di MARCO FALLARA
URBINO – Per versare gli incassi, la titolare di un panificio di Montecalvo in Foglia ha due sole possibilità: il lunedì o il venerdì mattina deve lasciare il forno a metà turno, mettere i contanti in borsa e fare qualche chilometro in macchina (con migliaia di euro in una busta) fino ad un altro comune, perché in paese non c’è più una banca. Per quasi sessant’anni non era stato così: la filiale era dietro casa, poi “le hanno spostate tutte” ricorda la titolare.
Non è una storia isolata. Le Marche sono la regione italiana che ha perso più sportelli bancari negli ultimi dieci anni: dal 2016 a oggi sono passati da 1.046 a 584, il 44,2% in meno, mentre la media nazionale si ferma al 35,2%. Lo dicono i dati dell’Ires Marche elaborati dalla Fisac Cgil. In provincia di Pesaro e Urbino il calo è del 44,3%, il terzo più forte della regione dopo Ancona e Macerata. Chiudere una filiale “presidiata” significa molto più che rimuovere un punto in cui depositare l’incasso: operatori e direttori offrono un volto umano alle tecnologie e alle operazioni finanziarie, dall’home banking ai prestiti, gestiti sempre più in maniera digitale.
Secondo la Banca d’Italia, a fine 2025 in provincia restavano 151 sportelli, contro i 276 di dieci anni prima. In rapporto agli abitanti il territorio è ancora sopra la media italiana, con 43 sportelli ogni 100mila residenti contro 32. Ma le chiusure non sono distribuite in modo uniforme e pesano soprattutto sull’entroterra. La Cna di Pesaro e Urbino conta 14 comuni dove non c’è più uno sportello con personale: l’ultimo è Frontone, dove Intesa Sanpaolo ha chiuso la filiale nonostante le proteste dei sindaci. Sono Belforte all’Isauro, Borgo Pace, Fratterosa, Frontino, Isola del Piano, Lunano, Mombaroccio, Montecalvo in Foglia, Montecerignone, Montegrimano Terme, Peglio, Pietrarubbia e Serra Sant’Abbondio, dove vivono in tutto più di 13mila persone.
Anziani soli e senza home banking
Per chi ha un’attività, andare in banca ora significa staccare dal lavoro. “Se ho tempo ci vado, ma il mio lavoro richiede la presenza”, spiega la commerciante di Montecalvo in Foglia, che fa turni lunghi. La cassa continua c’è, ma è tutta digitale: “Se uno non è all’altezza, non ci riesce”.
«La situazione è grave», dice Michele Matteucci, presidente della Cna di Pesaro e Urbino. “Le banche abbandonano un entroterra che da anni si spopola a favore della costa. Ne risentono i cittadini, ma soprattutto le attività economiche”. Il problema più urgente, secondo Matteucci, riguarda gli anziani, che spesso vivono soli e non hanno nessuno che li aiuti con l’home banking. Senza filiale in paese bisogna fare chilometri su strade spesso difficili, e molti non hanno la patente. A questo si aggiunge la paura delle truffe: “Sapere che c’è una banca dove chiedere di persona fa la differenza”.
Per le imprese le difficoltà sono altre, per esempio il divario digitale. In molte zone dell’entroterra la connessione internet è debole, e Pos, fatturazione elettronica e casse digitali ne risentono. “Così rischiamo di rendere il territorio poco attrattivo, sia per chi ci vive sia per chi vuole fare impresa”, dice Matteucci. A restare sul territorio sono soprattutto le banche più piccole. Osserva il presidente Cna Pesaro Urbino, “le banche di credito cooperativo e, negli ultimi tempi, Cherry Bank”.
Aperture a turni e un tavolo con le istituzioni
Per la Cna, una soluzione potrebbe essere non chiudere del tutto. “Le banche potrebbero tenere aperta la filiale una o due mattine a settimana, o qualche giorno al mese”. La Cgil chiede invece alla Regione di aprire un tavolo con le banche. “La tutela delle aree interne passa anche dal mantenimento dei servizi bancari”, dice il segretario generale della Cgil Marche Giuseppe Santarelli.




