Agcom: il giornalismo che cambia tra nuovi strumenti e vecchi divari

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di MANUEL MORGANTE

URBINO – Il giornalismo italiano invecchia, mentre il lavoro autonomo diventa prevalente e sono soprattutto i più giovani a spingere verso fonti e strumenti digitali. Ma proprio tra le generazioni esiste uno dei divari economici più evidenti fotografati dalla quarta edizione dell’Osservatorio sul giornalismo dell’Agcom. Il rapporto, presentato il 21 ottobre con il supporto della Fondazione Paolo Murialdi, parte da un universo di 39.207 giornalisti attivi nel 2024 e da 1.337 risposte utilizzabili. Ne esce il ritratto di una professione che si trasforma, ma spesso senza le risorse e le tutele per sostenere il cambiamento.

Una professione che invecchia

Il primo dato è anagrafico. L’età media degli iscritti attivi, dipendenti e autonomi, si colloca intorno ai 50 anni e gli over 60 sono più che raddoppiati rispetto al 2013, passando dall’8,5% al 20,5%. È l’altra faccia di un ingresso sempre più difficile per i giovani: gli under 40, che nel 2000 erano il 53% della categoria, oggi sono circa il 20%.

L’universo dei giornalisti attivi è comunque cresciuto: nel 2024 sono 39.207, contro i 35.619 censiti nel 2015, anche se le diverse edizioni dell’Osservatorio non sono perfettamente sovrapponibili. La professione resta prevalentemente maschile, con gli uomini al 57,1%, ed è concentrata soprattutto nei principali poli editoriali: Lombardia e Lazio raccolgono da sole circa il 45% dei giornalisti attivi.

Il lavoro autonomo e il nodo dei redditi

Il lavoro autonomo è ormai la modalità occupazionale prevalente e riguarda il 51,7% dei giornalisti. Il 65,2% lavora esclusivamente per testate, il 17,6% soltanto in agenzie di comunicazione o uffici stampa e il 17,2% combina le due attività

Il problema è economico. Nel rapporto la retribuzione media degli autonomi risulta inferiore del 76% a quella dei dipendenti: secondo i dati ripresi dalla stampa, circa 14.300 euro contro 59.000 nel 2023. Il divario riguarda anche le generazioni: tra i dipendenti, la retribuzione media annua passa da circa 18.900 euro per gli under 30 a oltre 78.000 euro nella fascia 56-60 anni, e in media i giornalisti sopra i cinquant’anni guadagnano circa tre volte più dei colleghi trentenni. Il divario non è nuovo: già nel 2020 la terza edizione segnalava che quasi la metà degli autonomi e dei collaboratori dichiarava meno di 5mila euro lordi l’anno. A pesare è anche la crisi dell’editoria: i ricavi dei quotidiani sono scesi di quasi il 30% tra il 2021 e il 2025. Per chi lavora fuori dalle redazioni, la flessibilità spesso coincide con la precarietà.

Digitale e intelligenza artificiale

Il digitale è la direzione in cui la professione si muove più in fretta. Le attività più diffuse restano quelle legate alle routine produttive, al 78,7%, ma il 30% dei giornalisti svolge attività di web journalism, categoria che comprende newsletter e podcast e che mostra la crescita più evidente rispetto alla scorsa edizione. Anche nelle testate tradizionali l’integrazione è ormai consolidata: il 60% lavora sia sull’edizione cartacea sia su quella online. Cambiano anche le fonti. Il rapporto diretto con le persone resta il riferimento principale, al 68,5%, davanti a comunicati stampa e agenzie, ma tra gli under 40 le fonti digitali superano per la prima volta quelle giornalistiche tradizionali. Nel lavoro quotidiano prevalgono i motori di ricerca, usati dal 78% dei giornalisti, e la messaggistica istantanea, al 68%, mentre i social servono soprattutto a trovare informazioni e a monitorare le discussioni online. Cresce l’uso professionale di Instagram e delle chatbot di intelligenza artificiale.

Entra nelle routine anche l’intelligenza artificiale generativa: il 30,8% dei giornalisti non usa chatbot, percentuale che sale al 42,1% tra gli over 60 e scende al 19,9% tra gli under 40. Chi la usa se ne serve soprattutto per tradurre, poi per ricerca e verifica, editing e analisi dei dati; molto meno per scrivere testi o produrre immagini e video. Va però ricordato che chi risponde a un questionario online sul tema tende a essere più interessato di chi lo ignora.

L’uso, tuttavia, non coincide con la competenza. Rapportata con l’IA generativa, la preparazione digitale è bassa: solo il 16% dei giornalisti raggiunge un livello medio-alto o alto e quasi la metà, il 49%, si colloca sotto la media. Non sorprende che la formazione richiesta riguardi soprattutto l’intelligenza artificiale, il fact-checking e i profili etici del lavoro.

Etica e minacce sotto pressione

Accanto ai numeri sul lavoro, l’Osservatorio misura il clima in cui il lavoro si svolge. Per la maggioranza dei giornalisti contano soprattutto la corretta rappresentazione dei fatti e il rispetto dei principi deontologici. Eppure oltre la metà dei giornalisti ritiene che gli standard etici della professione si siano indeboliti e cresce il peso attribuito ai social media e alle pressioni economiche, soprattutto tra chi lavora per fornitori di contenuti, anche innovativi.

Il 16% dichiara di aver subito almeno una forma di minaccia o intimidazione negli ultimi dodici mesi. Un quinto dei giornalisti residenti in Sardegna e in Sicilia ha subito ritorsioni e anche al Sud la quota supera la media nazionale. Nel 2018 l’Agcom parlava di più di un giornalista su dieci: il dato è dunque più alto, anche se le rilevazioni non sono perfettamente confrontabili. I numeri sulle pressioni economiche suggeriscono inoltre un nesso tra fragilità del reddito e vulnerabilità del lavoro.

Il nodo della sostenibilità

Il punto centrale è la sostenibilità: come garantire un’informazione di qualità quando la parte più dinamica della professione è anche la meno tutelata. Con ricavi in calo, infatti, formare, assumere e innovare diventa più difficile. Una prima risposta è la formazione continua, che i giornalisti chiedono in primo luogo sull’intelligenza artificiale, e che può ridurre il divario di competenze tra generazioni. Ma non basta: servono anche compensi più equi per gli autonomi e modelli di ricavo capaci di sostenere i nuovi formati, dalle newsletter ai podcast.

Se sono soprattutto i giornalisti più giovani a spingere l’innovazione, usando più degli altri fonti digitali, social e nuovi strumenti, il divario economico rende questa trasformazione fragile: tra i dipendenti, un under 30 guadagna in media circa 18.900 euro l’anno, contro oltre 78 mila nella fascia 56-60 anni. Per chi entra oggi nella professione, a partire dalle scuole di giornalismo, la sfida è quindi doppia: acquisire competenze nuove e trovare condizioni di lavoro che permettano di metterle davvero a frutto. Altrimenti l’innovazione rischia di poggiare proprio sulle spalle di chi ha meno risorse per sostenerla.

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