Armiamoci e sparite. In Italia 400 mila “tiratori fantasma” ignoti alle strutture sportive

di FRANCESCO COFANO e MARIA PIA PETRAROLI

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori. E, negli ultimi anni, anche di tiratori sportivi. Almeno stando al numero di licenze di porto di fucile per il tiro a volo registrate dal ministero dell’Interno. Ma dalla carta alla reale frequenza di campi da tiro e poligoni, come vedremo, il passo è lungo. Che il porto d’armi sportivo fosse per molti un escamotage per legittimare il possesso di un’arma, da tenere in casa a scopo di  difesa, è da tempo la convinzione di osservatori ed esperti.  Anche perché ottenere un porto d’arma per difesa personale è più complesso. Ora i numeri certificano un fenomeno cresciuto negli anni.

INDICE

400 mila “tiratori fantasma”Il presidente Fitav: “Scarto gravissimo”

Numeri e sondaggi dicono meno insicurezzaLa licenza tav: la più ‘semplice’ ed economica

Pellielo, campione di tiro a volo: “Numeri che fanno riflettere”L’industria è in salute, ma si spende meno

Il cacciatore: una “specie in estinzione”La Madonna e il fucile: il rito del S’Incontru

Né stato né mafia, ma giustizia privata

400 mila “tiratori fantasma”

Nel 2018 gli italiani in possesso di una licenza sportiva erano più di 585 mila. Questa dovrebbe servire a chi vuole praticare il tiro a volo o il tiro a segno, i due sport principali connessi a questo tipo di porto d’armi. Ma chi lo fa davvero è una minoranza. Per ottenere l’autorizzazione dalla Questura bisogna presentare il certificato medico di idoneità psico-fisica e quello di abilitazione al maneggio delle armi. Fatto questo, si ottiene la licenza, non serve altro. Poi basta presentarsi in un’armeria e comprare l’arma che si vuole, tornare a casa e metterla nel cassetto, assieme alla licenza.

Non serve un documento che attesti il tesseramento alla Federazione italiana tiro a volo (Fitav) o all’Unione italiana tiro a segno (Uits), come fanno sapere entrambe le Federazioni. Eppure, per frequentare un campo da tiro o un poligono, è necessario essere loro tesserati. Sempre nel 2018, gli affiliati alla Fitav e all’Uits erano quasi 97 mila. Sommando gli affiliati alla federazione del tiro dinamico – circa 4 mila nel 2017, secondo gli ultimi dati disponibili del Coni – si superano i 100 mila tiratori. Pur stimando che il numero degli appassionati che preferisce i poligoni privati sia simile (ipotizziamo 80 mila) a quello dei tesserati alle federazioni riconosciute, non  si colma il grande scarto: circa 400 mila armi – stima prudenziale, presupponendo che tutti questi “tiratori fantasma” ne abbiano acquistata una sola a testa – restano in casa e non vengono mai usate per lo scopo scritto sulla carta. Numeri troppo elevati per non pensare che in migliaia usino una presunta passione sportiva per mascherare una volontà di autodifesa.

Se si prendono i numeri assoluti è la Lombardia a impressionare: i tiratori che mancano all’appello sono oltre 75 mila. Come se dalla cartina geografica scomparisse una città come Pavia. Non va meglio in Piemonte (45 mila), Veneto (35 mila) e Lazio (52 mila). Se al Nord i numeri sono più grandi, è al Sud che le percentuali di “assenteismo” raggiungono l’apice: dal Lazio in giù e comprese le isole il 90% dei possessori di licenza non è iscritto ad alcuna federazione.

Licenze sportive/tesserati Fitav e Uits – Percentuale tiratori fantasma in Italia (2018)

Licenza facile per avere un’arma in casa

“Il desiderio – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (Opal) – è detenere armi per la difesa abitativa. Se andate in una qualsiasi armeria dicendo di volere un’arma in casa e chiedete consiglio su quale licenza prendere, molti vi risponderanno quella sportiva perché è la più semplice da ottenere”.

Reati/licenze  (2011-18)

La licenza sportiva, infatti, dà il diritto ad acquistare non solo armi per sparare a un piattello o a un bersaglio. Ci si può presentare in un negozio e uscirne con tre armi comuni da sparo (per esempio pistole non sportive o persino repliche di armi da guerra), dodici armi classificate dal Banco nazionale di prova come sportive e un numero illimitato di fucili da caccia. Un potenziale arsenale nel quale rientrano armi molto diverse tra loro: dalla classica rivoltella a armi molto più pericolose come quelle semiautomatiche. E questo vale per ogni tipo di licenza (difesa personale, sportiva e uso caccia). Quella sportiva, come vedremo, oltre a essere la più facile da ottenere, è anche la più economica.

