di MANUEL MORGANTE
URBINO – “È doloroso essere a Urbino mentre il mio Paese è sotto i bombardamenti. In questi giorni ho avuto molti attacchi di panico. La situazione è orribile, essere lontana e vedere le esplosioni che colpiscono le città iraniane è spaventoso”. Cerca di non perdere il sorriso Maby, studentessa di 32 anni, mentre racconta al Ducato il dramma che sta vivendo l’Iran. Lo stesso sorriso che ha trovato in Italia quando è arrivata, nel novembre 2024: “Ogni volta che cammino le persone mi sorridono, mi salutano. A Urbino ho ritrovato la stessa cultura e umanità della mia gente”.
Tra paura della guerra e speranza di cambiamento
Dall’inizio del conflitto, com’è accaduto durante le rivolte di gennaio, è impossibile avere notizie da amici e parenti, a causa del blocco di internet imposto dal regime: “Non ho contatti con la mia famiglia e i miei amici da oltre dieci giorni. Gli unici video e immagini sui social a cui abbiamo accesso arrivano grazie all’utilizzo di Vpn (Virtual private network) e satelliti Starlink”, dice la studentessa. Prove, afferma la ragazza, che testimoniano la brutalità del regime: “I leader rimasti hanno dato ordine di sparare ad altezza uomo contro chiunque mostri dissenso, non solo per strada ma anche nelle nostre case. Ormai dichiarano apertamente le loro azioni criminali: questi sono i Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione), questa è la Repubblica Islamica”.
Per Maby e altri suoi coetanei, questi non sono solo giorni di paura e angoscia. Sono momenti di speranza ed euforia per un possibile cambiamento storico del loro Paese: “Non bisogna credere al regime che mostra sostenitori nelle piazze o che piange la morte di Khamenei, è solo propaganda. Sono membri del governo e familiari. Molti sostengono gli attacchi contro la dittatura, vogliono che finisca. Lo dimostrano le manifestazioni avvenute in tutte le città, i festeggiamenti dopo l’uccisione della guida suprema. Ovviamente non significa che tutti sono a favore della guerra: c’è chi ha paura di perdere tutto e la responsabilità di quello che succede è della Repubblica Islamica, non del popolo”.
Pahlavi come simbolo di un nuovo Iran
Per Maby quello che sta succedendo non è una guerra ma una missione di salvataggio. Nonostante la sofferenza e le lacrime di questi giorni, il futuro resta luminoso: “Il regime non sopravvivrà. Nessuno in Iran ha voluto questo conflitto, il popolo ha cercato di rovesciare il governo ma è stato massacrato. Questa non è una guerra ma una missione umanitaria, la responsabilità è del regime. Quando cadrà, saremo liberi”. Simbolo di questo futuro, dice la studentessa, è il figlio dello Scià, Reza Pahlavi: “Con lui tornerà la democrazia, nonostante quello che dice Trump. Non ci sono altre alternative, il Paese non può rimanere senza una guida dopo la caduta della dittatura”.
Proteggere l’unità del paese
Rimane incredula Maby quando le diciamo che qua la gente è preoccupata delle ripercussioni economiche: ”Non riesco a capire questa posizione. Sento gente indignarsi per gli attacchi contro le infrastrutture militari, ma dov’erano quando il regime ci uccideva? Tra l’8 e il 9 gennaio non è iniziata una guerra civile ma una rivoluzione a cui l’Irgc (Corpo dei Guardiani della Rivoluzione) ha risposto uccidendo 40 mila persone. I Pasdaran stanno uccidendo degli innocenti”.
Le possibilità sono solo due, dice Maby: “Essere uccisi dal regime o rischiare tutto per liberare il Paese da questi mostri. Quando il regime sarà distrutto, la Repubblica Islamica non sarà più una minaccia per nessuno”, a patto che “il popolo iraniano rimanga compatto e l’unità del Paese preservata”.




