se sì, sei pronto per l’esperienza etica ed estetica, altrimenti sei pronto solo per quella commerciale”.

Utopia

“L’utopia è importante – conclude Mancuso – Oscar Wilde diceva che è il luogo in cui tutti gli esseri migliori vivono. La carta geografica reale deve essere veritiera, ma se in quella mentale se non esiste un’Isola che non c’è, allora non merita neanche uno sguardo”.

Se “non abbiamo più qualcosa più grande di noi, diventiamo noiosi”. È dovere e necessità “rimettere al centro la bellezza, attraverso un’educazione estetica ed etica. Tra kalos e agathos”.

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