di LUCA BAGNARIOL e FRANCESCO FLORIS
“Che cosa può volere di più un professore che avere un riconoscimento da questa università?”. Con questa domanda, Giuliano Amato accoglie il sigillo d’Ateneo dell’Università di Urbino. “Anche se non è collocata in un centro nevralgico, è una delle principali e più prestigiose del Paese”, afferma il presidente emerito della Corta costituzionale e già presidente del Consiglio. La cerimonia, sotto lo sguardo di Giorgio Calcagnini – in uno dei suoi ultimi appuntamenti nelle vesti di rettore -, ha visto il giurista protagonista di una lunga lectio magistralis, dedicata al tema dello stato di salute della democrazia a livello globale.

“Il futuro delle democrazie è nelle nostre mani”
Ad aprire le danze è il rettore Calcagnini, che nel suo discorso ripercorre la lunga carriera di Amato, dalla cattedra di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma fino al titolo di presidente della Corte costituzionale, passando per le sue due esperienze da presidente del Consiglio. “Il profilo di studioso e il lungo impegno al servizio delle istituzioni – spiega – delineano un percorso che trova naturale corrispondenza nella lunga tradizione di studi giuridici dell’Università degli Studi di Urbino. Per questa eredità e per i valori che l’hanno accompagnata assume significato il conferimento del Sigillo d’Ateneo, per i meriti della sua attività scientifica e istituzionale”.
Dismessa la toga cerimoniale – “Mi sento più me stesso vestito normale. Tu sei rettore da quasi sei anni, quindi ti sei abituato”, commenta rivolgendosi a Calcagnini – Amato non nasconde l’emozione del momento: “Vivo questa giornata come una delle giornate più belle di questa stagione della mia vita – spiega -. Questo è il riconoscimento che un vecchio professore sente di più: il sigillo di questa università. Un legame che viene riconosciuto tra ciò che io sono e sono stato, e una delle università che io ho sempre ammirato di più”.
Nel corso del suo lungo intervento, il presidente emerito tenta di ribaltare la narrazione sulla fragilità delle democrazie contemporanee: “Noi tendiamo a chiedere alla politica di risolvere i problemi della nostra democrazia – afferma -. Ma le ragioni che rendono la politica così schiava del presente e incapace di guardare al futuro sono dentro di noi, non dentro la politica. Per questa motivazione, il futuro delle nostre democrazie è affidato a noi cittadini”.

Il discorso di Amato spazia dalla crisi delle formazioni partitiche di massa al ruolo giocato dalla televisione e dai social media, colpevoli secondo lui di aver “avvelenato il dibattito pubblico” con le loro logiche polarizzanti e la possibilità dell’anonimato. “Io non amo fare riferimenti alla nostra politica perché questo è un fenomeno generale che investe tutte le democrazie occidentali – continua -, ma mi colpisce, rispetto al mio tempo, che quando sento alla televisione le dichiarazioni dell’una o dell’altra parte, metà della dichiarazione è una gomitata all’altro”.
Per l’ex presidente del Consiglio, le riforme istituzionali non possono bastare. “Se la debolezza della politica risale a quei fenomeni che stanno nella società e hanno reso noi individui tendenzialmente non più comunicanti e incapaci di dar vita a identità collettive non estreme, a che serve cambiare le istituzioni e basta? Si possono rinforzare i piani alti di un edificio le cui fondamenta si sono indebolite? O bisogna pensare alle fondamenta?”. Per questo, secondo lui, solo lavorando sui mali che affligono le società del nostro tempo – dall'”individualizzazione estrema” al “rapporto con gli altri visto solo in termini conflittuali” – si può risanare lo stato di salute delle nostre democrazie.
“La collaborazione dei francesi su Ustica per scioglere i dubbi”
C’è spazio anche per commentare l’attualità, come la notizia dell’offerta di collaborazione da parte della Francia sull’inchiesta per la strage di Ustica. Tema su cui lo stesso Amato si era esposto alcuni anni fa in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, dove aveva rilanciato la tesi dell’abbattimento del Dc-9 da parte di un missile francese. “Non leggo nella collaborazione che finalmente offrono – afferma – un’ammissione di colpa: leggo casomai un desiderio di sgombrare quei dubbi. In quella intervista a Repubblica dissi che la tesi più accreditata, proprio per i dubbi che avevano lasciato, era quella del missile francese. Potrei dire: ‘Mi hanno dato retta’”.
Sul Quirinale, invece, nessuna speranza per il ritorno dell'”ipotesi Amato”: “Se dovessi riproporre l’ipotesi Amato per la corsa al Quirinale del 2029 – afferma -, sarebbe la prova di una mia intervenuta demenza senile”. La carica di presidente della Repubblica non occupa i pensieri del presidente emerito, e “se la ripropone qualcun altro – specifica -, è un demente non necessariamente senile”. Ancha se difficilmente i parlamentari italiani resisteranno alla tentazione di inserire il suo nome all’interno del calderone delle votazioni, come fatto tante volte negli ultimi anni.
Pranzo con vista
Il discorso si conclude con la standing ovation della sala. C’è tempo anche per una breve presentazione di un documentario su Gianni Clerici, volto storico del tennis italiano che ad Urbino ha legato la sua carriera università, in cui Amato giocherà un ruolo da protagonista, visto il grande rapporto di amicizia che li legava. Con la promessa di un grande evento per il lancio ufficiale di novembre, la cerimonia si conclude e la sala si svuota. Amato e Calcagnini escono dall’edificio, in direzione del ristorante Il Cortigiano, proprio davanti a Palazzo Ducale. Il menù del giorno segna: polenta taragna con funghi freschi. Magari Amato sarà tentato più da quella, piuttosto che dalla prospettiva del Quirinale.