L’avvocato Mattia Famoso, esperto di armi: “Sono comuni o sportive anche le repliche di armi da guerra”

“Si possono acquistare armi molto potenti – continua Beretta – come le pistole Magnum o l’AR 15, il fucile spesso usato per le stragi in America. Ma non esiste la pericolosità in senso assoluto. Se associo la pericolosità alla gittata l’arma più letale è lo sniper, se tengo conto della quantità di colpi sparati nel minore tempo possibile allora certamente una semiautomatica. Se valuto il munizionamento, un fucile per ammazzare un cinghiale”.

C’e anche un altro tipo di autorizzazione che consente di avere un’arma da fuoco nella propria abitazione: il nulla osta all’acquisto e alla detenzione, che viene rilasciato dalla Questura. Quest’ultimo dà diritto, entro 30 giorni dal rilascio, ad acquistare le armi e le munizioni indicate nella richiesta e a trasportarle dall’armeria fino a casa. Anche per il nulla osta i limiti all’acquisto sono quelli fissati per le licenze (tre armi comuni, dodici sportive e fucili da caccia a piacimento). Ma rispetto a queste ultime presenta un requisito più stringente: deve avere una motivazione che giustifichi la richiesta. Non ci si può “nascondere” dietro l’attività sportiva, dunque. Il nulla osta è più scomodo rispetto alla licenza per il tiro a volo anche perché per acquistare un’altra arma o altre munizioni bisogna presentare una nuova domanda alle autorità. Senza contare che le certificazioni da presentare per il nulla osta sono le stesse della licenza sportiva, ma con meno facoltà: dopo il rilascio, le armi non possono uscire fuori dal domicilio, mentre con il porto d’armi uso tiro a volo (tav) possono essere trasportate su tutto il territorio nazionale e portate nei poligoni di tiro a segno nazionale (tsn) o privati e nei campi da tiro.

L’esigenza di maggiore sicurezza soprattutto tra le mura domestiche potrebbe dunque essere tra le ragioni del boom delle licenze sportive in questi ultimi anni. Le 352 mila del 2011 diventano più di 585 mila nel 2018. Un’impennata del 66%.È come se in sette anni una città grande quanto Messina avesse cominciato a dedicarsi al tiro a volo o al tiro a segno.

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Licenze tiro a volo ogni 1000 abitanti (2018)

Le province più “sportive”

Ovviamente queste 230 mila licenze sportive in più non si distribuiscono in maniera uniforme sul territorio nazionale. Nella stragrande maggioranza delle province si riscontra un aumento in doppia cifra percentuale, solo in dieci una diminuzione rispetto alle autorizzazioni in corso di validità nel 2011. E poi ci sono 17 province – da Nord a Sud, comprese le isole – in cui persino il termine impennata è riduttivo per descrivere la richiesta di licenze tav. Si parla di sei, sette, otto, addirittura più di nove volte tanto le licenze del 2011, come a Vercelli o Vicenza. In questi territori si concentra il 37% – 86 mila – dei nuovi porti d’armi. Aiutandosi con la cartina, si individuano delle vere e proprie “zone rosse”: la parte orientale del Piemonte (Vercelli, Alessandria), il nord della Toscana (Massa, Lucca, Pistoia), un’area al confine tra l’Emilia e le Marche (Forlì, Rimini e Pesaro e Urbino) e una dorsale nel Centro Italia che da Roma e Rieti attraversa l’Abruzzo e arriva fino in Molise, nella provincia di Isernia, con propaggini anche in Campania (il territorio di Benevento).

Licenze tiro a volo: variazione percentuale 2011-18

Il presidente Fitav: “Scarto gravissimo”

Il presidente della Fitav, Luciano Rossi, conosce bene il problema dei “tiratori fantasma”, cioè di coloro che hanno il porto d’armi per tiro a volo, ma non frequentano i campi da tiro o i poligoni. “C’è questo grande scarto tra chi ha la licenza e i tesserati (di circa 400 mila, ndr) perché non c’è l’obbligo, per chi prende una licenza tav, di tesserarsi a una delle federazioni dedicate alle discipline del tiro – commenta Rossi – tale divario nei numeri dimostra che nel nostro Paese ci sono insicurezza e apprensione. Ma bisogna tenere conto, in questa cifra, anche dei cacciatori e di quelli che ereditano delle armi e devono regolarizzarne il possesso”.

