Parma come Urbino, a 50 anni dal “furto del secolo” a Palazzo Ducale. Brachetti: “Opere al sicuro”

La Muta, Raffaello Sanzio
di FRANCESCO FLORIS

URBINO – Tre capolavori rubati al buio in pochi minuti. Il furto delle opere di Matisse, Cezanne e Renoir – collezionate dalla Fondazione Magnani Rocca – avvenuto in provincia di Parma nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2026, riporta alla memoria il cosiddetto “furto del secolo” del 1975, quando Urbino perse per quattordici mesi la Muta di Raffaello – oggi in mostra a New York – con la Flagellazione e la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. La fitta nebbia urbinate e i lavori di ristrutturazione dell’epoca permisero ai ladri di impossessarsi di tre opere dal valore inestimabile. Dopo più di un anno di indagini, i quadri, ritrovati a Locarno, in Svizzera, tornarono a Palazzo Ducale il 29 marzo del 1976. Stefano Brachetti, responsabile della comunicazione della Galleria nazionale delle Marche, rassicura: “I protocolli di sicurezza dei musei statali oggi sono molto avanzati: è veramente difficile entrare in un museo senza lasciare traccia”.

Il furto del secolo

La notte tra il 5 e il 6 febbraio 1975 la nebbia avvolgeva Palazzo Ducale. Due ladri, presumibilmente atletici, irruppero all’interno approfittando della presenza di un’impalcatura durante il restauro di una facciata esterna. “Il ponteggio – spiega Brachetti – agevolò l’ingresso a un giardino pensile, spazio normalmente non accessibile dalla strada pubblica”. La vulnerabilità del cantiere, in cui non erano presenti sistemi di sicurezza, permise dunque di superare i dislivelli e forzare una delle finestre, favorendo anche la fuga dei malviventi.

Le indagini furono affidate al sostituto procuratore urbinate Gaetano Savoldelli Pedrocchi: l’attenzione si rivolse sulla Svizzera, che negli anni ‘70 era uno dei principali rifugi per ricettatori di capolavori importati illegalmente. Quando i dipinti sembravano essere definitivamente spariti, la pista elvetica diede i suoi frutti grazie al ruolo dell’antiquario riminese Maurizio Balena. Chi aveva rubato i quadri non si era reso conto del loro valore e faticava a trovare acquirenti. “Il colpo fu eclatante ma forse fu fatto anche con un po’ di ingenuità”, sottolinea Brachetti. Balena recuperò i dipinti all’hotel Muraldo di Locarno, collaborando con i carabinieri italiani e le autorità svizzere. 

“Il furto di Urbino – continua Brachetti – è stato considerato l’elemento che ha spinto alla creazione del Ministero della Cultura con il compito proprio di tutelare il patrimonio dello Stato, ora una delle mission principali del Ministero. Ci sono dei protocolli che devono essere applicati per la conservazione e la protezione delle opere. Protezione che naturalmente è andata crescendo per le possibilità tecniche che oggi abbiamo a disposizione”.

La Flagellazione, Piero della Francesca

Gli attuali sistemi di sicurezza

Il caso di Parma ha riaperto la questione sulla sicurezza delle opere del patrimonio artistico, ma bisogna distinguere le strutture private da quelle statali, perché “fondazioni e musei locali hanno un vulnus maggiore rispetto ai musei pubblici”. Brachetti ha spiegato al Ducato come oggi vengono protette le opere dei musei: “Prima si utilizzava l’antifurto perimetrale, con macchinette installate sulle porte e sulle finestre: nel momento in cui veniva aperto un infisso, c’era una segnalazione acustica. Oggi – continua – abbiamo sensori di movimento che percepiscono le onde sonore e anche solo il movimento dell’aria anche senza dispositivi meccanici evidenti. Inoltre, vengono controllati da remoto”. 

Anche nei casi di emergenza, la protezione dei capolavori è assicurata: “Ci sono collegamenti wireless che permettono una maggior flessibilità a livello di controllo. Non siamo più costretti a stare collegati via cavo dal punto di controllo o dal punto di segnalazione, ma i dati viaggiano in diverse forme e su diversi canali, quindi è anche difficile interrompere questo flusso di dati anche in casi di black out”.

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