Lo studio su Science degli scienziati urbinati: “In queste rocce è scritto il passato della Terra”

Scavi al passaggio K/Pg nella sezione della Contessa Highway (Gubbio) Fabrizio Frontalini durante rilievi nella sezione del passaggio della Contessa presso Gubbio
di MANUEL MORGANTE

URBINO – Una ricerca che conferma l’idea della Terra come un sistema vivo e dinamico. Una struttura interconnessa, con l’interno del Pianeta che comunica con la sua superficie attraverso le eruzioni vulcaniche, come fosse il cuore pulsante del globo. E le prove sono anche qui nelle Marche, tra le rocce del monte Conero e quelle del Nerone. Per geologi e paleontologi uno scrigno di tesori che conserva, come le pagine di un libro di pietra, i capitoli fondamentali dell’evoluzione terrestre.

Non riesce a nascondere l’entusiasmo nonostante la voce calma Fabrizio Frontalini, docente di Paleontologia e Paleoecologia all’Università di Urbino. Insieme al professor Rodolfo Coccioni, è co-autore dello studio pubblicato su Science in collaborazione con altre università e istituti di ricerca giapponesi, che ricostruisce i cicli di attività vulcaniche globali degli ultimi 143 milioni di anni analizzando gli isotopi di un elemento “spia”, l’osmio, negli antichi depositi sottomarini e nelle rocce che oggi affiorano nel nostro Appennino. Raggiunto al telefono dal Ducato, il professore ha raccontato cosa significano per il territorio marchigiano i risultati ottenuti da questa ricerca

La terra e il suo “battito cardiaco”

Frontalini descrive i risultati della ricerca: “Grazie a queste ricerche abbiamo compreso con quale frequenza sono avvenute queste attività vulcaniche. Queste eruzioni seguono un ritmo ciclico di 10-20 milioni di anni, e sono regolate dall’attività nel mantello terrestre attraverso strutture da cui risale il magma, creando delle provincie vulcaniche. Il magma rilascia gas e nutrienti, provocando significativi cambiamenti climatici come riscaldamento globale, eventi anossici negli oceani ed estinzioni biologiche”.

L’esperto continua: “Dovete immaginare queste pulsazioni, che seguono ritmi naturali lunghi milioni di anni, simile al battito del cuore nel corpo umano: pulsa sangue, in questo caso il magma, e regola l’intensità dei fenomeni di vulcanismo: una sorta di orologio interno terrestre”. Conoscere questi aspetti permette di comprendere l’evoluzione a medio-lungo termine del Pianeta.

“Abbiamo usato l’osmio come tracciante geochimico, che come l’inchiostro, lascia un’impronta diversa a seconda della sua provenienza: una per i continenti e una per il mantello terrestre. I segnali vengono raccolti dall’oceano, che li immagazzina in sedimenti e rocce come fosse un archivio geotermico”. Racconta Frontalini.

Fabrizio Frontalini e Rodolfo Coccioni insieme agli scienziati giapponesi

Non è un alibi per l’uomo

I risultati raccolti vanno letti anche come un monito, perché “ci tolgono l’illusione che la natura sia fatta per assorbire in fretta i nostri errori” dice il docente, che tiene a sottolineare il ruolo della nostra specie, gli homo sapiens, nell’aver innescato il riscaldamento globale ora in atto e i cambiamenti climatici”. Per comprendere meglio il concetto, bisogna immaginare il nostro pianeta come una sorta di spugna, non come un corpo immobile, che cerca di adattarsi alle azioni dell’uomo. “Quando alteriamo l’equilibrio il pianeta impiega milioni di anni per guarire” afferma Frontalini. Dobbiamo capire che siamo solo dei passeggeri su un sistema di sistemi, interno ed esterno, interconnessi e in continua evoluzione”.

Umbria e Marche, uno scrigno d’oro per la scienza

Le ricerche hanno messo in luce l’importanza del territorio Umbro-marchigiano per le scienze della Terra. In queste aree si può ricostruire la storia evolutiva del nostro pianeta grazie “al record stratigrafico completo e continuo” afferma Frontalini, ovvero la successione cronologica di strati sedimentari rocciosi. “Qui le rocce affiorano in superficie sono facilmente accessibili, e rappresentano un registro eccezionale della storia della Terra. È come avere un libro aperto che racconta, pagina dopo pagina, eventi cruciali, come gli eventi oceanici anossici, estinzioni di massa, gli impatti, eventi ipertermici e le glaciazioni”.

Campagna di campionamento a Gorgo a Cerbara tra Piobbico, Cagli e Urbania

Sulle pareti di queste montagne, Walter Alvarez e suo padre Luis Alvarez identificarono, 46 anni fa, uno strato ricco di iridio e formularono l’ipotesi dell’impatto di un meteorite che, 66 milioni di anni fa, colpì la superficie terrestre, causando la più recente estinzione di massa, quella dei dinosauri. ” È una prospettiva strana ma affascinante: mentre percorriamo la Gola del Furlo oppure i sentieri del Montefeltro o la Gola della valle del Bottaccione e la valle della Contessa, non stiamo semplicemente camminando su dei sassi. Stiamo camminando su un nastro registratore di pietra su cui e inciso, strato dopo strato, la storia di un antico oceano: la Tetide” dice il Paleontologo con orgoglio.

Continua il professore: ”Come riferimento per lo studio abbiamo preso luoghi come Poggio le Guaine che è sul Monte Nerone. Altri sono la gola del Bottaccione oppure aree che sono tutte nell’Appennino, pensiamo al Gorgo a Cerbara all’intersezione tra i comuni di Piobbico, Cagli e Urbania, al Fiume Bosso a Cagli che fanno parte dello stesso bacino. Questa ricerca conferma che le Marche, ma anche l’Umbria, non sono soltanto una periferia della scienza geologica, ma rappresentano un punto di riferimento globale” conclude.

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