“Ciò che questi dati denunciano è gravissimo. Il numero dei nostri tesserati si aggira sempre intorno ai 20 mila, gli altri dove sono? – continua il presidente – Sicuramente avrà inciso anche la crisi dell’attività venatoria, molti vi hanno rinunciato e si sono dedicati al tiro a volo. Però solo sulla carta, perché nella pratica noi non li conosciamo questi signori qui. E poi, ripeto, c’è il fattore insicurezza per il popolo italiano, bisogna ammetterlo”.

Al fine di garantire un maggiore monitoraggio, Rossi, che è stato senatore nella legislatura 2013-2018, aveva presentato quattro anni fa un disegno di legge: “La mia proposta prevedeva almeno un esame all’anno presso una sede di tiro a segno, tiro dinamico o tiro a volo con rilascio di certificato. Una cosa semplice e per niente onerosa, ma non è stata mai calendarizzata”.

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Numeri e sondaggi dicono meno insicurezza

La voglia di sicurezza però non è giustificata da un aumento della criminalità. Anzi. Tra il 2011 e il 2018 per i delitti denunciati dalla polizia all’autorità giudiziaria il momento di cesura è il 2015. È questo l’anno in cui furti e rapine in abitazione e nelle attività commerciali, i reati che più colpiscono l’opinione pubblica e possono spingere una persona ad armarsi, calano in sedici regioni su venti.  Il cambio di tendenza si conferma e si consolida nei tre anni successivi, tant’è che nel 2018 il totale di questi quattro crimini messi insieme aumenta solo in Toscana e in Umbria. A livello nazionale, in quattro anni si passa dagli oltre 370 mila del 2014 ai 282 mila delitti registrati nel 2018. Il 24 per cento di denunce in meno.

Reati ogni 1000 abitanti (2018)

Anche nella percezione degli italiani l’insicurezza causata dalla criminalità nell’ultimo decennio si è fatta più sfumata. E questo nonostante i media nostrani, definiti “moltiplicatori di insicurezza” da Fabio Bordignon, ricercatore di Demos & Pi, l’istituto di ricerca fondato da Ilvo Diamanti. L’istituto da tempo osserva l’evoluzione del senso di sicurezza in Italia e produce report annuali sull’argomento. “Dal 2012 in poi le paure legate alla criminalità sembrano essere passate in secondo piano rispetto alle grandi ondate di insicurezza registrate, a più riprese, in passato, spesso a ridosso di importanti appuntamenti elettorali: penso al ciclo 1999-2000, 2007-2008 e, in parte, anche alle Politiche 2018 – spiega Bordignon – Il furto in casa rimane, comunque, uno dei reati che generano maggior inquietudine tra gli italiani: crea apprensione in circa una persona su quattro, tra quelle interpellate attraverso i sondaggi. Si tratta, d’altronde, del tipo di reato che tocca maggiormente la sfera privata, domestica, intima delle persone”.

Gli indici di insicurezza in Italia. Fonte: Demos&Pi

I mezzi di informazione, dal canto loro, contribuiscono a creare ulteriore apprensione. In particolare la tv italiana, che rispetto al panorama europeo nutre una vera e propria “passione criminale”, come ha sottolineato Ilvo Diamanti in uno dei report. “Quella per la criminalità è una grande passione dei media, e dei media italiani nello specifico – nota Bordignon – il racconto del ‘romanzo criminale’ ha spesso occupato i palinsesti televisivi, trasformando i grandi ‘casi’ degli ultimi decenni in vere e proprie ‘serie’, o – se preferite – in dei reality. In questo, ovviamente, la tv segue le regole dell’audience. Anche se in alcune fasi tale inclinazione si è saldata con la spinta politica a mettere al centro del dibattito il tema della criminalità, spesso in connessione con il nodo dell’immigrazione. Si tratta, in questo caso, soprattutto della cosiddetta micro-criminalità, che fornisce il contributo più rilevante alla diffusione dell’insicurezza”.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, le licenze di porto d’armi per difesa personale non seguono l’andamento statistico dei quattro reati in esame (furti e rapine in abitazione e nelle attività commerciali). Tra il 2011 e il 2013, quando le denunce erano in aumento, il rilascio di questa licenza era già in calo. Non necessariamente perché ci siano meno domande ma perché “le prefetture, uniche autorizzate dalla legge a rilasciare questo tipo di porto d’armi, hanno assunto da tempo un orientamento particolarmente restrittivo concedendolo solamente a determinate categorie professionali (gioiellieri, portavalori) e di fronte a specifiche situazioni personali (l’aver subito minacce di morte) che mettano a repentaglio l’incolumità del richiedente”, spiega sempre Beretta.

