La storia di Aki: “Andrò a Firenze per cambiare genere. Costi di lusso, non è uno sfizio”

Aki nella sua stanza a Urbino
di SARA SPIMPOLO

URBINO – Al lobo sinistro, Aki porta un pendente con una croce. Al destro, un orecchino che prende tutto il padiglione scendendo in onde argentate. Tra i capelli ricci, da poco tinti di grigio, che nascondono la fronte, si intravede il segno della matita nera che incornicia gli occhi verdi. Veste quasi esclusivamente di nero. “Ma ho alcune cose bianche”, scherza. Appoggia gli air pods sul tavolino del bar e inizia a raccontare la sua storia.

Aki parla di sé indifferentemente al maschile o al femminile, ma nello scritto preferisce che si usino pronomi neutri. Per questo ci riferiremo ad Aki usando la ‘ə’, lo schwa, che rappresenta il neutro nel linguaggio scritto. Aki è natə con un genere, quello maschile, che non sente proprio. Un corpo dal quale non si sente rappresentatə e che è stato fonte di grande disagio e sofferenza dai 18 anni in poi. Ora che di anni ne sta per compiere 21, sa dare un nome a quel malessere: disforia di genere, “che è appunto il non identificarsi con il sesso biologico con il quale si nasce”, spiega.

LA STORIA – “A Urbino siamo noi stesse. A casa i nostri genitori non ci accettano”

“Tutto è iniziato con un dolore psicologico profondo, di non accettazione di se stessi, dal quale non sapevo trovare una via d’uscita. Dai 18 ai 19 anni è stata solo sofferenza, avevo continui sbalzi d’umore. Il primo periodo di università è stato un inferno, non riuscivo nemmeno a seguire le lezioni e dare gli esami. Nel frattempo c’è stata anche la pandemia, un peso in più. Piano piano ho iniziato a capire che il mio disagio era dovuto al mio aspetto maschile, così ho cercato di cambiarlo con i vestiti e il trucco. La prima volta che mi sono truccatə era un giorno di settembre. Mi facevo schifo, perché anche nel provare a essere femminile vedevo comunque nello specchio la mia parte maschile, e mi pareva di stare malissimo. È un dolore che non tutti comprendono. Quando mi guardo vedo un naso maschile, una fronte maschile, dei capelli maschili. Cerco di porre rimedio come posso: passo il rasoio ogni giorno e copro la barba con il trucco, nascondo la fronte con la frangetta, ma quando non riesco a sentirmi abbastanza androgino provo un senso di vuoto e di abbandono per me stessə. Mi chiudo a riccio nei confronti di tutto ciò che mi circonda e a volte non ho nemmeno la forza di mangiare o alzarmi dal letto. Che poi la soluzione a questo disagio sembri così irraggiungibile rende tutto peggiore”.

Un percorso in tante tappe

La transizione di genere per Aki è un percorso in tante tappe, e così lo descrive. Era l’estate del 2021 quando ha contattato per la prima volta delle persone su internet per sapere come funzionassero i centri di transizione – che seguono le persone che vogliono cambiare genere dalla presa di consapevolezza alle eventuali operazioni chirurgiche – dopo aver scoperto che nella sua regione, le Marche, non esistono. A dicembre ha scritto a una struttura pubblica di Genova per chiedere informazioni su come entrare, ed era già cominciato il 2022 quando gli è stato risposto che avrebbe potuto avere un primo incontro solo dopo altri 4 mesi.

“In Italia esistono centri privati e pubblici. Quelli privati hanno prezzi da ricchi, ma ti permettono di saltare le lunghe lista d’attesa dei pubblici. In un percorso già lungo di per sé, sapere di dover aspettare mesi anche solo per iniziare è una tortura. Alla fine, su consiglio di un’amica, sono andatə in un centro privato di Roma. La mia dottoressa mi seguiva, mi faceva delle domande, ma non riuscivo ad aprirmi completamente con lei. Mi ha consigliato di mettere un abbigliamento più femminile, ma io nello specchio continuavo a vedere un maschio. Questo da un lato mi ha provocato ancora più disagio, dall’altro mi ha aiutato a capire che tipo di percorso volevo compiere, cioè prendere gli ormoni e fare delle operazioni per sentirmi meglio”.

