di CARLA DELLE VEDOVE
URBINO – La cronaca dimostra ogni giorno che le differenze tra religioni hanno un impatto in ambito politico, geopolitico e culturale. Cosa si intende per confine quando si parla di religioni? Come e dove tracciare le linee? Ne abbiamo parlato, mettendo a confronto le distinte posizioni, con due ospiti del Festival del giornalismo culturale: Anna Foa, 81 anni, storica e autrice di opere sulla storia degli ebrei, e Yahya Pallavicini, 61 anni, imam della Moschea centrale al-Wahid di Milano e vicepresidente della Comunità religiosa islamica italiana.
“Qualunque concezione interreligiosa supera i confini, a meno che non si abbia una visione della propria religione come l’unica che può portare alla salvezza”, afferma Anna Foa. “A essere senza confini sono spiritualità e buoni sentimenti”, sostiene l’imam Pallavicini, che considera i limiti utili a non “invadere la sacralità dell’altro”. Entrambi concordano però sulla capacità di cultura e politica di promuovere il rispetto e la conoscenza necessari per evitare di enfatizzare scontri a livello globale. “Il contributo della cultura è fondamentale per prevenire manipolazioni e conflitti tra religioni, promuovendo invece coesione sociale”, aggiunge Pallavicini. L’informazione è vista come uno strumento per arginare odio, violenza e discriminazione tra cittadini: idea condivisa da Foa che la ritiene “essenziale per dare spiegazioni su quello che accade”. Secondo la storica “chiusura culturale è chiusura religiosa”.
Il ruolo della politica
In gioco entra inevitabilmente anche la politica. Per Foa “il suo ruolo può essere di apertura o chiusura. Prendiamo il caso del Ddl antisemitismo, vuole combattere solo l’antisemitismo ma non l’islamofobia e i razzismi diffusi nel nostro mondo: una chiusura”. Pallavicini sottolinea mancanza di saggezza da parte dei governatori di oggi: “Bisognerebbe ricordarsi che il popolo è fatto di tanti cittadini, uomini e donne, anziani e giovani, credenti e non credenti. La politica sta perdendo la bellezza di un mosaico di unità nella diversità”. Riferendosi all’attuale contesto geopolitico, caratterizzato da guerre legate anche alle differenze religiose, aggiunge: “L’identità nazionale non dovrebbe prestarsi a escludere il pluralismo. Quando si chiama in causa la religione per benedire droni, missili ed eserciti viene abusata”. Sulla stessa lunghezza d’onda Anna Foa: “Le differenze tra le religioni sono sempre più un fattore negativo, l’estremismo religioso ebraico in Israele spinge per esempio verso la chiusura. Positivo è invece l’impegno per la pace di alcune religioni”.
Guardando all’Italia, un segnale di speranza emerge. A giugno di quest’anno è stato sottoscritto davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella un patto tra quindici leader delle confessioni religiose presenti nel Paese: non solo quelli di area cristiana e musulmana ma anche buddisti, induisti e baha’i, tra i tanti. Un accordo che “può incentivare il dialogo” secondo Foa, anche se “poi bisogna vedere cosa accade concretamente nella vita quotidiana”, chiosa. Per Pallavicini non rappresenta “solo fratellanza ma impegno e responsabilità civile. La religione è un insegnamento di responsabilità comunitaria e sociale, non un fatto personale e isolato”. Foa ritiene inoltre che le religioni abbiano “un ruolo collettivo nella società, come nel caso delle parrocchie e dei contesti più poveri”. E secondo lei avere fede “aiuta a sopravvivere, come diceva Primo Levi riferendosi a chi si trovava nei campi di concentramento”. Quale fede? La storica non intende solo quella religiosa ma anche quella politica: “I comunisti avevano più possibilità di guardare avanti di quelli senza una fede politica che li muovesse”.
Sono tuttavia tanti i passi avanti ancora da fare per superare i limiti che rendono difficili i rapporti tra le persone identificate con la loro religione. Se dal punto di vista teorico, spiega Foa, i pregiudizi nei confronti degli ebrei come uccisori di Cristo sono stati superati con il Concilio Vaticano II, rimangono nella mentalità collettiva. Allo stesso modo, per Pallavicini i musulmani vengono ancora spesso percepiti come una minaccia e un problema per la sicurezza. Per superare questi stereotipi, concordano, è indispensabile un profondo cambiamento culturale.




