di NICOLE CIOTTI e MARCO FALLARA
URBINO – L’applauso è scrosciante quando il professor Alessandro Barbero, storico e medievista, entra nell’aula magna dell’università di Urbino Carlo Bo accompagnato dal rettore Giorgio Calcagnini. La cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico 2025-2026 non potrebbe iniziare in modo migliore. C’è grande attesa per la lectio magistralis dello storico, dal titolo “L’invenzione rinascimentale del Medioevo“. L’atmosfera è quella formale delle grandi occasioni, ma si percepisce emozione tra i presenti: si tratta dell’ultima cerimonia d’inaugurazione alla presenza del rettore Calcagnini, giunto al suo ultimo anno alla guida di Uniurb.

La cerimonia è stata occasione di un’importante riflessione collettiva sul ruolo dell’università nella società contemporanea, articolandosi attraverso le voci di alcuni dei suoi protagonisti, dal rettore Giorgio Calcagnini al rappresentante degli studenti Manuele Uscov, fino alla rappresentanza del personale tecnico amministrativo e bibliotecario Lucia Bernacchia e all’ospite d’onore, professore universitario in pensione ma ormai storico a tempo pieno, Alessandro Barbero.
Il Ducato ha interrogato proprio l’ospite d’onore, chiedendogli quale sia il legame che uno storico medievista come lui ha con una città rinascimentale come Urbino: “Il punto è che se il Rinascimento fosse, come è un po’ nei luoghi comuni, il contrario del Medioevo, per cui dopo un’epoca triste o oscura finalmente arriva il Rinascimento, a me mi verrebbe il nervoso perché io sono un medievista e so che epoca straordinaria è stata! Ma appunto, noi stiamo cercando di diffondere la consapevolezza che il Rinascimento non è il contrario del Medioevo, è il punto d’arrivo! E che il Palazzo Ducale non l’avrebbero fabbricato se per secoli i capimastri medievali non avessero mostrato come costruire palazzi sempre più poderosi. E quindi, in realtà: se il Rinascimento è il trionfo del Medioevo, il punto d’arrivo più alto del Medioevo, allora tutto sommato mi sta bene anche a me, e a Urbino mi trovo benissimo!”.
Calcagnini, l’ultimo discorso di inagugurazione all’anno accademico da rettore
Ad aprire la cerimonia è stato però il rettore Calcagnini che ha iniziato il suo discorso con la commozione di chi sa che è l’ultima volta: è “un principio che si accompagna a un congedo”. La sfida iniziata cinque anni fa è stata portata a termine, e Calcagnini traccia la linea dei risultati raggiunti durante il suo rettorato. Le sue parole delineano un’idea di università come istituzione di valore pubblico, che produce ritorno sociale e civile. Il rettore ha rivendicato la funzione dell’ateneo come “ascensore sociale”, contrastando un clima di crescente sfiducia dove “solo il 32% dei genitori ritiene che i figli miglioreranno la propria posizione sociale”.

Nonostante l’Italia investa in ricerca meno dell‘1% del Pil (a fronte di una media Ocse dell’1,4%), l’ateneo di Urbino ha presentato dati in controtendenza, a partire da un aumento dell’1,4% degli immatricolati: 4.558 totali. Uno degli obiettivi del rettore, ad oggi raggiunti, è quello dell’internazionalizzazione crescente dell’Università Carlo Bo: c’è stata una crescita del 76% degli studenti internazionali, che nell’ultimo anno hanno raggiunto quota 1.220. Sul fronte del sostegno economico, Calcagnini ha evidenziato un incremento del 33% dei beneficiari di borse di studio (passati da 3.030 a 3.722) e il potenziamento del fondo welfare. Grande soddisfazione per tutto l’ateneo è inoltre il successo raggiunto nel ranking di sostenibilità, 14° posto nazionale, 268° al mondo, a soli due anni dalla prima partecipazione.
Il rettore ha concluso con un messaggio rivolto ai giovani, esortati a “restare inquieti”, vedendo nello studio lo strumento per interpretare la realtà e prendere posizione senza subire passivamente il presente. Non è mancato il riferimento al Giorno della Memoria, coincidenza che pesa e costringe a riflettere. Nel suo discorso Calcagnini si richiama alle parole dello scrittore e sopravvissuto alla Shoah Elie Wiesel, il quale si interrogava su come l’umanità avesse potuto permettere la creazione di un “mostruoso buco nero” nella storia, in un richiamo alla responsabilità individuale: “Dov’è l’uomo, dove siamo noi oggi?”.
Gli interventi: Lucia Bernacchia e Manuele Uscov
Dopo il rettore hanno preso parola Lucia Bernacchia, rappresentante del personale tecnico amministrativo e bibliotecario, e Manuele Uscov, rappresentante delle studentesse e degli studenti. Il suo intervento, fortemente applaudito dal pubblico, si è distinto per il tono critico, collegando la ricorrenza del Giorno della Memoria alla denuncia dell’indifferenza globale verso i conflitti in Palestina e Sudan, definiti come un fallimento del diritto internazionale. Uscov ha contestato duramente le scelte di governo, affermando che i fondi destinati agli “armamenti“ sono in realtà “soldi tolti al welfare, alla sanità, all’istruzione”, denunciando al contempo un clima di repressione e la precarietà della ricerca.