Basti pensare che dal 2011 al 2018 il numero di licenze per difesa personale concesse è diminuito del 31 per cento, passando da oltre 24 mila e 500 a poco più di 17 mila. “Cinquant’anni fa queste autorizzazioni venivano rilasciate con più facilità perché erano gli anni del terrorismo e le rapine erano molte di più – dice l’analista dell’Opal – i prefetti erano quasi costretti a rilasciare licenze a chiunque fosse a rischio. Basti pensare alla vicenda di Luciano Re Cecconi (il calciatore della Lazio ucciso da un gioielliere, che lo credeva un rapinatore, nel 1977, a 29 anni, in circostanze mai del tutto chiarite, ndr). Oggi, invece, i crimini sono in diminuzione, lo dicono tutte le statistiche. Gli omicidi in conseguenza di furti o rapine nel 2018 sono stati solo 12. Diminuendo i reati connessi all’incolumità fisica delle persone queste licenze vengono concesse con più attenzione rispetto al passato”.

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Reati/Licenze per difesa personale (2011-18)

La licenza tav: la più ‘semplice’ ed economica

Al numero costante di tesserati alla Fitav e all’Uits si contrappone, come abbiamo visto, il regolare aumento delle licenze per il tiro sportivo. Un’autorizzazione più semplice da ottenere e più economica rispetto alle altre due. Luca Traini, il responsabile dell’attentato a persone di colore per le strade di Macerata nel 2018, ha sparato con un’arma regolarmente detenuta proprio in virtù di una licenza da tiro sportiva.

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Quasi 40 euro. Tanto costa ogni anno questa licenza. In totale, fanno intorno ai 200 euro in cinque anni. Il prezzo comprende 123 euro per l’abilitazione al maneggio delle armi (corso più iscrizione obbligata a un poligono di tsn), circa 30 di certificato medico e 32 euro per due marche da bollo. In pratica bastano una certificazione medica e due lezioni teorico-pratiche in una sezione del tiro a segno nazionale. Dopodiché basta presentare la richiesta in commissariato o in una stazione dei carabinieri e “armarsi” di pazienza, attendendo la risposta della questura che arriva entro 90 giorni. “Ma la situazione cambia a seconda del territorio – spiega sempre Beretta – nelle grandi città o dove ci sono molti cacciatori e c’è poco personale le Questure impiegano più tempo. In altre zone invece bastano anche poche settimane. A Macerata, per esempio, dal giorno in cui Traini è andato dal medico curante a quello in cui ha ricevuto la licenza sono passati 18 giorni”. Prezzo abbordabile, poco tempo passato tra firme e marche da bollo, nessuna tassa da pagare e una durata di cinque anni senza alcun tipo di controllo. È questo, dunque, che rende più conveniente e veloce la licenza sportiva.

La licenza più difficile da ottenere e da mantenere, invece, è quella per difesa personale, dato che bisogna dimostrarne la reale necessità. E poi è anche la più onerosa. Chi vuole prenderla deve pagare intorno ai 350 euro, cifra che comprende il costo del corso per ottenere il diploma di idoneità al maneggio delle armi (dima), l’iscrizione a un poligono, che bisogna frequentare per esercitarsi regolarmente, il certificato medico dell’Asl, il costo del libretto per il porto di pistola per difesa personale e la tassa di concessione governativa, più due marche da bollo. La validità di questa licenza è annuale e il rinnovo costa circa 240 euro (vengono meno il costo del libretto, che vale cinque anni, e il costo del dima, che serve solo al momento del rilascio della licenza). Se quindi volessimo avere un’arma per difesa personale per cinque anni (la durata della validità delle altre due licenze) il prezzo complessivo da pagare ammonterebbe a più di 1300 euro.

Infine c’è la licenza di porto di fucile uso caccia, che ha validità quinquennale e costa poco più di 1.000 euro, tra marche da bollo, certificato medico, dima, libretto, tassa di concessione governativa (da pagare ogni anno, a meno che si decida di non esercitare l’attività venatoria) e tassa di concessione regionale, che varia da regione a regione.

