di PIERO DORFLES
URBINO – I confini, le frontiere, possono avere un duplice significato: i confini geografici sono uno strumento di controllo e di difesa, proteggono da invasioni territoriali e di estranei, possono rappresentare la legittima affermazione di autonomia di una nazione. Ma nello stesso tempo possono rappresentare una chiusura, un rifiuto nel confronto con culture diverse. Ma ci sono anche frontiere della conoscenza e del sapere che possono avere una doppia valenza: di apertura, quando il desiderio di conoscere e di avere esperienza del nuovo rappresenta anche un’esigenza di progresso, ma anche occasione di sconfinamenti verso territori pericolosi e inopportuni.
Le due valenze dei due significati hanno un ruolo particolarmente importante in un periodo nel quale di confini si parla incessantemente. Non sembrava possibile, a 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che ci fosse ancora chi si sarebbe proposto di trovare vantaggio dall’espansione territoriale del proprio Paese. Ma è successo, e questo dimostra che purtroppo non è facile accettare l’idea che le frontiere siano una convenzione e non una necessità. E la tentazione di mettere in discussione le entità sovranazionali segna un tentativo di tornare alla rigida separazione tra identità che si erano andate fondendo.
Nello stesso tempo dobbiamo constatare che la spinta a superare i confini della scienza e della tecnologia ha portato l’umanità a un drammatico eccesso di sfruttamento delle risorse fino a un mutamento climatico difficilmente reversibile. La XIV edizione del Festival del giornalismo culturale si propone di discutere e analizzare quella continua sfida al superamento dei confini esistenti che caratterizza la modernità e i pericoli che rappresenta.




