Big Tech al cinema: il peso degli intrecci economici

di MARCO FALLARA

URBINO – I grandi imprenditori della Silicon Valley non vengono più raccontati soltanto come visionari e innovatori che, grazie a un’idea brillante, sono diventati ricchi cambiando la propria vita e quella di milioni di persone. Emblematico è il caso di Musk, il documentario del premio Oscar Alex Gibney dedicato al proprietario di SpaceX, Tesla e X. Il film restituisce il ritratto di un visionario tecnocratico, ambizioso e controverso, la cui ricchezza si è tradotta in un potere politico sempre più rilevante. Emerge la figura di un “creatore di miraggi”, un uomo capace di influenzare il mondo ma anche segnato da contraddizioni e limiti personali.

L’altra faccia della medaglia

Nell’ultimo anno Hollywood ha scommesso sempre di più sull’interesse del pubblico per l’intelligenza artificiale e per i magnati che ne guidano lo sviluppo. Musk fa parte di un’ondata cinematografica che mette sotto esame il potere tecnologico. Si va da The Social Reckoning di Aaron Sorkin, incentrato su Mark Zuckerberg e sulla whistleblower Frances Haugen, ad Artificial di Luca Guadagnino, che racconta l’ascesa, il licenziamento e il reintegro di Sam Altman alla guida di OpenAi. A questo filone si aggiungono le opere dedicate alle controversie della Silicon Valley, come il film di A24 su Elizabeth Holmes. 

È un cambio di tono rispetto a una parte della produzione di una decina di anni fa, quando fondatori e investitori erano raccontati soprattutto attraverso l’innovazione e l’ambizione imprenditoriale. Oggi al centro ci sono sempre più spesso il potere accumulato, le conseguenze sociali delle tecnologie e la capacità di pochi individui di influenzare economia, politica e informazione. 

Il nodo della distribuzione 

Ma raccontare criticamente questi protagonisti non significa soltanto convincere uno studio a finanziare un film. Significa anche trovare un distributore disposto a portarlo nelle sale e piattaforme pubblicitarie capaci di raggiungere il pubblico. Alex Gibney ha raccontato le difficoltà incontrate nel percorso distributivo di Musk, in un contesto segnato dalle minacce dei legali del miliardario sudafricano e dagli attacchi lanciati da quest’ultimo su X. Universal, tuttavia, ha ribadito l’intenzione di distribuire il documentario. Ancora più delicato è il caso di Artificial. Amazon Mgm Studios aveva sviluppato il film di Guadagnino, per poi rinunciare alla distribuzione. La decisione è arrivata dopo l’annuncio di una partnership e di un investimento di 50 miliardi di dollari in OpenAi. Amazon ha negato che il contenuto del film abbia determinato la scelta e ha sostenuto che Artificial sarebbe stato meglio servito da un altro studio. Dopo il ritiro di Amazon, anche Netflix, A24 e altri potenziali acquirenti hanno rinunciato, prima che i diritti mondiali venissero acquisiti dal distributore indipendente Neon. Il legame economico è rilevante, ma non esiste la prova che abbia causato la decisione. 

Legami tra Big Tech

L’accordo annunciato a febbraio lega Amazon e OpenAi in modo molto profondo: la società di Sam Altman utilizzerà l’infrastruttura di Amazon Web Services (Aws), compresi 2 gigawatt di capacità dei chip Trainium – processori sviluppati da Aws per accelerare l’addestramento dei modelli di Ai -. Aws sarà anche il fornitore esclusivo di distribuzione cloud di terze parti per OpenAi Frontier – cioè, Amazon sarà l’unico gigante del cloud autorizzato a vendere questa nuova piattaforma Ai alle grandi aziende -. Il boom dell’intelligenza artificiale sta creando rapporti in cui le stesse aziende possono essere contemporaneamente investitori, fornitori e clienti. Amazon e Nvidia hanno investito direttamente in OpenAi; Nvidia, a sua volta, vende i chip indispensabili per addestrare e far funzionare i modelli di Ai e finanzia o garantisce capacità alle società che acquistano la sua tecnologia. In questo modo il produttore investe nel cliente o ne sostiene l’espansione, e quel capitale contribuisce ad alimentare la domanda dei suoi stessi prodotti. Un esempio particolarmente evidente è CoreWeave, società di cloud sostenuta da Nvidia: tra i suoi maggiori clienti ci sono Microsoft, OpenAi, Meta e Anthropic. Nvidia è quindi al tempo stesso azionista e fornitore di una società che vende capacità di calcolo ad alcune delle maggiori aziende di intelligenza artificiale. I confini tra chi finanzia, chi vende l’infrastruttura e chi la compra diventano così sempre meno netti.

Cinema e capitali tech

Questa rete di interessi investe anche il rapporto tra cinema e Big Tech. Amazon controlla le attività cinematografiche di Amazon Mgm Studios. Paramount Skydance è controllata dalla famiglia Ellison: Larry Ellison è il cofondatore di Oracle e suo figlio David guida il gruppo che ha acquisito Warner Bros. Discovery e riunisce oggi marchi come Paramount, Warner Bros., Hbo Max, Cnn e Cbs. Disney aveva un accordo con OpenAi che comprende investimenti e licenze per l’utilizzo di personaggi delle proprie produzioni, accordo poi saltato con la chiusura di Sora. Anche A24, studio indipendente che ha rinunciato ad acquistare Artificial, ha tra i propri investitori Thrive Capital, società di venture capital, che a sua volta è uno dei maggiori finanziatori di OpenAi. Questi tipi di relazioni creano un cortocircuito nel momento in cui le stesse aziende sono protagoniste delle storie raccontate e interlocutrici economiche dei gruppi che le producono.

La pressione può esercitarsi anche senza intervenire direttamente sul contenuto di un film. Bleecker Street, distributore statunitense di Musk, ha incontrato difficoltà nell’approvazione delle inserzioni pubblicitarie del trailer su diverse piattaforme digitali, tra cui YouTube, TikTok, Meta e X. Meta ha giustificato il blocco dell’inserzione come un errore, mentre Youtube ha dichiarato che si trattava di una svista del sistema, poi corretto.

Lo schema non è nuovo né limitato alle Big Tech. È comparso anche in Italia con Loro, il film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi uscito nel 2018. I diritti per l’Italia furono acquistati da Mediaset (di proprietà della famiglia Berlusconi), che non lo ha mai distribuito sulle piattaforme digitali né trasmesso in chiaro. Sorrentino ha parlato di una volontà censoria da parte dei distributori. 

Come proteggere l’indipendenza

Il punto centrale è comprendere a quali condizioni queste opere possano arrivare al pubblico, quando produzione, distribuzione e promozione dipendono da gruppi con interessi economici intrecciati alle aziende raccontate. Una possibile soluzione è la diversificazione: più soggetti in grado di finanziare, distribuire e promuovere un’opera significano meno dipendenza da un singolo gruppo. Fondi indipendenti, maggiore trasparenza sui rapporti finanziari tra produttori, piattaforme e aziende raccontate e regole più chiare sulle decisioni pubblicitarie delle piattaforme possono ridurre il rischio che un interesse economico diventi un ostacolo alla circolazione di un’opera.

Se produzione culturale, infrastrutture tecnologiche, distribuzione e pubblicità si concentrano nelle mani di pochi soggetti economicamente interdipendenti, difendere la libertà di espressione significa anche mantenere pluralità nei canali attraverso cui un’opera può essere finanziata e raggiungere il pubblico.

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