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Pellielo, campione di tiro a volo: “Numeri che fanno riflettere”

“Fa effetto perché 400 mila sono tanti, è un dato su cui bisogna riflettere molto bene”. Anche Giovanni Pellielo, plurimedagliato olimpico e mondiale, da più di vent’anni ai vertici del tiro a volo, è stupito dalla differenza consistente tra le persone che hanno una licenza sportiva e i tesserati alle federazioni di tiro riconosciute dal Coni.

Giovanni Pellielo e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2016, dopo le Olimpiadi di Rio

Lo scarto, secondo il campione piemontese, si spiega così: “Non ero a conoscenza di questo fenomeno ma credo che molti lo facciano perché ereditano delle armi e quindi si sentono in dovere di legalizzare la loro posizione per poi spostarle in un altro domicilio”. Un gap dovuto anche a motivi economici: “Molte persone si iscrivono a fasi alterne. Anche da noi a Vercelli ci sono persone che un anno frequentano il campo da tiro e il successivo no, sono tanti questi casi. Tiro a volo e tiro a segno sono sport onerosi. Già solo una tessera federale annuale o l’iscrizione al poligono hanno dei costi e quindi molti preferiscono risparmiare visto che il porto d’armi è comunque valido”.

Pellielo è convinto però che la crescita esponenziale di licenze sportive non sia connessa a un’esigenza di maggiore sicurezza: “Non serve un porto d’armi per acquistare un’arma e tenerla in casa. Basta il nulla osta per questo”. Tuttavia va tenuto presente, come già detto, che nulla osta all’acquisto e licenza per uso tiro a volo hanno gli stessi costi, necessitano della stessa documentazione e hanno gli stessi tempi di rilascio. La licenza per il tiro sportivo dà diritto però anche al trasporto su tutto il territorio nazionale verso i poligoni e i campi da tiro; dura cinque anni, mentre il nulla osta vale solo per lo specifico acquisto dell’arma e delle relative munizioni e necessita comunque di una motivazione da inserire nella richiesta.

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L’industria è in salute, ma si spende meno

Al forte aumento delle licenze sportive, che negli ultimi sette anni in Italia sono cresciute del 66%, non corrisponde un aumento della spesa (cuffie e occhiali da tiro, kit di pulizia dell’arma e altri accessori) dei tiratori, bensì un suo calo.

Lo dimostrano gli ultimi dati disponibili raccolti dall’università di Urbino “Carlo Bo”, che nel 2010 e nel 2017 ha condotto delle ricerche sul settore armiero per conto dell’Anpam (Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili).

Se nel 2010 per il tiro a volo e il tiro a segno si spendevano più di 789 milioni, nel 2017 la cifra si è abbassata a poco più di 700 milioni, facendo registrare così un meno 12%. Per le licenze di porto d’armi collegate a queste discipline invece, come abbiamo visto, c’è stato un incremento di oltre 230 mila. Si è passati da poco più di 350 mila nel 2011 a circa 586 mila nel 2017. Indice del fatto che molte armi vengono lasciate “in naftalina” e i tiratori non aumentano come le licenze.

Spesa tiratori/licenze tiro a volo

Anche i cacciatori spendevano più nel 2011 che nel 2017. In questo caso la cifra è passata da 3 miliardi e 50 milioni a 2 miliardi e 600 milioni, con una diminuzione del 14%. La spesa di chi va a caccia tiene conto di abbigliamento, cani, accessori – come i coltelli o i dispositivi Gps – kit di pulizia dell’arma, tasse e concessioni, viaggi e pernottamenti all’estero e piccoli consumi (pranzi, bar, ecc).

Sommando la spesa di tiratori e cacciatori, l’indotto, ovvero il valore totale dei settori collegati, – quelli che hanno a che fare con le attività svolte usando le armi – ammonta a oltre 3 miliardi di euro nel 2017, ma è calato del 16% rispetto al 2010.

Tale diminuzione rappresenta però un’eccezione nell’industria italiana delle armi. Secondo gli ultimi studi, il comparto è in perfetta salute, trainato soprattutto da un export in crescita. Infatti la produzione di armi e munizioni per uso civile, sportivo e venatorio in Italia vale più di 7 miliardi. Più nello specifico, le imprese impegnate in questo settore sono 2.334, cifra che comprende i produttori finali, i fornitori specializzati e quelli generici (che non lavorano solo per il settore armiero) e le imprese dei settori ausiliari, come per esempio i rivenditori. Rispetto al 2010, anno in cui le aziende erano poco più di 2.200, la crescita è stata del 3%.

