FgCult 2026, l’architetta Saša Dobričić: “I confini sono una menzogna”

L'architetta dei paesaggi Saša Dobričić
di GIACOMO CECCOLINI e CARLA DELLE VEDOVE

URBINO – “I confini sono una menzogna. Sono delle costruzioni artificiali di chi li disegna. È una cosa astratta che divide la terra e la nostra idea del mondo in categorie che non corrispondono alla verità del mondo reale”. Questa l’idea ripercorsa al Festival del giornalismo culturale nel panel “Sconfinamenti. Sul Paesaggio come progetto” dove hanno partecipato tre professioniste del paesaggio: Anna Lambertini, Antonella Melone e Saša Dobričić.

Secondo Dobričić, i confini sono una menzogna perché non separano nulla ma rappresentano un luogo in cui la vita prolifera e crea relazioni tra tutti gli elementi dell’ecosistema, non solo noi esseri umani. Come disse Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, citato dai relatori, “da quassù la terra è bellissima senza frontiere né confini”.

Il Ducato ha approfondito il tema del confine con Dobričić, architetta e docente all’università di Nova Gorica, in Slovenia. Vive quotidianamente sulla sua pelle che cosa significa stare ai bordi tra due Paesi e due nazionalità, separate da una frontiera ma estremamente legate tra loro. La città slovena è stata fondata da zero nel 1947 sul lato jugoslavo per dare un nuovo capoluogo all’area dopo la Seconda guerra mondiale. Per decenni è stata divisa dall’Italia da filo spinato e muro in cemento, simile a quello di Berlino. È legatissima però all’italiana Gorizia, tanto che nel 2025 i due centri, geograficamente uniti, sono stati scelti insieme come Capitali europee della cultura transfrontaliera. Non a caso, il concetto di confine è impresso nella vita di Dobričić.

Confini e politica

I confini sono una costruzione umana e sociale, un’invenzione, “possono spuntare in ogni momento, con irrigidimenti da ogni parte” afferma la docente. Il riferimento è alla sospensione del trattato Schengen tra Italia e Slovenia, introdotta dal governo italiano a ottobre 2023 per aumentare i controlli ai migranti provenienti dalla rotta balcanica. Controlli rafforzati anche durante la pandemia, “come se il Covid passasse da una parte all’altra con il passaporto”, aggiunge Dobričić. L’architetta racconta la propria esperienza di vita lungo il confine, una vita diversa rispetto a quella dei migranti di oggi: “C’è tutta una storia legata al contrabbando. Sono cresciuta in Jugoslavia e andavo spesso in Italia per nascondere jeans e caffè. Noi però poi tornavamo a casa: chi migra oggi non ha questo lusso”.

Dobričić descrive così la distorsione introdotta dall’artificio di tracciare una linea che divide due popoli: “I confini hanno questo strano compito di difendere gli interessi e le rappresentazioni decise da qualche centro amministrativo e politico”. Secondo l’architetta, anche chi vive le zone di confine è abituato a “difendere il centro”, a “fare quello che pensano a Roma o a Lubiana. Non si è capaci di pensarsi partendo da chi si rappresenta”.

“Le lingue non aderiscono al confine”

Un confine geografico non è necessariamente linguistico e culturale perché gli idiomi, i costumi, la vita stessa, sono un continuum non discreto: “Le lingue non aderiscono al confine” spiega Dobričić, secondo cui non si parla una lingua in base al passaporto che si possiede, ma al luogo in cui si appartiene. Per l’architetta, un territorio può avere una storia e un’identità, ma le persone hanno la possibilità di scegliersi la propria, indipendentemente dal luogo in cui vivono.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra e di terze parti maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi