L’utopia di Orfeo: un Mappamondo della pace accessibile a tutti. Ma dal 2010 è chiuso: “Tradita la sua eredità”

Foto di Marco Biancucci
di MARIA SELENE CLEMENTE

COLOMBARA (APECCHIO) – C’è un punto nella valle del Metauro, sulla strada che da Piobbico porta ad Apecchio in provincia di Pesaro e Urbino, da cui, alzando lo sguardo oltre i tornanti e le cime delle montagne, si può scorgere un enorme globo azzurro appoggiato sul ciglio di un dirupo.

Proseguendo sulla provinciale Apecchiese, un bivio sulla sinistra conduce a Colombara, frazione di Apecchio. Superato il centro abitato, un arco apre la via a un sentiero asfaltato che, dopo circa un chilometro, si interrompe ai piedi del Mappamondo della pace. Un’opera dell’artista Orfeo Bartolucci che per alcuni anni ha reso questo borgo famoso i tutto il mondo. Il cancello di ingresso però ora è chiuso. Su di esso sono appese due insegne: “Proprietà privata” e “divieto di accesso”.

Orfeo Bartolucci dentro al suo Mappamondo della pace – Credits: Costruttori di Babele


Christian, uno dei residenti delle case circostanti, spiega che non è possibile visitare il Mappamondo da oltre dieci anni. E avvisa: “C’è una diffida e un sistema di videosorveglianza. Possono accedere solo ed esclusivamente gli eredi. Questa è tutta proprietà nostra”. 

Il suo cognome è Bartolucci ed è uno dei nipoti di Orfeo, ideatore e costruttore di un’impresa eccezionale: uno dei globi girevoli più grandi del mondo. “Un uomo – come lo ha definito Gabriele Mina, ricercatore del progetto Costruttori di Babele – titano della volontà”. Christian Bartolucci è uno degli eredi dell’artista, sono in tutto 17 e questa è solo uno degli ostacoli che impediscono a quest’opera, ormai un monumento dell’entroterra pesarese, di essere di nuovo fruito dal pubblico. Nonostante la disponibilità del Comune di sanare le irregolarità.

Un’opera “babelica”

Orfeo Bartolucci scavò dapprima un grande fosso e, da dentro, iniziò a lavorare in segreto alla sua opera. Partì dalla semisfera inferiore, poi installò una pagoda esterna per continuare, di nascosto, il lavoro in superficie e studiò la geografia per disegnare i Paesi. Nel 1988, dopo cinque anni di assoluto riserbo, inaugurò il Mappamondo della pace.

Era un muratore e carpentiere di Colombara in pensione e in totale autonomia costruì l’opera in legno di pioppo, della misura di 31 metri di circonferenza, 10 di diametro e dal peso di 180 quintali; una palla alta come un palazzo di tre piani.


Orfeo concepì la sua opera come un luogo aperto

Gabriele Mina

“È un microcosmo” racconta Gabriele Mina al Ducato. “Una parte di universo, sia perché ti porta all’interno di un globo, sia perché ti conduce dentro l’universo di Orfeo che aveva riempito quel mondo con una miriade di oggetti. Orfeo era anche un grande raccoglitore di piccole cose. Nel visitarlo, l’impressione era di entrare nella testa del suo ideatore. Ed era aperta. A differenza di tanti altri artisti, costruttori irregolari, che spesso, invece, creano universi chiusi”.

Azionato da due motori elettrici, il Mappamondo poteva riprodurre il moto rotatorio della terra, di 24 ore. Per le sue dimensioni e caratteristiche, dopo l’inaugurazione nel 1988, fu inserito nel Guinness dei primati e restò il globo girevole più grande del mondo per dieci anni, fino al 1998. In riconoscimento al lavoro svolto, Orfeo Bartolucci fu insignito del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica italiana. 

Non solo Mappamondo: il parco d’arte

Il Mappamondo della pace si trova su una collina di oltre tre ettari interamente di proprietà della famiglia Bartolucci. “Orfeo era figlio di un bracciante” racconta Paola, una delle figlie del cavaliere. La sua storia è simbolo di riscatto perché “da nullatenente, carbonaio quale era, attraverso il duro lavoro divenne possidente. E quando comprò la collina decise di assegnare un lotto e una casa, da lui costruita, a ciascun figlio”.