In aumento anche il numero degli addetti del settore, che passano da 11.358 a 11.433, facendo registrare un +0,7%.

Gran parte della produzione dell’industria armiera è destinata all’esportazione, che dal 2010 al 2017 è aumentata del 6,3%. “Il saldo import/export in questo settore ha segno positivo e ammonta a 313 milioni di euro, con anche talvolta il 90% di armi prodotte destinato ai mercati esteri – spiega Stefano Fiocchi, presidente dell’Anpam – L’esportazione verso gli stati Uniti vale da sola 162 milioni di euro all’anno, anche perché gli Usa hanno una legislazione meno stringente di quella italiana in termini di armi”.

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Il cacciatore: una “specie in estinzione”

Se l’industria delle armi vanta ottimi numeri, lo stesso non si può dire della caccia. Quest’ultima ha visto ridursi costantemente gli appassionati: si è passati dalle 785 mila licenze del 2011 alle quasi 687 mila del 2018. Il calo è stato costante anno dopo anno, se si eccettua il boom anomalo del 2017. Una “emorragia” di quasi 100  mila cacciatori dovuta a motivazioni generazionali, sociali e burocratiche. Molti si disaffezionano e preferiscono “appendere il fucile al chiodo” o sparare al campo da tiro o al poligono, prima ancora che scada la licenza.

E proprio quest’ultimo fattore è una delle spiegazioni – insieme alla già citata “sete di sicurezza” – della crescita esponenziale delle licenze sportive negli ultimi anni. “I 200 mila porti d’arma in più per il tiro a volo in questo periodo non sono solamente nuove licenze sportive – aggiunge Beretta – ma anche vecchie licenze di caccia trasformate in tav da cacciatori anziani, o nulla osta diventati licenze al momento del rinnovo della licenza medica”.

La diaspora dall’attività venatoria si acuisce se si guardano i numeri della stagione venatoria 2018/19 nelle 11 regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Abruzzo, Campania, Calabria, Sicilia) e nella provincia autonoma di Bolzano che hanno fornito i dati. Una persona su quattro, pur avendo una licenza di porto di fucile a uso caccia in corso di validità, non ha richiesto il tesserino venatorio. E dunque ha rinunciato a cacciare. I tesserini rilasciati nel 2018 dagli uffici caccia delle varie regioni (enti competenti in materia) sono stati poco più di 280 mila a fronte di oltre 390 mila licenze. I cacciatori che si sono “arresi” sono stati circa 100 mila, il 25,8%.

Licenze di caccia/tesserini venatori (2011-18)

I tesserini sono l’equivalente del diario di un cacciatore. Valgono per una sola stagione venatoria ed è qui che il cacciatore segna i giorni in cui ha cacciato (il calendario venatorio regionale va dal primo settembre al 31 gennaio dell’anno successivo); gli ambiti territoriali in cui ha svolto l’attività e i capi abbattuti.

Che le licenze di caccia fossero in calo costante negli ultimi anni “è un fatto noto – spiega Marco Ramanzini della Federcaccia – la disaffezione è purtroppo una delle caratteristiche del nostro mondo, spesso non per scelta ma perché le normative regionali sono così complesse e stringenti che molti appassionati decidono di smettere”. Ma che anche tra i possessori della licenza ci fosse un tale tasso di abbandono era meno prevedibile. “Le regole da rispettare sono così complicate che bisognerebbe andare a caccia accompagnati da un avvocato”, scherza Ramanzini. Che poi, serio, analizza le ragioni della dispersione: “Manca il ricambio generazionale: le nuove leve non bastano a rimpiazzare chi è troppo anziano o chi muore. Ma c’è anche una ragione più profonda: la figura del cacciatore è messa sotto accusa, c’è una certa disapprovazione sociale. La caccia viene vista dal legislatore e dalla società solo come un divertimento, quindi le viene dedicata poca attenzione. Non si considerano alcune funzioni che essa svolge, come la presenza e il controllo del territorio”.

“È cambiato il contesto – prosegue Ramanzini – la società è diventata più urbana ed è difficile che si abbia modo di conoscere e praticare la caccia, a meno che non si abbia un parente cacciatore”.

