di GIACOMO CECCOLINI e CHRISTIAN REGIS
URBINO – Il medio oriente è un mercato sempre più in espansione per le aziende della provincia di Pesaro e Urbino, con una cifra che si aggira tra i 140 e i 180 milioni di euro annui. Lo stesso andamento si può osservare anche a livello regionale dove si arrivano a muovere circa mezzo miliardo di euro. Ma stanno arrivando anche nelle Marche le conseguenze della terribile crisi che sta investendo il mondo. Il dramma dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e il Libano – che ha già causato più di 1300 morti e più di un milione di sfollati – sta iniziando a bloccare i commerci mondiali, e le ripercussioni si iniziano a far sentire sulle industrie della provincia. I problemi più rilevanti si registrano dal punto di vista logistico e di trasporti, con alcune aziende che hanno sospeso le spedizioni verso la zona di conflitto. Inevitabili i problemi anche per il settore turistico con i passeggeri costretti a riorganizzare le loro vacanze tra paure e possibili penali.
I dati forniti dall’Istat (Centro nazionale di statistica) mostrano che nel 2025 i principali partner economici della zona sono stati Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con un export di 72 milioni di euro (somma dei due paesi). A seguire Israele con 13 milioni di euro e Qatar con 2 milioni di euro. L’asset economico Pesaro e Urbino – Iran è invece molto inferiore, ma in risalita, segnando un aumento del 7,7% rispetto all’anno scorso.
Merci e trasporti
Le preoccupazioni crescono e l’impatto della guerra si intravede. Il presidente di Confindustria Pesaro e Urbino, Massimo Cecchini, conferma che ci sono già degli impatti significativi sulle aziende della provincia: “Ci sono aziende che hanno sospeso le spedizioni e c’è una riduzione degli ordini in arrivo”. In provincia sono presenti principalmente aziende manifatturiere che hanno bisogno di tanta energia: “La maggior parte delle risorse energetiche proviene dalla zona interessata dal conflitto. L’aumento di gas e petrolio avrà un impatto davvero forte se la guerra si protrarrà per un lungo periodo”, conclude Cecchini.
Al porto di Ancona le navi container non partono e le merci rimangono ferme. Il blocco delle rotte verso l’Oriente rappresenta una minaccia diretta per il tessuto produttivo locale. “L’impatto è già importante – spiega Andrea Morandi, Ceo di Morandi Agency – perché sull’export dei container che partono dal porto di Ancona un 20-30% era destinato al Golfo Persico”. Da giorni il traffico è paralizzato, costringendo le aziende a una corsa contro il tempo per trovare vie alternative. “Esistono diverse soluzioni per raggiungere Dubai o Abu Dhabi via camion, però ci sono ovviamente costi e tempi diversi, quindi non è detto che permettano di mantenere lo stesso livello di export”, aggiunge.
Oltre al blocco fisico, pesa l’impennata dei costi logistici e dei supplementi sul carburante, che in alcuni casi hanno raddoppiato le tariffe. Questo scenario è letale per le merci a basso valore unitario, come il fieno destinato al foraggio, che rischiano di non essere più competitive sui mercati esteri. “Merci povere, dove il costo del trasporto incide molto, possono da subito trovare una battuta d’arresto e non partono proprio più”, conclude Morandi.
I timori per le aziende della zona
Da Ancona partono anche le merci delle aziende manifatturiere della regione, tra cui mobili ed elettrodomestici. Le aziende Scavolini, Biesse e Imab, che hanno importanti sbocchi commerciali in Medio oriente si stanno interrogando sulle conseguenze nel medio lungo periodo. “L’attuale situazione geopolitica – afferma Fabiana Scavolini, Ad di Scavolini – sta avendo un forte impatto sul piano logistico. In questo momento i trasporti verso il Medio Oriente risultano sostanzialmente bloccati e stiamo monitorando con grande attenzione”. E aggiunge: “È evidente che una fase di instabilità prolungata nella regione potrebbe avere delle ripercussioni”.
Dello stesso avviso è Marco Magnanelli, amministratore delegato di Imab Projects (azienda partecipata di Imab Group S.p.a.) che opera nel settore residenziale in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: “Le tensioni che si sono sviluppate soprattutto su Dubai genereranno dei rallentamenti per le merci in transito. È plausibile avere problemi nel medio periodo (anno in corso), ma al momento non ne abbiamo. Il Medio Oriente rappresenta per noi un mercato importante e, qualora la situazione non tornasse alla normalità nel breve periodo, il rischio è che le difficoltà logistiche e l’incertezza generale possano riflettersi anche sui numeri complessivi dell’export. La chiusura parziale dello stretto di Hormuz impatterà sugli acquisti delle materie prime e sui costi di produzione se il prezzo di gas e carburante si manterrà elevato per mesi”, conclude Magnanelli.
Attende gli sviluppi anche la Biesse, che ha una sede operativa a Dubai. Ha dichiarato che aprirà un tavolo tecnico per discutere della situazione e organizzarsi di conseguenza.




