A 170 anni dalla fondazione, l’Osservatorio Serpieri racconta il tempo che è stato con un libro

Eliofania. Uno degli strumenti dell'osservatorio Alessandro Serpieri
di NICHOLAS MASETTI

URBINO – L’occhio sul Ciclone. A 476 metri sopra il livello del mare, in uno dei punti più alti della città, c’è il centro di osservazione meteorologica più antico delle Marche che tra pochi mesi  – il primo maggio 2020 – compirà 170 anni. Rileva dati, li elabora per poi metterli a disposizione dei cittadini e della società anche attraverso il proprio canale social più utilizzato, Facebook.

Una scala a chiocciola di Palazzo Bonaventura in via Saffi, costruita nel 1943, porta dentro il mondo di un’istituzione viva, tanto da essere premiata nel giugno del 2018 dal Wmo (World meteorological organization): un riconoscimento alla costanza e alla professionalità consegnato a soli 171 osservatori nel mondo, di cui sei in Italia.

L’Osservatorio Alessandro Serpieri è considerato uno dei principali centri meteorologici dello stivale. Analizza la portata dei venti e ne prevede l’arrivo, il “mare urbinate” fatto di banchi di nebbia, l’intensità e la frequenza delle piogge, il ciclo del sole, i “nevoni” che ogni tanto ricoprono i palazzi rinascimentali di Urbino e le gelate dei mesi invernali. Capacità umane combinate a macchinari sinottici come il radiometro, dispositivo che misura il flusso della radiazione elettromagnetica emesso da una superficie o un oggetto, o l’eliofanografo di Campbell–Stokes, utilizzato per misurare la durata dell’illuminazione solare, strumenti ormai scomparsi dalla maggior parte degli osservatori in giro per il mondo.

Un problema sempre più grande

“Facciamo una cosa che non ha mai fine” spiega Umberto Giostra, direttore dell’Osservatorio Alessandro Serpieri, così chiamato in onore dello scienziato romagnolo vissuto a metà dell’800 a Urbino dove ha svolto gran parte del suo lavoro sul meteo. I dati del Serpieri dicono che dal 1850 il clima è cambiato: graduale scomparsa delle stagioni intermedie, aumento delle temperature globali, alluvioni improvvise alternate a periodi di siccità (a Urbino il 2000 è stato l’anno più caldo mentre il 2012 il più “bagnato”). Il fenomeno, cui a livello globale ci si riferisce con il termine climate change, preoccupa sempre di più la comunità scientifica per le conseguenze sul pianeta Terra. E proprio in questi giorni a Madrid esponenti di 196 Stati stanno parlando di clima alla Cop25, il vertice delle Nazioni unite che finirà il 13 dicembre.

Le capacità dell’Osservatorio

L’attenzione sul clima è sempre più alta. “Se una volta eravamo noi a cercare il pubblico, ora è lui che cerca noi” dice Cesarino Balsamini, professore e co-curatore del libro scritto insieme a Piero Paolucci dal titolo Il tempo che è stato. L’idea del testo nasce dopo sette anni di collaborazione con il quotidiano Il Resto del Carlino, dove il giornalista Giovanni Lani pubblica i testi mensili scritti dall’Università sul clima. Lani racconta come il meteo ha “sempre più un influsso sull’animo e sulla percezione interiore delle persone”. Nella rubrica il Barometro del Serpieri vengono citati anche scrittori come Carducci, Manzoni e Pascoli. Proprio il poeta, amico di Alessandro Serpieri, scrisse ne L’Aquilone: “Abbiamo in faccia Urbino Ventoso, ognuno manda da una balza la sua cometa per il ciel turchino”.

La qualità dell’aria che si respira a Urbino è trenta volte più pulita di quella che troviamo in alcune città del nord. Parola di Vilberto Stocchi, rettore dell’Università di Urbino che da sempre è in collaborazione con l’istituto. Piero Paolucci dell’Osservatorio racconta come negli ultimi vent’anni, “tra la fine degli anni ’80 e il 2000, ci sia stato un incremento di un grado e mezzo, due gradi, che ha stravolto la climatologia del territorio, ma anche dell’Italia, dell’Europa e del globo”. La sfida per l’Osservatorio è continuare a informare i cittadini, mettendo a disposizione informazioni e dati sempre più semplici e fruibili. In attesa del primo maggio del 2020, quando festeggerà 170 anni.

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