Se si restringe il campo alle singole province, l’analisi di Ramanzini ricalca questa tendenza anche a livello geografico. Nelle grandi città i tassi di abbandono sono nettamente superiori alla percentuale generale (25,8%): a Palermo e Catania i tesserini non ritirati toccano rispettivamente il 36 e 42%; a Napoli i cacciatori mancanti all’appello sono il 39%, a Genova il 38. A Milano e Torino chi ha una licenza ma ha deciso di non partecipare all’ultima stagione venatoria rappresenta addirittura la maggioranza. A Brescia un cacciatore su tre si arrende. Unica eccezione Roma, con un tasso del 14%, al di sotto della media delle undici regioni.

Licenze caccia/tesserini venatori nelle province (2018)

In parecchi spostano il loro mirino dall’animale al piattello. O preferiscono spostarsi dall’Italia. “Molti cacciatori negli ultimi anni scelgono il tiro sportivo oppure rinnovano la licenza e non prendono il tesserino perché vanno a caccia all’estero dove il tesserino non serve – conclude Ramanzini – Oltreconfine il cacciatore è visto come una risorsa, qualcuno che porta ricchezza”.

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La Madonna e il fucile: il rito del S’Incontru

“Qui si fa a gara a chi spara di più, dai balconi si vedono fucili e pistole di ogni tipo e il rumore è assordante”. Massimo Locci, fotografo della Nuova Sardegna, ha più volte raccontato attraverso l’obiettivo della sua fotocamera il rito pasquale del S’Incontru, celebrato ogni anno in diverse zone della Sardegna e in particolare nel paesino di Oliena, in provincia di Nuoro, dove i cittadini, dai più piccoli ai più anziani, sparano a salve per celebrare l’incontro tra la Madonna e il Cristo.

S’Incontru a Oliena, foto di Massimo Locci

“Tutti o quasi hanno un’arma”, spiega Locci. Si tratta di uno strumento così importante e radicato nella tradizione locale che rappresenta una parte essenziale anche di alcuni riti religiosi, come il S’Incontru appunto o l’Ardia, una processione cavalcata, ritualizzata attorno al culto di san Costantino, che richiama ogni anno migliaia di turisti a Sedilo. Anche in questo caso ci sono uomini armati che sparano a salve.

La provincia di Nuoro spicca fra tutte, non solo in Sardegna ma anche in tutta Italia, per la quantità di fucili presenti sul territorio. Ma non per cacciare, bensì per la difesa personale. Basti pensare che lì nel 2011 il numero di licenze di armi lunghe per difesa personale ammontava a 689, più che in tutto il resto d’Italia. Nel resto della regione invece ce n’erano 48 a Cagliari, 18 a Sassari e 10 a Oristano. Nelle altre province italiane si oscilla tra lo 0 e la decina (fatta eccezione per Como, Foggia e Caltanissetta). E anche se negli anni successivi la cifra a Nuoro si è abbassata, arrivando a poco meno di 200 nel 2018, questo territorio conta ancora due quinti del totale, 191 su 445 in Italia, il 42%.

Armi lunghe per difesa personale: il confronto tra Nuoro e il resto d’Italia 

“La passione per l’arma qui si tramanda di padre in figlio”, continua Locci, tant’è che durante il S’Incontru – oltre ai fucilieri incaricati – sparano proprio tutti, anche i bambini. A Oliena, in provincia di Nuoro, il rito inizia quando due processioni, quella che trasporta la statua del Cristo e quella che trasporta la statua della Madonna, partono da chiese diverse situate in due punti differenti della città. Uomini e donne in costume le accompagnano per le strade del paese con canti e preghiere. L’incontro avviene di fronte alla chiesa di Santa Maria, nell’omonima piazza. Quando le due processioni si trovano faccia a faccia, i portantini cercano di inginocchiarsi contemporaneamente: “È un rito propiziatorio, se tutti riescono a farlo nello stesso momento è segnale di buon auspicio e l’anno successivo il raccolto andrà bene – racconta il giornalista – è in questo momento che tutti iniziano a sparare dai tetti e dai balconi delle proprie case e sembra davvero di essere in guerra. È pazzesco. Solo a Oliena avviene in questo modo, ci sono armi di tutti i tipi: dalle armi più antiche ai fucili a pompa ai mitragliatori”. In realtà a Oliena, come spiega sempre Locci, si spara in ogni momento della processione; già a prima mattina si avvertono dei colpi, quelli di chi scalda le canne dei fucili. Poi ci sono cinque minuti di spari ininterrotti al momento dell’incontro: “Bisogna andare coi tappi per le orecchie perché rischi di spaccarti i timpani. Quando poi finisce tutto c’è un tappeto di bossoli, non si vede l’asfalto”.

