L’artista come ambasciatore: così l’arte ha sempre superato i confini

Luigi Gallo e Costantino D'Orazio a FgCult
di NICOLE CIOTTI

URBINO – Quando Lorenzo il Magnifico decise di inviare Sandro Botticelli e i migliori maestri fiorentini a Roma per affrescare la Cappella Sistina, dietro all’omaggio artistico si celava un calcolo geopolitico raffinato. Da una parte, Firenze cercava di distendere le tensioni con Papa Sisto IV; dall’altra, il pontefice voleva una cappella d’avanguardia, come d’avanguardia era il linguaggio artistico fiorentino dell’epoca. L’intervento alla Sistina divenne così la “dimostrazione plastica di come, nella definizione dei confini politici, gli artisti furono fondamentali per distendere i rapporti nella geopolitica della penisola italiana”.

È da questo episodio di diplomazia felice che Costantino D’Orazio, storico dell’arte e direttore dei Musei Nazionali di Perugia, ha scelto di partire per raccontare “I confini dell’arte”, in occasione dell’ultima giornata del Festival del giornalismo culturale di Urbino, dove insieme a Luigi Gallo – direttore della Galleria Nazionale delle Marche e dei Musei Nazionali di Bologna – ha ripercorso la storia dell’arte come un racconto di confini, superati e da superare.

La diplomazia della Gioconda

Agli artisti stessi “piaceva essere mandati in queste missioni diplomatiche” e diventavano volti di una cultura sempre più sovranazionale e dall’impronta italiana. All’inizio del Cinquecento fu Leonardo da Vinci a incarnare questa circolazione: le guerre d’Italia lo constrinsero alla fuga da Milano, dove serviva Ludovico il Moro; dopo un periodo tra le corti della penisola, fu accolto dalla stessa Francia alla corte di Francesco I. Come ha osservato D’Orazio, “nel giro di 20-25 anni la geopolitica costringe un artista a fuggire per poi riaccoglierlo”, cambiando nel frattempo la storia dell’arte.

C’è stata anche l’occasione per smentire una delle bufale più “pop” della storia dell’arte: la Gioconda, ha ricordato Gallo, “non è un furto ma un acquisto dello stesso re francese”. L’impronta di Leonardo in Francia fu importantissima: l’artista portò con sè le esperienze italiane per metterle in opera nei castelli francesi, contribuendo a costruire la nuova idea di corte d’oltralpe. Un altro contributo leonardesco, sottolinea Gallo, parte proprio da Urbino: a Palazzo Ducale l’artista toscano osservò lo scalone d’onore, che verrà poi replicato nello scalone del Louvre.

Lo scalone d’onore di Palazzo ducale

L’arte come bersaglio

Nei momenti di scontro frontale, colpire le opere significava colpire il cuore dell’avversario. A riflettere sul concetto è Costantino D’Orazio, che rimanda all’episodio del Sacco di Roma del 1527, quando i lanzichenecchi infierirono sui capolavori rinascimentali della capitale. “Era chiaro – spiega lo studioso – che per abbattere un potere, intaccarne i simboli avrebbe segnato la sua sconfitta”.

Trasformare problemi di confine in opportunità artistiche

I drammi politici possono allo stesso tempo venire riassorbiti dalla contaminazione culturale. Quando il Sacco di Roma disperse i maestri italiani, spiega Luigi Gallo, il pittore Rosso Fiorentino fondò a Fontainebleau un nuovo linguaggio tra pittura e stucchi, che “dà il via a una nuova stagione strettamente legata al mondo francese”.

Nel 1530, a raggiungere Rosso Fiorentino sarà il pittore bolognese Primaticcio, inviato su richiesta del Duca d’Este: un vero “invito diplomatico”, pensato come l’omaggio al re di Francia della corte mantovana. L’artista stesso diventa un dono, artistico ma soprattutto politico. A Parigi Primaticcio si stabilì e cambiò persino il proprio nome in Le Primatice, testimoniando una “trasformazione anche nel linguaggio” che arrivò a definire una nuova estetica francese.

Dal fallimento di Bernini all’arte come tratto identitario

Non sempre, però, queste missioni culturali ebbero successo. Nel 1665 Gian Lorenzo Bernini si recò a Parigi, implorato dallo stesso pontefice che lo voleva “ambasciatore culturale” per Luigi XIV. Bernini, maldisposto, rifiutò sempre di imparare la lingua e propose progetti che non incontrarono il gusto e la benevolenza della corte francese. La permanenza si risolse in un “fallimento diplomatico”: “Il papa non avrà l’appoggio che cercava e Bernini non sarà amato dai francesi” spiega Gallo.

L’episodio è il simbolo di un cambiamento culturale: l’arte è sempre più un “elemento identitario”. La Francia guarda ai propri artisti per trovare progetti alternativi a quelli del Bernini, e comincia a “irrigidire” il confine. La pittura francese, racconta Gallo, “prende una strada diversa e quel legame, finora strettissimo, con l’Italia, si interrompe”. Se fino a quel momento erano gli artisti italiani a portare in Francia il proprio linguaggio, ora accade il contrario: con la fondazione dell’Accademia di Francia a Roma, sono gli artisti francesi che riportano oltralpe nuovi linguaggi, legati non più alla contemporaneità ma allo stile classico. Con l’avvento degli Stati nazionali, nel ‘700, l’arte rinuncia a essere un linguaggio sovranazionale unificato e si ritira all’interno dei confini, per declinarsi in maniera più geograficamente specifica.

L’arte senza confini, tra ieri e oggi

Se l’arte e l’architettura italiana sono state considerate dei classici imprescindibili in tutto il continente, – racconta D’Orazio – lo si deve “alla straordinaria circolazione delle stampe artistiche”. Fu Raffaello a intuirne per primo la portata comunicativa, arrivando a fondare una società con uno stampatore perché “aveva capito che moltiplicando le proprie immagini avrebbe potuto lasciare il segno del proprio linguaggio”. Molto più della letteratura, furono proprio quelle incisioni riprodotte e diffuse ovunque a costruire “il mito di Roma antica” nell’immaginario collettivo. Attraverso questo strumento, il modello italiano ha contagiato le corti di tutta Europa, dimostrando – continua D’Orazio – che “l’assenza di confine nell’arte europea la dobbiamo alla stampa”.

Questo potere di scavalcare le frontiere grazie alla forza del linguaggio visivo non appartiene solo al passato: come ha evidenziato Luigi Gallo, “anche oggi l’arte è un tramite” fondamentale. Basta pensare agli incontri fra leader stranieri, ai doni che si scambiano, “che siano artistici o d’alto artigianato”. L’idea del confine è cambiata nei secoli, ha assunto forme diverse: ne è prova il complesso rapporto con la Francia, “nazione cugina”, che in duecento anni di storia – e storia dell’arte – “ha ribaltato il concetto di confine”: dimostrazione finale della sua permeabilità.

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