Ad oggi, sono 17 gli eredi – diretti e indiretti – comproprietari di quello che sarebbe dovuto diventare, attraverso la collaborazione con il Comune di Apecchio, un parco tematico d’arte aperto al pubblico.

Il Mappamondo, infatti, non fu l’unica opera costruita dal cavaliere. Sulla collina Bartolucci, Orfeo creò altre installazioni artistiche: la Luna, accanto al globo girevole; un museo sotterraneo e delle stanze in cui raccolse alcune delle sue più ampie collezioni di oggettistica (attrezzi agricoli, strumenti musicali, radio e televisori d’epoca); e ancora, un albero costruito con oltre 150 mila bottoni e un grande orologio, situato fuori dai cancelli di accesso al parco, mai terminato. La figlia Paola racconta che fu la polizia locale a interrompere il lavoro di quest’ultima opera, alla quale Orfeo aveva già previsto di affiancare un campanile.

La stanza dei proverbi, dentro al Mappamondo. Foto di Marco Biancucci

Paola ricorda suo padre come un uomo geniale, estroso ma anche indomito. Con uno slancio creativo difficile da contenere: “Faceva fatica ad accettare le regole”. 

E questo aspetto resta ancora oggi uno dei limiti del parco d’arte. Il Mappamondo ebbe infatti più vite. Come ricorda il ricercatore Gabriele Mina, alla fase di notorietà che seguì l’inaugurazione trasmessa persino in diretta nel programma Telemike, di Mike Bongiorno, successe un periodo di declino, caratterizzato da problemi di ordine economico e legale, anche con il Comune di Apecchio.

Un frame del video del 1988 che riprende l’apertura del Mappamondo della pace al pubblico

Il rapporto con il Comune e la situazione attuale

Nel 2010, un’ordinanza emessa dal Comune di Apecchio vietò l’accesso al pubblico per motivi di sicurezza. Paola spiega che da allora, se qualcuno voleva visitare il Mappamondo, poteva farlo soltanto se accompagnato da un erede, che però doveva assumersi tutte le responsabilità. E questo è accaduto sempre meno nel corso del tempo, specialmente da quando Giancarlo Bartolucci, altro figlio di Orfeo e principale manutentore delle opere del padre insieme a Paola, è venuto a mancare nel 2022.  

L’albero realizzato da Orfeo Bartolucci con oltre 150mila bottoni. Foto di Marco Biancucci

Due anni dopo il divieto di accesso al pubblico, nel 2012, il Consiglio comunale di Apecchio approvò un piano di recupero del “parco tematico Mappamondo della pace”: un accordo tra Comune e comproprietari del sito per sistemare l’area dal punto di vista urbanistico. Piano che però non fu mai attuato. L’unico intervento, spiega Paola, fu il trattamento in vetroresina applicato dal fratello Giancarlo nel 2020, per salvaguardare il Mappamondo dalla corrosione degli agenti atmosferici.

Il sindaco di Apecchio, Vittorio Alberto Nicolucci, ha chiarito al Ducato la situazione attuale: “Nell’ottica di una collaborazione con i familiari di Orfeo il Comune autorizzò il passaggio del terreno del parco da agricolo a pubblico attrezzato e concesse due proroghe al primo piano di recupero delle opere costruite dal cavaliere, ciascuna della durata di cinque anni. La prima valida dal 2012 al 2017, la seconda dal 2017 al 2022. Quest’ultima è scaduta a dicembre 2022 ed è quindi importante riaprire il dialogo con la famiglia e discutere nuovamente delle possibili soluzioni”.

Il sindaco Nicolucci ha spiegato che, pur essendo scaduta la convenzione, il Comune non è mai intervenuto con delle sanzioni perché prevale, da parte dell’amministrazione pubblica, un atteggiamento di “apertura e interesse a trovare strumenti di collaborazione con la famiglia ma in questo momento, e da molti anni, mancano i presupposti di regolarità per poter procedere a qualsiasi iniziativa”.