Video di Massimo Locci, Nuova Sardegna

La tradizione è fortemente sentita da tutti, uomini e donne di ogni età. Lo testimonia un murales dipinto su uno dei palazzi del centro e raffigurante una donna anziana vestita in abito tipico sardo, nero, che imbraccia il fucile pronta a sparare al passaggio del Cristo. “Si chiamava Maria Palimodde, classe 1921. Ogni anno era solita celebrare questo rito e lo ha fatto fino a più di 80 anni d’età. Caricava il suo fucile, si affacciava al balcone e sparava, ricaricava e sparava di nuovo, alla fine si faceva il segno della croce”, racconta il fotografo della Nuova Sardegna.

Non si spara però solo al S’Incontru. “In poche zone del sassarese è previsto anche durante alcuni matrimoni. Si spara quando si esce di casa per raggiungere la chiesa. – aggiunge Locci – In molti paesi sardi persino i cartelli stradali sono bucati. È una tradizione bucarli coi proiettili”.

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Né Stato né mafia, ma giustizia privata

L’elevato numero di armi lunghe per difesa personale nella Regione, nel nuorese in particolare, ha anche delle motivazioni di carattere storico: “Nel sistema della vendetta e della faida tradizionale sarda, vigente fino alla seconda metà del Novecento, il risarcimento dell’offesa subita non avviene attraverso un’organizzazione terza – lo Stato o di tipo mafioso – ma deve essere consumata direttamente dalla persona. Ecco perché secondo alcuni studi in Sardegna non è mai nata un’organizzazione mafiosa autoctona. Questo implica la necessità di restare armati. – spiega Giampaolo Salice, professore di storia della Sardegna all’università di Cagliari – Si parla di fattispecie che ora sono residuali, ma spiegherebbero la resistenza dei sardi a disarmarsi, soprattutto nelle zone centrali come la provincia di Nuoro, dove certi codici comportamentali hanno resistito più a lungo che altrove”.

Originariamente, quindi, c’era l’esigenza di ristorare l’offesa subita con armi personali. Poi però questo bisogno si è trasformato in una tradizione, in un’ereditarietà di questi pezzi o nella costumanza all’avere un’arma in casa, non più irregolare, ma legalmente posseduta, e non più utilizzata come nei tempi passati per vendetta.

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto

Ramon – Per un pugno di dollari

A tutto questo è necessario aggiungere la componente agro-pastorale: tra i monti del Nuorese e nei pascoli le minacce sono individuabili anche a lunga distanza e il fucile è più preciso rispetto alla pistola sul lungo raggio. “Parliamo di aree dove il pastore vive isolato e si sposta al buio e in inverno, quindi ha interesse a muoversi con protezione personale, perché avvengono furti di bestiame, sconfinamenti di terreni che possono degenerare in controversie pericolose. Parliamo di pascoli e fattorie, spazi aperti, dove il fucile è più adatto della pistola – continua il professore – Questa esigenza all’inizio è morale, poi diventa anche una tradizione culturale e si riflette sui culti, sui riti e su tutti gli aspetti della vita della comunità”.

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NotaIl ministero dell’Interno non pubblica annualmente sul suo sito il numero di licenze di porto d’armi, né quante armi siano regolarmente detenute nel nostro Paese. Per saperlo bisogna fare richiesta di accesso civico. Se per le licenze la risposta è arrivata, l’interrogativo su quante armi siano presenti sul territorio nazionale è ancora da sciogliere. Eppure le prefetture e le questure hanno i dati, perché per legge il possesso di un’arma va denunciato.

Stesso discorso per la produzione di armi. Le aziende del settore e l’Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili (ANPAM) – ente rappresentante la categoria –  non rendono noto il numero di pezzi fabbricati ogni anno. Gli unici dati attendibili circa la quantità di armi sono del Banco nazionale di prova di Gardone Val Trompia, ente pubblico che testa il corretto funzionamento di tutte le armi nuove. Ma anche in questo caso i dati non sono pubblici e vanno richiesti.

Il silenzio di tutti gli attori coinvolti impedisce, alla radice, una presa di consapevolezza da parte dell’opinione pubblica sul tema delle armi da fuoco in Italia, peraltro molto sentito come dimostra il dibattito sulla legge sulla legittima difesa approvata dal Parlamento un anno fa.

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