di NICOLE CIOTTI
URBINO – La ruota a fianco al grande portone di legno si gira leggermente, è il bussolotto attraverso il quale un tempo venivano posti i bambini non riconosciuti da affidare alle cure delle monache. Oggi viene utilizzato per portare qualsiasi cosa che, dall’esterno, debba entrare al monastero di clausura. È da qui che Suor Maria Agnese si affaccia per dare il suo benvenuto al convento di Santa Caterina d’Alessandria. A concentrarsi bene pare di sentire un canto femminile, ma rimarrà il dubbio sia stata solo una percezione. In questo luogo, incastonato nel cuore di Urbino da sette secoli, vivono oggi secondo la regola agostiniana tredici monache. Varcando la soglia si ha la percezione di entrare in un mondo parallelo. Su un semplice banco di legno, curato per l’accoglienza degli ospiti, ci sono acqua e biscottini all’uvetta. Al di là del banco, le due “osti”: Suor Maria Agnese, la più giovane della comunità, 33 anni, e Suor Maria Teresa, a Urbino da circa vent’anni, che di anni ne ha 43. Si aggiunge presto un terzo padrone di casa, Kyra, una cagnetta scodinzolante che si è unita alla compagnia.

Dentro al monastero: la vita oltre la grata
Le monache sono “al di là” perché seguono la clausura. Di questa separazione però è semplice dimenticarsi di fronte ai loro sorrisi e al loro calore. Le visite degli esterni sono un’eccezione della loro giornata, scandita dal ritmo di preghiera, lavoro e studio. Il racconto delle monache smentisce l’immagine della vita lenta del religioso: anzi, la loro è una giornata pienissima. “La vita monastica realizza ogni aspetto umano: c’è il tempo per pregare, per stare con gli altri, per stare sola con te stessa, per riposare, per mangiare, per studiare e lavorare. Tutto questo è un servizio per Dio, e in più a fine giornata hai una sensazione di pienezza e di realizzazione” spiega Suor Teresa. Quello agostiniano è un ordine mendicante, il convento funziona come una piccola comunità che lotta per l’autosufficienza: “Un tempo i conventi avevano terre da coltivare per sostentarsi, ora le entrate sono quelle delle pensioni delle due madri più anziane e della carità di fedeli e benefattori”, che passa proprio attraverso la ruota all’ingresso, raccontano.
Ogni abitante del monastero ha un compito preciso: c’è chi si occupa della cucina come Suor Agnese, aiuto-cuoca, chi della portineria come Suor Teresa, chi del giardinaggio, delle pulizie, della rammenda degli abiti. Ma c’è anche chi gestisce da computer mail e grafiche per i loro progetti: i cambiamenti del mondo entrano anche in questi luoghi. “Ogni tanto mi capita di leggere le cronache che avevano scritto le nostre consorelle del secolo scorso, di quando è arrivata la lavatrice o la televisione – racconta Suor Agnese – e in effetti ci sono stati dei grossi cambiamenti. Qui le cose arrivano più lentamente, però sicuramente non si è mai rimaste fisse”.

Il mondo nel monastero
Il monastero si delinea sempre meno come un mondo parallelo e sempre più come parte dello stesso mondo, non impermeabile “all’al di qua”. In convento arriva ogni mattina il quotidiano Avvenire, anche se Suor Teresa ammette: “Desidererei tanto ricevere L’Osservatore Romano, una volta un benefattore anonimo ce l’ha regalato ma ora l’abbonamento è scaduto”. Per loro è fondamentale rimanere informate per conoscere sempre ciò di cui la comunità ha bisogno. Suor Agnese, che prima di entrare in convento studiava Lettere all’università, cita per spiegarsi un famoso commediografo latino: “Terenzio diceva ‘Sono un uomo, nulla di ciò che è umano lo ritengo a me estraneo’. Se c’è una persona per cui questo è vero è il monaco. Stare in monastero non è sentirsi fuori dal mondo, ti senti piuttosto in mezzo a tutte le vicende, responsabile di quello che succede fuori”. Per le monache non vengono meno nemmeno i compitici civici: il 22 e il 23 marzo le potreste incontrare ai seggi mentre votano sul referendum sulla giustizia.
Nel monastero di Santa Caterina il ritmo delle visite è strettamente regolato per preservare il silenzio e la preghiera: durante i “tempi forti” come la Quaresima i contatti con l’esterno si fanno più saltuari e limitati. Quella di aprire le porte al Ducato è stata un’eccezione, resa possibile dai preparativi per l’importante anniversario che la comunità si appresta a celebrare: i 680 anni dalla fondazione ufficiale del monastero. Quella che dall’esterno è percepita come una barriera, spiegano le monache, non è vissuta come un limite: “La clausura non è il fine, ma uno strumento, un mezzo necessario per custodire il clima adatto alla preghiera e alla crescita spirituale”. La presenza della grata o del bancone nel parlatorio può inizialmente spiazzare i visitatori, tuttavia le monache raccontano che la loro naturalezza aiuta le persone a rilassarsi. Per loro, la grata non è una barriera che mette distanza, ma un segno di un’identità precisa che resta comunque aperta ad accogliere l’altro.

All’anulare delle due monache brilla uno dei simboli della loro identità: la fede nuziale monastica, a forma di croce, ricevuta in occasione della professione dei voti di povertà, castità e obbedienza. Ogni monaca può farvi incidere ciò che desidera. Suor Teresa ha scelto di scrivere il proprio nome accanto a quello di “Rabbunì”, il termine con cui Maria Maddalena chiama Gesù nel giardino della risurrezione quando lo riconosce. Suor Teresa spiega che la sua vocazione è racchiusa in quell’immagine: il Signore la chiama per nome e lei che ritrova il suo maestro – questo è il significato di “Rabbuinì” – lo segue.
Tra i diversi modi di vivere il presente c’è quello delle monache urbinati di Santa Caterina. Inaccessibile se non tramite il loro racconto, rimane la sensazione di aver come sbirciato dal buco di una serratura, quando una campanella richiama agli uffici Suor Agnese e Suor Teresa.




