Transizione di genere: cos’è, come funziona, cosa manca nelle Marche

La mappa dei centri di transizione in Italia sul portale Infotrans, che mostra l'assenza di servizi nelle Marche
di SARA SPIMPOLO

URBINO – Quello della transizione di genere è un percorso molto lungo, regolamentato dalla legge nel caso si voglia arrivare alla riassegnazione chirurgica del sesso, e definito dalle procedure stabilite dall’Osservatorio nazionale identità di genere. Non esiste un iter standard: essendo un processo individuale, possiede infinite varianti a seconda delle esigenze e caratteristiche di chi lo intraprende e, sia in campo medico che psicologico, dovrebbe durare tutta la vita.

Il percorso: diagnosi di disforia e ormoni

Dopo qualche mese, di solito si riceve una diagnosi di disforia, cioè una certificazione del fatto che la persona in questione prova disagio nei confronti del genere assegnatole alla nascita. La diagnosi di disforia o di incongruenza di genere è obbligatoria per ricevere l’autorizzazione a iniziare una terapia ormonale (di estrogeni, se la transizione è MtF, “male to female”, o androgeni, se la transizione è FtM, “female to male”), il cui scopo è modificare i caratteri sessuali terziali e ridurre o inibire manifestazioni fisiche del sesso biologico di nascita. L’assunzione di ormoni continua per tutta la vita, anche dopo un’eventuale riconversione chirurgica.

La diagnosi serve anche a poter cambiare nome e genere sui documenti. Una modifica per cui, prima di due storiche sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale del 2015, era obbligatorio sottoporsi a un trattamento chirurgico. Ora non è più necessario, ma per la rettifica anagrafica serve comunque l’autorizzazione di un giudice. Storica è stata anche la delibera dell’Associazione italiana del farmaco che nel 2020 ha reso gratuiti i farmaci ormonali e disponibili nelle farmacie ospedaliere dei centri di transizione abilitati. In questi centri, le persone che vogliono affrontare un cambio di genere vengono seguite a partire dal percorso psicologico fino all’eventuale assunzioni di farmaci o alle operazioni chirurgiche, anche se non tutte le strutture offrono gli stessi servizi.

I centri di transizione

In Italia i centri sono 88: 23 quelli pubblici, 65 i privati. In questi ultimi, il costo va dai 30 ai 70 euro per ogni servizio offerto (psicologo, endocrinologo o andrologo, ginecologa, consulenza chirurgica). Nei pubblici, invece, solitamente si paga solo il ticket per i vari servizi, e le operazioni chirurgiche sono a carico del Servizio sanitario nazionale. Ma le liste d’attesa sono lunghe mesi. Inoltre, non in tutte le regioni ci sono dei centri di transizione: Marche, Molise, Basilicata e Valle d’Aosta non ne hanno né privati né pubblici, il che costringe le persone a spostarsi e crea un disagio aggiuntivo per chi compie un percorso già lungo ed economicamente molto dispendioso. Alcune associazioni, come l’Arcigay di Pesaro e Urbino, diventano una sorta di “info point” per le persone che hanno bisogno di consigli. “Durante l’anno ci sono diverse persone che ci chiamano per avere informazioni sulla transizione di genere – spiega al Ducato il presidente Giacomo Galeotti – è una delle richieste più comuni che riceviamo. L’unica cosa che possiamo fare al momento è fornire loro dei suggerimenti sui posti più vicini, perché nelle Marche non ci sono, e aiutarli a livello psicologico e legale con il neonato centro antiviolenza di Fano”.

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