Sul piano interno, ha definito la salute mentale un “diritto e non un lusso”, criticando le pressioni del sistema accademico e in particolare il nuovo sistema del semestre filtro di Medicina, colpevole di generare grande stress per tanti studenti che hanno intrapreso quel percorso. Uscov ha inoltre denunciato il degrado strutturale dei collegi universitari (citando infiltrazioni e norme troppo stringenti) e le inefficienze dei servizi. Il rappresentante degli studenti ha dedicato un ultimo un omaggio al rettore Calcagnini, ringraziandolo per la sensibilità e l’ascolto dimostrati durante tutto il suo mandato.
A sorpresa, il fuori programma dedicato proprio al rettore: la proiezione di un video-tributo realizzato dalla comunità universitaria per ringraziarlo della sua guida durante questi anni. L’omaggio ha celebrato l’eredità lasciata dal rettore – visibilmente emozionato – evidenziando la forza dei legami costruiti e la sua capacità di ispirare una visione di futuro per l’ateneo.
L’ospite più atteso: la lectio di Alessandro Barbero
L’intervento del professor Alessandro Barbero ha trasformato l’evento inaugurale in un momento di storia e di storie, capace di catturare l’attenzione della platea attraverso la sua lectio intitolata “L’invenzione rinascimentale del Medioevo“. Lo storico ha sottolineato il legame profondo tra la scelta del tema della sua lectio e l’identità di Urbino, osservando che “per un medievista è impossibile ignorare il Rinascimento” in una città che è l’esempio perfetto di quel momento storico e culturale. Urbino diventa quindi punto d’incontro ideale per esplorare come il concetto stesso di “età di mezzo” sia una costruzione nata nelle epoche successive e in particolare in età rinascimentale.

Nel suo intervento, Barbero ha esordito svelando un segreto condiviso dai medievisti: il Medioevo come epoca buia e tenebrosa non è mai esistito, ma è in realtà una creazione successiva del nostro immaginario. Durante quei mille anni, gli uomini non sapevano nemmeno di essere “medievali”, ma si definivano orgogliosamente “moderni” e vivevano con ottimismo un’epoca di grandi progressi. Per illustrare la vitalità e la luce medievale, il professore ha divertito il pubblico con aneddoti curiosi, citando monaci dell’XI secolo che si lamentavano dei “giovani d’oggi”, criticando i loro capelli e il loro abbigliamento, o riportando la descrizione di un giovane San Francesco che diceva parolacce.
Il professore spiega come l’immagine negativa del Medioevo sia nata con gli umanisti, che disprezzavano il latino dei secoli precedenti a favore di quello classico di Cicerone. Allo stesso modo, in ambito architettonico, artisti come il Vasari coniarono il termine “gotico” come un vero e proprio insulto.

L’intervento del professore si è concluso con un lungo applauso. A porre fine alla giornata è stato il Coro 1056 dell’università di Urbino, che ha salutato il pubblico sulle note di Eternity di Michael Bojesen.




