di MANUEL MORGANTE
URBINO – Per dare un significato a quel silenzio nel quale il figlio vive, chiuso fuori dal resto del mondo, Umberto Piersanti, 85 anni, ha usato la poesia. Una scelta, quella dei versi, come unico strumento che potesse preservare la memoria di Jacopo, non riuscendo a scalfirne l’isolamento. Perché la poesia, come afferma il poeta urbinate, serve a questo: a dare alle cose una modesta e umana immortalità. Ha affidato questo racconto al Ducato, in occasione della festa del papà.
Dare un senso agli eventi attraverso la poesia
“I primi segnali sono sorti quando eravamo in vacanza sulle alpi. Jacopo era salito su uno scivolo e aveva cominciato a girare in continuazione. Prima di allora non c’erano state avvisaglie del disturbo, anzi i pediatri dicevano che era un ragazzo molto dotato. Col tempo, però, il suo disturbo progressivo è peggiorato”, racconta Piersanti. Le difficoltà, con il passare degli anni, hanno dettato il ritmo delle giornate: “Capire, superare la corazza e i silenzi con Jacopo hanno plasmato il rapporto con mio figlio. Ora vivo insieme a lui e mi faccio aiutare da altre persone, come prima mi ha aiutato mia moglie e madre di Jacopo. Eravamo lontani l’uno dall’altro ma la condizione di nostro figlio ci ha riavvicinato, anche per necessità”.
La poesia, per Piersanti, non è servito a superare la corazza del figlio ma ha aiutato lui stesso ad andare avanti: ”L’autismo è un disturbo serio e grave, non è quello che si descrive nei film. Scrivere è servito a me per darmi delle risposte, farmene una ragione. Mi ha aiutato a fissare l’immagine di mio figlio nelle pagine e nel tempo” dice con voce cruda e piena di realismo. Il suo racconto, Piersanti, lo conclude leggendo un passaggio di un brano “La Giostra“, che parte della sua nuova opera Jacopo, poesie 1994-2025, spiegandoci com’è nata: “Ero andato a trovare Jacopo e c’era una giostra di quelle vecchie di legno e in quel momento andavano di moda le giostre a forma di tartaruga. Quindi nessuno ci saliva, tranne Jacopo. Era solo mentre la cavalcava, come fosse una zattera senza compagno”.
Umberto Piersanti ha letto per noi una parte della poesia La giostra, dedicata al figlio Jacopo
La giostra
ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ora che precede
dolce la sera
ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi
li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano
Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte
figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni
Il ricordo delle sue origini e il ruolo della poesia oggi
La memoria di Urbino, per Umberto Piersanti, è un contrasto tra il ricordo di un luogo considerato la sua patria poetica, dove ha visto e potuto raccontare ogni vicolo e quartiere. E aver descritto la fine di un mondo, quello in cui è nato e cresciuto, nonostante sia lontano dalla città da 11 anni. Ma è anche un ricordo amaro, dettato dalla sensazione di non essere stato riconosciuto abbastanza come ‘’Il poeta di Urbino”, definizione che usa per descrivere il suo rapporto con la città.

Il 21 marzo si celebra la giornata mondiale della poesia, un’occasione per il poeta di Urbino per riflettere sul fare poesia nella società odierna: “I giovani, oggi, sono più attratti da generi come horror, fantasy e hanno la loro musica. Domina più l’idea dello spettacolo rispetto a un mondo, quello poetico, che richiede impegno e un approccio diretto con le parole”, dice Piersanti, che continua: “Per riportare la poesia al centro dei giovani bisogna raccontare e portare i poeti a scuola. Non solo insegnarla in maniera distaccata ma creare empatia nei ragazzi e far loro scoprire autori, in modo che non pensino siano una categoria estinta. Non solo nelle scuole, anche sui social e in televisione”.
Ma non è solo una riflessione negativa, quella di Piersanti: “La poesia vive un momento in cui è vista come una sorta di cenerentola ma che resiste e non scompare. Rimane una struttura antropologica dell’uomo, che ha attraversato la storia dell’umanità. Insieme al canto e alla preghiera è stata la pria forma di linguaggio. Sono convinto , quindi, che durerà finché ci sarà l’umanità”, conclude Piersanti. Non mettendo da parte, neanche nella sua analisi, il suo spirito da poeta.