Una delle stanze costruite da Orfeo per ospitare le sue collezioni. Foto di Marco Biancucci

Il Mappamondo “è un’opera a cui il Comune di Apecchio riconosce un grande valore umano. È un messaggio di intraprendenza e di forte legame con il territorio”, ha spiegato il sindaco, “e per questo tra le varie opzioni vagliate nel corso degli anni, era stato anche preso in considerazione un intervento pubblico con contributi regionali, nazionali o europei”. Ma intervenire con fondi pubblici significherebbe “cambiare la finalità e fruibilità, in senso pubblico, delle opere”.

Questo, come ricorda Gabriele Mina, è uno degli aspetti più rilevanti: “Si tratta di un’opera artistica che è di per sé difficile da classificare e costruita interamente su proprietà privata”.

Una questione tra eredi

Una delle nipoti di Orfeo racconta che l’ostacolo principale all’attuazione del piano di recupero del Comune sarebbe dovuto non solo agli elevati costi che i familiari dovrebbero affrontare per rendere tutto a norma ma, soprattutto, nella difficoltà a trovare un accordo tra i tanti eredi, ognuno con i propri interessi. Alcuni sarebbero disposti ad affidare tutta l’area destinata al parco d’arte in gestione al Comune o a una associazione culturale in grado valorizzare il sito; altri si oppongono a qualsiasi iniziativa di carattere gratuito e vorrebbero trarre profitto da questo patrimonio artistico.

Lo stesso scontro tra gli eredi si è presentato anche rispetto alla casa di Orfeo. “Un castello”, così lo chiamano alcuni degli abitati di Colombara, situato all’ingresso del paese. Una vicina, la signora Adima Carli, racconta al Ducato che Giancarlo Bartolucci riuscì a trovare una persona interessata a risistemare la casa, anch’essa costruita dal padre, a proprie spese e farne un’attività che avrebbe potuto portare visitatori in paese. “L’avrebbe data in regalo pur di non vederle fare questa fine, ma una delle eredi si oppose”.


“Orfeo avrebbe voluto che il mappamondo restasse aperto, di questo sono certa”

Adima Carli, abitante di Colombara

La casa oggi è disabitata e in un evidente stato di abbandono. Le finestre sono aperte, si vede il vento muovere le tende logore. E si percepisce il senso di vuoto del paese di Colombara, che un tempo, grazie all’ingegno di Orfeo, ha accolto visitatori da tutta Italia e non solo.

Rispetto al Mappamondo la signora Adima aggiunge: “Dicono che non sia a norma, ma non credo sia così. È difficile mettere d’accordo tutti gli eredi, sono troppi”. Racconta anche che Giancarlo le confessò che dopo la morte del padre non riusciva più a trovare un accordo su niente con gli eredi. “Eppure”, conclude: “Orfeo avrebbe voluto che il mappamondo restasse aperto, di questo sono certa”. 

Orfeo Bartolucci sulla sommità del Mappamondo della pace, frame da un video del 1988

Un “mondo” senza barriere

Come spiega al Ducato Gabriele Mina che da anni si occupa delle opere di artisti autodidatti per il progetto Costruttori di Babele, “trovare una soluzione richiede strumenti ad hoc, adatti all’unicità dell’opera. Il Mappamondo è stato accatastato come una residenza di lusso. In Francia e in America ci sono opere, persino più grandi, che sono tutelate dallo Stato, sono diventate monumenti”.

A proposito della regolarità delle opere del parco d’arte, Gabriele racconta un aspetto particolare della storia di Orfeo, il fatto che almeno due dei suoi figli erano affetti da distrofia muscolare. La stessa Paola, che ha parlato al Ducato, soffre di questa malattia e racconta, con forte commozione, che il padre è stato la grande molla nella sua vita a non farsi dominare e opprimere dalla distrofia. 

“Parte del progetto del Mappamondo nasceva proprio dalla volontà di dimostrare che con una forza di volontà enorme tutto è possibile”, spiega Gabriele Mina. “Così Orfeo costruì tutto il suo parco, incluso il sentiero di accesso, senza barriere, per renderlo, prima di tutto, fruibile alla sua famiglia”. E aggiunge: “Tenerlo chiuso è anche un tradimento all’utopia di Orfeo, che era triplice: la prima era quella di costruire un mondo; la seconda era di non tenerlo per sé, ma condividerlo con quante più persone possibile e la terza era l’utopia di fare grande il suo paese”. Mentre a Colombara adesso resta una collina del sogno con un cancello chiuso. 

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