di EMANUELE DONATI e MANUEL MORGANTE
La terza mancata qualificazione ai mondiali di calcio consecutiva crea sconforto e alimenta un senso sempre maggiore di indifferenza nei confronti della nazionale. Un sentimento diffuso specialmente nei giovani di età compresa tra i 14 e i 23 anni, divisi tra chi non ha mai visto l’Italia in un mondiale e chi ha solamente vaghi (e non troppo felici) ricordi delle edizioni 2010 e 2014. Per loro, il clima delle notti magiche di Italia ’90 e il trionfo del 2006 sono storie affidate ai racconti di nonni e padri. Il Ducato ha chiesto ai giovani urbinati come vivono questo momento grigio come un cielo autunnale.
C’è chi, con una valigia in mano, si avvia a prendere l’autobus da Porta Santa Lucia per raggiungere casa in occasione delle vacanze pasquali. Quello che si evince da molti di loro è un’occasione perduta per potere stare insieme davanti al televisore con amici e familiari: un pensiero condiviso anche da chi non è particolarmente appassionato del pallone. Rattrista anche il fatto che i fallimenti della nazionale creano un sempre maggiore distacco verso il risultato delle partite quale che sia. Molti dei giovani da noi intervistati ammettono di essere rimasti indifferenti dopo l’ennesima eliminazione, scaturita dalla sconfitta contro la Bosnia-Erzegovina.

La “Generazione zero”: il calcio cede il passo ad altri sport
Per i ragazzi delle scuole superiori, l’Italia ai Mondiali è semplicemente una sorta di leggenda urbana. Unb quindicenne dice: “In casa mia non si è mai guardato il calcio e io preferisco seguire il motorsport oppure la pallamano”.
Il disinteresse è spesso frutto dell’atteggiamento delle famiglie che, stanche dei fallimenti calcistici, hanno smesso di seguire le partite della nazionale. Senza l’impulso domestico e senza il richiamo dell’evento globale, l’interesse dei ragazzi scivola verso altri sport o forme di intrattenimento, frammentando quella che un tempo era un’identità sportiva monolitica.
Tra rassegnazione e ricordo del 2021
Chi invece ha l’età per ricordare le ultime apparizioni della nazionale, oggi descrive un senso di profonda indifferenza. “Dopo la seconda volta, ci sono rimasto male; alla terza, mi sono semplicemente rassegnato”, ammette uno studente appena uscito dalla sede di Giurisprudenza. Un amore cui non tutti sono pronti a rinunciare, nonostante le amarezze di questi anni: “Sono ancora un tifoso sfegatato, come lo è mio padre. Per me il calcio rimane parte importante della mia vita”, dice un ragazzo mentre va a prendere l’autobus. Lo stesso pensiero è esternato da alcuni ragazzini, che incontriamo in un centro ricreativo: “Eravamo sicuri di passare, per questo non abbiamo seguita la partita. Dispiace, ma non cambia molto per noi, siamo abituati, la passione resta” si raccontano mentre giocano a Fifa alla Playstation.

Eppure, il ricordo dell’Europeo vinto nel 2021 rimane una luce che aveva ridato speranza ad un popolo frustrato dall’esclusione a Russia 2018. Quella notte le piazze di Urbino esplosero di gioia, dimostrando che la voglia di tifare esiste ancora, latente, sotto la cenere del disincanto. Anche chi non seguiva il calcio si era ritrovato a festeggiare in un momento di euforia post-pandemica. Ma quel successo sembra ormai un’anomalia in un sistema che non riesce più a rigenerarsi.