A Urbino sto bene e la mia famiglia mi appoggia

Aki ogni tanto mette un abbigliamento “femminile”, e si rende conto che non tutti lo accettano così. “A Torino una volta sono uscitə con gonna e top, due ragazzi mi hanno visto e hanno sputato per terra. Mi ha fatto schifo. Anche a Loreto, da dove vengo, non c’è molta comprensione, per cui quando sono venutə a Urbino avevo paura di vestirmi come faccio di solito. La prima volta che ho messo lo smalto nero l’ho fatto solo su una mano per capire come avrebbero reagito le persone. Un mio amico a Fano è stato picchiato per questo. Ma fortunatamente mi trovo a mio agio qui, non ho mai visto episodi di omofobia”.

A URBINO – “Sono gay, qui non mi devo nascondere”

“La mia famiglia mi sostiene. La prima con cui ho parlato di me è stata mia cugina. A lei ho chiesto consiglio su come spiegarlo a mia madre, che quando gliel’ho detto è stata felice e curiosa, mi ha fatto tante domande. Ci siamo anche confrontatə sul nome che avevo scelto, Aki, un neutro giapponese che credo mi rappresenti. Su consiglio della dottoressa, ho chiesto a mia madre come mi avrebbe chiamatə se fossi natə femmina. Entrambi siamo però stati d’accordo sul fatto che Charlotte o Alessia, i nomi che avrebbe scelto, non erano belli come Aki”.

“A volte è capitato che mia madre e il suo compagno non comprendessero perché non mi piacevo. ‘Ma sei un bel ragazzo’, mi dicevano. Ho spiegato loro che il punto era proprio non voler essere un ragazzo, e credo l’abbiano capito. Mi aiutano con i soldi per la transizione, perché ne servono tanti. Le operazioni hanno costi di lusso, soprattutto in Italia, come se fossero mosse da uno sfizio e non da un dolore effettivo. Se avessi dovuto fare da solə avrei dovuto lasciare l’università e mettermi a lavorare. Ho provato anche a chiedere un finanziamento alle banche, ma non me l’hanno concesso perché sono studentə. Nel centro di Roma ogni incontro costa 50 euro. La dichiarazione di disforia può costare dai 500 ai 1500 euro, a seconda dei centri. Non poco per avere un pezzo di carta che dice, semplicemente: ‘Stai soffrendo’. Poi dovresti pagare gli avvocati per cambiare il nome sui documenti, cosa che al momento non mi interessa e non mi posso permettere”.

L’unica strada è fuori regione

“A settembre andrò ad Ancona a fare un’operazione chirurgica per femminilizzare il naso che costerà circa 5.000 euro, poi farò un trattamento per capelli a Istanbul, 2.000 euro compreso il volo. Se volessi togliermi la barba costerebbe sugli 800 euro, e tra i 4000 a 8600 euro per la femminilizzazione della fronte. Quest’estate andrò a lavorare per mettere da parte i soldi per questa ultima operazione, alla quale tengo particolarmente. Intanto sto pensando di aprire una raccolta fondi sulla piattaforma online per chiedere donazioni ‘GoFundMe’. Anche se metterei comunque io la maggior parte della cifra: non è bello doversi appoggiare alle finanze altrui per tamponare una problematica che non viene risolta altrimenti. Se ci fosse stata la possibilità di fare tutto nelle Marche sarebbe stato più semplice. E meno costoso. Ma ho preso la sola strada che potevo per stare bene. Rinnegare ciò che si vuole essere non è mai la soluzione”.

OMOFOBIA – A Urbino il primo sportello di ascolto per Lgbt

Aki disegna questa strada un passo alla volta, ma dice che avere delle prospettive lo aiuta a superare la sofferenza. “La prima cosa che farò non appena finita la sessione di esami, il 6 luglio, sarà chiamare il centro di transizione di Firenze per chiedere se posso andare da loro. Un’amica mi ha detto che le procedure sono più veloci, e a Roma non vado più da mesi perché non mi sono trovatə bene. Se nemmeno a Firenze dovesse funzionare, proverò al centro pubblico di Napoli. Ma è l’ultima spiaggia, perché la distanza è davvero tanta. Se invece tutto andasse come previsto, spero – tra operazioni e ormoni – di diventare androgino entro il prossimo anno, e riuscire a raggiungere la pace con me stesso”.

La tesi di laurea in psicologia Aki pensa di farla sulla disforia in Italia, e nel futuro gli piacerebbe lavorare con storie come la sua. “Vorrei poter dire a chi viene da me: ‘Io ti comprendo, voglio aiutarti, e non ti farò trovare quei muri che ho trovato io quando avevo vent’anni’”.

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